Festival della Filosofia a Modena

Innanzitutto la meraviglia: «L’uomo è invero un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante», scriveva Michel de Montaigne. Prima di passare a meravigliarci per l’essere umano, dobbiamo, però, manifestare il nostro stupore filosofico nei confronti di quella meravigliosa creatura dell’uomo (anzi, della donna) che è il Festival Filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, appena conclusosi dopo tre giorni di una sbalorditiva kermesse. La manifestazione, che lo scorso anno ha registrato oltre 100 mila presenze, in quest’ultima edizione ha offerto 180 appuntamenti, tutti gratuiti, tra mostre, spettacoli, film, concerti, letture, giochi, animazioni per bambini ma, soprattutto, 38 lezioni di grandi maestri del pensiero contemporaneo. E qui sorge la meraviglia: grazie a un semplice gesto di delocalizzazione – dalle neglette aule universitarie alle festose piazze cittadine – il festival è riuscito nell’impresa, quasi magica, di restituire prestigio e conferire un nuovo senso condiviso alla filosofia, l’antica regina dei saperi, oggi socialmente decaduta a una triste condizione di servaggio istituzionale. Gli stessi filosofi che nelle loro sedi universitarie di appartenenza tengono lezioni in aulette scalcinate dinnanzi a sparute platee di studenti occasionali e distratti, qui vengono accolti trionfalmente alla stazione dalla banda cittadina, riempiono le piazze di folle munite di taccuini per gli appunti e, sembrano, per tre giorni, riguadagnare il carisma di massime autorità sulle sorti del mondo […] Quest’anno, però, al Festival Filosofia è andata in scena addirittura l’umanità, sopra e sotto il palco. […] Quest’ultima edizione è stata, infatti, dedicata a tematizzare il confine sempre più fragile tra uomo e animale, la nuova problematica frontiera tra naturale e artificiale, il controverso rapporto tra esseri umani e altri esseri viventi, tra umano e non umano. Ne è emersa la fisionomia di un’autentica rivoluzione filosofica in fieri, che procede di pari passo all’avanzare delle frontiere della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica. E’ un nuovo orizzonte, nel quale il divenire del pensiero accompagna il divenire-altro dell’umano, in cui la «disumanità» non rappresenta più la minaccia di estinzione per la specie dell’uomo ma il suo avvenire. Se buona parte del più radicale pensiero novecentesco si era sempre cautelato rispetto all’accusa di anti-umanesimo (si pensi alla celebre querelle tra Heidegger e Sartre sul controverso umanismo dell’esistenzialismo), questa nuova intelligenza filosofica del futuro-presente fa proprio dell’anti-umanismo la propria bandiera. Nell’orbita di questo nuovo sguardo filosofico, l’umanismo, fedele all’idea dell’esistenza di una «natura umana» da coltivare e preservare, appare una forza del passato, nel senso della debolezza reazionaria. L’umanesimo si renderebbe colpevole di disconoscere il presupposto fondamentale secondo il quale l’uomo sarebbe un animale ancora non definito (Ghelen), e dunque, responsabile di intralciare le rivoluzioni spirituali, necessarie all’invenzione scientifica, a seguito delle quali l’uomo diverrebbe «una specie mutante» (Bachelard). […] Descola ha rimesso in discussione il tradizionale approccio occidentale alla relazione tra uomo, animale e cosmo […] La conclusione cui giunge Descola è che non soltanto non esiste l’uomo quale essere naturale, ma non esiste nemmeno un’unica antropologia. L’uomo, qualunque cosa diverrà in futuro, lo diverrà come risultato di un bricolage antropologico tra i tanti fili della trama del mondo. […]

L’articolo completo è stato pubblicato sul sito della Stampa