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	Commenti a: Pavia, dubbi sulla sala del commiato	</title>
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	<description>Il mondo osservato dall’Uaar</description>
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		<title>
		Di: Michele Vaccina		</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2006/09/29/pavia-dubbi-sulla-sala-del-commiato/#comment-4988</link>

		<dc:creator><![CDATA[Michele Vaccina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2006 14:32:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pavia .  la Nuova Sala del  commiato, cerniera tra le due città, quella dei vivi e quella dei morti 
alcune riflessioni.
Dai primi di settembre è a disposizione di chiunque la richieda, la nuova sala del commiato che è parte integrante dei nuovi ingressi  da via Donegani al Cimitero Maggiore, con antistante parcheggio  lungo la ferrovia.
Ora, che  è abbastanza lontano nel tempo il risalto dato alla cerimonia di inaugurazione dell’aprile 2006 alla presenza delle Autorità e dei Rappresentanti delle grandi Religioni, possiamo tentare di dare una chiave di lettura alla realizzazione e cogliere l’occasione per un approfondimento.
Lo scopo dell’opera era ed è chiaro
 Se infatti per i cattolici  è pacifico trovare nelle loro chiese, belle  e spesso monumentali, il luogo per la funzione religiosa di saluto, che segna il trasferimento dalla città dei vivi alla città dei morti, per molti altri soggetti e comunità presenti a Pavia (con impronta religiosa e non) tutto ciò non è  altrettanto naturale.
Anch’io ho vissuto l’esperienza di amici non credenti, che sono stati trasferiti dalla “grigia camera ardente” dell’ospedale al cimitero per essere sbrigativamente sotterrati o cremati senza un momento di pausa, senza concedere spazio  al ricordo, in una atmosfera di triste disagio, con parenti e conoscenti che si scambiano qualche parola sotto i porticati o nell’atrio del cimitero tra passanti indifferenti e imbarazzati.
 Si percepisce da sempre la mancanza di un “rito laico” inteso in senso positivo come momento di aggregazione e di riconoscimento di una comunità  che pure esiste  intorno al defunto.
Da qui, è nata l’idea condivisa di creare in prossimità del nuovo ingresso del Cimitero e dei nuovi uffici un” luogo” accogliente, una sala al riparo dalle intemperie ,sobria per la scelta dei materiali e degli arredi, non anonima ma neppure eccessivamente caratterizzata , un po’ riservata ma non isolata, nella quale ritrovarsi in queste circostanze dolorose, magari per sedersi un attimo intorno all’amico/parente defunto  meditando in silenzio oppure condividendo questo o quel ricordo.
Sin qui nulla di straordinario ; direi anzi un semplice fatto di civiltà, già  sperimentato in altre grandi città italiane ed europee .
 Di fatto  l’attenzione dei progettisti si è  concentrata nell’evitare la  banalizzazione del luogo per ridurlo a una semplice sala riunioni anonima e muta come tante  altre, vuota e insignificante abdicando quindi al ruolo e alle responsabilità di progettisti; e allora naturalmente la pianta della sala in quanto luogo dell’incontro in quest’ottica ha assunto un nuovo significato ha perso ogni forma gerarchica  interna  per assumere una forma concentrica circolare con le sedute al perimetro perchè deve  portare l’attenzione su ciò che ci unisce, che ci fa sentire presenti uno all’altro, ci vuole indurre a guardarci in faccia e riconoscerci nel disperato tentativo di condividere l’esperienza umana.
Pur lasciando evidentemente il giudizio ai cittadini il tema progettuale di  creare cioè un“ ….luogo protetto sobrio  per tutti , persino “indifferente” a tutte le culture e religioni che ne fruiscono “ è stato affrontato, ci sembra, in modo abbastanza coerente con le radici culturali e le preesistenze architettoniche  del nostro territorio, peraltro non  tralasciando sottili richiami ad altre  culture lontane .
 Poi  pian  piano qualcosa si è modificato nel nostro approccio alla progettazione e la vantata “indifferenza” ci è sembrata superata dal risultato raggiunto nel coniugare diversi richiami architettonici a culture e religioni  lontane e vicine (qua e là  nascosti nella sala ormai in fase di realizzazione).
L’opera  ci è apparsa in un’ottica di nuova dinamicità nel tempo e quindi sotto una nuova angolazione come un “ ….. luogo  da vivere nel quale  nella stessa giornata si avvicendano una pluralità di  uomini diversi ognuno  che vorrebbe dire (forse gridare)  qualcosa agli altri uomini e vorrebbe essere in ciò ascoltato; abbiamo intuito la presenza di una vera umanità che ha qualcosa da dire e da condividere” ad di là delle stesse ideologie e può farlo solo se non  si spreca questa “occasione di dialogo tra uomini vivi “che è la morte  stessa, suo malgrado .
Cercavamo un punto di partenza, un elemento” ponte tra gli uomini”.
Ci è sembrato che tale elemento di partenza potesse essere individuato nel Dolore antico,  quello di sempre, quello che accompagna nei secoli, il puro e semplice dolore di tutti gli uomini , di tutte le epoche, quello primordiale, il dolore incomprensibile, quello privo di alcun senso , che colpisce al di là di ogni ragionevolezza, quello che lascia senza fiato, muti come nel Grido di Munch perché  dolore inutile e arbitrario, quello che ad esempio colpisce i bambini  a centinaia ,a migliaia, di tutte le epoche e di tutti i popoli, oppure uno solo,  un nostro bimbo,. che poi è la stessa cosa.
Alla fine , d’intesa con i rappresentanti di alcune minoranze presenti a Pavia, abbiamo trovato e trascritto all’interno della Sala sotto la cupola un testo del Profeta Geremia, citato nel Vangelo di Matteo(2,18)
Parlando  infatti della strage degli Innocenti decretata da Erode all’inizio della vita di Gesù, l’Evangelista ( forse per dire che il dolore si ripete nella storia  umana con stupida indifferenza) richiama una precedente e inutile strage di bambini, vecchia di centinaia d’anni.
 “si udì molto pianto e lamento in Rama. Rachele piangeva i figli suoi e non volle essere consolata, perché più non sono”.
Questa è la citazione in greco, leggibile nella sala, tradotta in molte lingue(rumeno, russo, albanese , inglese, cinese, giapponese, scrittura per non vedenti ecc.ecc) e che vorrebbe essere un piccolo stimolo a rivendicare il nostro diritto di scandalizzarci  davanti all’assurdità del dolore , un invito a cogliere l’universalità del dolore che non fa differenze e quindi ad aprirsi al dialogo tra uomini  diversi per le esperienze e le cultura .
Il dolore quindi  inteso come cerniera  per unire uomini diversi.
Sarà una sfida possibile?
Puntare proprio su quel Dolore che per molti rischia di essere un punto di arrivo, senza ritorno, un buco nero che uccide l’animo toglie il respiro e rende muti e senza più parole, mentre per altri( i cristiani ad esempio)quello stesso dolore è il” punto di partenza” di un percorso  che inevitabilmente  ci farà più simili a Dio?
Il dialogo è necessità sia per gli uni che per gli altri 
Michele Vaccina]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pavia .  la Nuova Sala del  commiato, cerniera tra le due città, quella dei vivi e quella dei morti<br />
alcune riflessioni.<br />
Dai primi di settembre è a disposizione di chiunque la richieda, la nuova sala del commiato che è parte integrante dei nuovi ingressi  da via Donegani al Cimitero Maggiore, con antistante parcheggio  lungo la ferrovia.<br />
Ora, che  è abbastanza lontano nel tempo il risalto dato alla cerimonia di inaugurazione dell’aprile 2006 alla presenza delle Autorità e dei Rappresentanti delle grandi Religioni, possiamo tentare di dare una chiave di lettura alla realizzazione e cogliere l’occasione per un approfondimento.<br />
Lo scopo dell’opera era ed è chiaro<br />
 Se infatti per i cattolici  è pacifico trovare nelle loro chiese, belle  e spesso monumentali, il luogo per la funzione religiosa di saluto, che segna il trasferimento dalla città dei vivi alla città dei morti, per molti altri soggetti e comunità presenti a Pavia (con impronta religiosa e non) tutto ciò non è  altrettanto naturale.<br />
Anch’io ho vissuto l’esperienza di amici non credenti, che sono stati trasferiti dalla “grigia camera ardente” dell’ospedale al cimitero per essere sbrigativamente sotterrati o cremati senza un momento di pausa, senza concedere spazio  al ricordo, in una atmosfera di triste disagio, con parenti e conoscenti che si scambiano qualche parola sotto i porticati o nell’atrio del cimitero tra passanti indifferenti e imbarazzati.<br />
 Si percepisce da sempre la mancanza di un “rito laico” inteso in senso positivo come momento di aggregazione e di riconoscimento di una comunità  che pure esiste  intorno al defunto.<br />
Da qui, è nata l’idea condivisa di creare in prossimità del nuovo ingresso del Cimitero e dei nuovi uffici un” luogo” accogliente, una sala al riparo dalle intemperie ,sobria per la scelta dei materiali e degli arredi, non anonima ma neppure eccessivamente caratterizzata , un po’ riservata ma non isolata, nella quale ritrovarsi in queste circostanze dolorose, magari per sedersi un attimo intorno all’amico/parente defunto  meditando in silenzio oppure condividendo questo o quel ricordo.<br />
Sin qui nulla di straordinario ; direi anzi un semplice fatto di civiltà, già  sperimentato in altre grandi città italiane ed europee .<br />
 Di fatto  l’attenzione dei progettisti si è  concentrata nell’evitare la  banalizzazione del luogo per ridurlo a una semplice sala riunioni anonima e muta come tante  altre, vuota e insignificante abdicando quindi al ruolo e alle responsabilità di progettisti; e allora naturalmente la pianta della sala in quanto luogo dell’incontro in quest’ottica ha assunto un nuovo significato ha perso ogni forma gerarchica  interna  per assumere una forma concentrica circolare con le sedute al perimetro perchè deve  portare l’attenzione su ciò che ci unisce, che ci fa sentire presenti uno all’altro, ci vuole indurre a guardarci in faccia e riconoscerci nel disperato tentativo di condividere l’esperienza umana.<br />
Pur lasciando evidentemente il giudizio ai cittadini il tema progettuale di  creare cioè un“ ….luogo protetto sobrio  per tutti , persino “indifferente” a tutte le culture e religioni che ne fruiscono “ è stato affrontato, ci sembra, in modo abbastanza coerente con le radici culturali e le preesistenze architettoniche  del nostro territorio, peraltro non  tralasciando sottili richiami ad altre  culture lontane .<br />
 Poi  pian  piano qualcosa si è modificato nel nostro approccio alla progettazione e la vantata “indifferenza” ci è sembrata superata dal risultato raggiunto nel coniugare diversi richiami architettonici a culture e religioni  lontane e vicine (qua e là  nascosti nella sala ormai in fase di realizzazione).<br />
L’opera  ci è apparsa in un’ottica di nuova dinamicità nel tempo e quindi sotto una nuova angolazione come un “ ….. luogo  da vivere nel quale  nella stessa giornata si avvicendano una pluralità di  uomini diversi ognuno  che vorrebbe dire (forse gridare)  qualcosa agli altri uomini e vorrebbe essere in ciò ascoltato; abbiamo intuito la presenza di una vera umanità che ha qualcosa da dire e da condividere” ad di là delle stesse ideologie e può farlo solo se non  si spreca questa “occasione di dialogo tra uomini vivi “che è la morte  stessa, suo malgrado .<br />
Cercavamo un punto di partenza, un elemento” ponte tra gli uomini”.<br />
Ci è sembrato che tale elemento di partenza potesse essere individuato nel Dolore antico,  quello di sempre, quello che accompagna nei secoli, il puro e semplice dolore di tutti gli uomini , di tutte le epoche, quello primordiale, il dolore incomprensibile, quello privo di alcun senso , che colpisce al di là di ogni ragionevolezza, quello che lascia senza fiato, muti come nel Grido di Munch perché  dolore inutile e arbitrario, quello che ad esempio colpisce i bambini  a centinaia ,a migliaia, di tutte le epoche e di tutti i popoli, oppure uno solo,  un nostro bimbo,. che poi è la stessa cosa.<br />
Alla fine , d’intesa con i rappresentanti di alcune minoranze presenti a Pavia, abbiamo trovato e trascritto all’interno della Sala sotto la cupola un testo del Profeta Geremia, citato nel Vangelo di Matteo(2,18)<br />
Parlando  infatti della strage degli Innocenti decretata da Erode all’inizio della vita di Gesù, l’Evangelista ( forse per dire che il dolore si ripete nella storia  umana con stupida indifferenza) richiama una precedente e inutile strage di bambini, vecchia di centinaia d’anni.<br />
 “si udì molto pianto e lamento in Rama. Rachele piangeva i figli suoi e non volle essere consolata, perché più non sono”.<br />
Questa è la citazione in greco, leggibile nella sala, tradotta in molte lingue(rumeno, russo, albanese , inglese, cinese, giapponese, scrittura per non vedenti ecc.ecc) e che vorrebbe essere un piccolo stimolo a rivendicare il nostro diritto di scandalizzarci  davanti all’assurdità del dolore , un invito a cogliere l’universalità del dolore che non fa differenze e quindi ad aprirsi al dialogo tra uomini  diversi per le esperienze e le cultura .<br />
Il dolore quindi  inteso come cerniera  per unire uomini diversi.<br />
Sarà una sfida possibile?<br />
Puntare proprio su quel Dolore che per molti rischia di essere un punto di arrivo, senza ritorno, un buco nero che uccide l’animo toglie il respiro e rende muti e senza più parole, mentre per altri( i cristiani ad esempio)quello stesso dolore è il” punto di partenza” di un percorso  che inevitabilmente  ci farà più simili a Dio?<br />
Il dialogo è necessità sia per gli uni che per gli altri<br />
Michele Vaccina</p>
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		<title>
		Di: Daniele Gallesio		</title>
		<link>https://blog.uaar.it/2006/09/29/pavia-dubbi-sulla-sala-del-commiato/#comment-2503</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Gallesio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Sep 2006 17:12:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se la realizzano così la sala del commiato, lo credo bene che nessuno chiede di utilizzarla!

I credenti hanno a disposizione migliaia di chiese che nella maggior parte dei casi sono architettonicamente e artisticamente bellissime, e comunque affettivamente sono il luogo dove il defunto si riuniva per la messa coi suoi amici e conoscenti, quindi sono comunque emotivamente più &quot;calde&quot; che non un luogo usato *esclusivamente* per l&#039;addio.

Per i non credenti i simboli religiosi a go go sono comunque un orpello di troppo, e quindi plausibilmente le famiglie optano per un estremo saluto in forma privata nell&#039;abitazione del defunto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se la realizzano così la sala del commiato, lo credo bene che nessuno chiede di utilizzarla!</p>
<p>I credenti hanno a disposizione migliaia di chiese che nella maggior parte dei casi sono architettonicamente e artisticamente bellissime, e comunque affettivamente sono il luogo dove il defunto si riuniva per la messa coi suoi amici e conoscenti, quindi sono comunque emotivamente più &#8220;calde&#8221; che non un luogo usato *esclusivamente* per l&#8217;addio.</p>
<p>Per i non credenti i simboli religiosi a go go sono comunque un orpello di troppo, e quindi plausibilmente le famiglie optano per un estremo saluto in forma privata nell&#8217;abitazione del defunto.</p>
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