Monica Bellucci: «Italiane svegliatevi!»

L’ultima volta che Monica Bellucci è intervenuta pubblicamente in una questione interna italiana è stato due anni fa, ai tempi dell’approvazione della legge 40/2004 per la fecondazione assistita, da lei ritenuta «coercitiva e iniqua». Come finì quella battaglia si sa bene, o forse non si ricorda neppure, visto il velo di silenzio che è calato sull’assunto, come se i problemi di infertilità fossero miracolosamente scomparsi. Il referendum del giugno 2005 non raggiunse il quorum e di fecondazione praticamente non si parla più. In questi due anni nella vita della Bellucci è successo invece di tutto […] Però la Bellucci, a distanza un anno dal fallimento del referendum, non si da pace, né dell’esito di quella battaglia, né del silenzio che l’ha seguita. Anzi. Basta domandarle cosa crede sia cambiato nei cinquant’anni passati dal celebre film con Brigitte Bardot, per risvegliare l’animo più battagliero dell’ex ragazza di Città di Castello. Le parole per dirlo, alla Bellucci vengono fuori come un fiume in piena, a cominciare da «femminista» che per taluni è peggio di una parolaccia. «La donna ci ha certo guadagnato in questi 50 anni, ma c’è ancora moltissimo da fare: il vero problema è che non ha guadagnato abbastanza. Parlo da donna, da femminista e da chi crede profondamente nella differenza tra uomo e donna. Vive la difference!, non dimentichiamo che la nostra forza è la possibilità di fare i figli. Ricordate donne, non c’è niente che non possiamo fare. Invece vedo silenzio, rassegnazione. Bisognerebbe tornare in piazza, farsi sentire. Siamo in una società dove il maschio è tuttora dominante, la simbologia, il linguaggio sono declinati al maschile, non parliamo delle priorità dei politici». Lei una proposta ce l’avrebbe. «Una delle cose più urgenti sarebbe un intervento concreto per riconoscere i diritti delle donne che stanno in casa. Chi si occupa della casa, della famiglia dovrebbe avere uno stipendio, come noi che lavoriamo fuori casa. […] Non è difficile capire perché Monica Bellucci se ne sia andata dall’Italia, un paese che elegge con gioia maschia e fanciullesca La pupa e il secchione come programma tv di riferimento. […] Si parla tanto di depressione, leggo storie di depressione postparto, ma sono convinta che in molti casi si tratti di una disperazione che nasce dalla solitudine, solitudine di donne che devono affrontare la quotidianità senza sostegni. Un tempo le donne lavoravano moltissimo, ma potevano contare su famiglie forti, numerose, si dava per scontato che le donne non sposate aiutassero le parenti sposate e con figli. Oggi le donne sono sole. Ci rendiamo conto di quanta energia in più deve avere una donna rispetto a un uomo? I pochi aiuti sociali non bastano. La donna che sta a casa ha lavorato per la società, lo Stato deve riconoscerle stipendio e pensione». […] Da bambina ha ricevuto un’educazione cattolica. Deva, invece, non è stata battezzata: «Non rinnego affatto l’educazione che ho avuto, ma credo che la religione sia una questione strettamente privata e adulta, sarà lei a scegliere quando sentirà che è arrivato il momento. In Italia la religione è imposta: io sono andata a scuola e avevo il crocifisso davanti alla faccia. Ora si può scegliere di esonerare i figli dall’insegnamento religioso, che però viene impartito fin dalla scuola materna. Non credo che possa essere una materia scolastica. Mi sembra – e il referendum sulla fecondazione me lo dimostra, sospetto sia stato il primo passo per tornare indietro sull’aborto – che qui si continui a fare un uso politico della religione». Non è un caso se una delle sue politiche di riferimento sia una laica. «Mi piace molto Emma Bonino per quello che è stata capace di esprimere a livello internazionale. Le donne in politica sono troppo poche, e quelle poche seguono un’agenda stabilita dai colleghi maschi. Ho molto rispetto per chi sceglie di fare politica, ci vuole coraggio, si va in territori in cui anche se vali di più stai un passo indietro ai maschi. L’ho detto, le donne sono stufe facciamoci sentire. Se no, a forza di stare zitte, torniamo a cinquant’anni fa».

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