«Forse sarò troppo drastico. Ma preferisco parlar chiaro oggi, piuttosto che pentirmi domani per aver taciuto». Leopoldo Elia, principe dei costituzionalisti cattolici, parla con voce sommessa e sorriso mite, ma dice cose insolitamente dure. «È dal Risorgimento che la Chiesa non teneva un atteggiamento tanto intransigente nei confronti di un governo italiano. Persino sull’ aborto, un tema ben più delicato e drammatico delle coppie di fatto, si trovò una linea di compromesso, individuando una fase preliminare di riflessione per la donna. Oggi la Chiesa italiana, avvezza ai privilegi concordatari, è abituata a esercitare non l’ auctoritas di cui parla il professor Mirabelli sull’ Osservatore Romano, ma una potestas indiretta del tutto anacronistica. Non voglio fare processi alle intenzioni, ma qui sembra di assistere a un tentativo di imporre un’ egemonia culturale, a un progetto più ambizioso del gentilonismo. Nel 1913 i cattolici si alleavano con i liberali in chiave difensiva, per evitare il divorzio e la morte della scuola privata. Ora pare che la Chiesa voglia fare del nostro Paese l’ eccezione d’ Europa: l’ Italia cattolica dove non valgono le leggi in vigore in tutti gli altri Paesi cattolici». Deve costare sofferenza al professore dire che il conflitto è davvero grave, al punto da vanificare qualsiasi paragone con il passato recente. «Divorzio e aborto toccavano davvero a fondo il matrimonio e il diritto alla vita. Oggi ascolto controversie che si immiseriscono nella dichiarazione anagrafica; quasi si dovessero scrivere le leggi sotto dettatura. […]
Pare quasi si manifesti la volontà di mantenere un’ eccezione italiana. Forse perché Roma è la sede di Pietro, perché abbiamo avuto lo Stato pontificio, la Controriforma, una lunga tradizione di legami tra trono e altare; fatto sta che la Chiesa italiana non accetta di europeizzarsi»La degenerazione dei costumi, dice Elia, «non si combatte squalificando tutto come relativismo etico. Qui i principi supremi non c’ entrano: nei Dico non vedo nessuna collisione con l’ articolo 29. Siamo oltre o prima della famiglia prevista dalla Costituzione, che è davvero di “una unicità irripetibile”, secondo la formula di Benedetto XVI. Semmai, il comportamento della Chiesa rischia di andare oltre il Concordato e lo stesso articolo 7 della Carta, là dove prevede che Stato e Chiesa sono sovrani e indipendenti ognuno nel proprio ordine: l’ordine temporale separato da quello spirituale». Non solo il Papa e i vescovi hanno ovviamente il diritto di parlare; «hanno il diritto di esigere dai fedeli una condotta conforme ai loro insegnamenti. Ma non hanno il diritto di ricorrere a leggi – o di imporre di non fare una legge – per vincolare i non credenti. Per loro sarebbe un’ inaccettabile discriminazione. E poi la Chiesa italiana deve sfuggire alla tentazione di approfittare della debolezza degli uomini politici e della loro mancanza di senso dello Stato, allorché corrono a genuflettersi per ottenere il consenso della minoranza cattolica». Con Wojtyla sarebbe cambiato qualcosa? «Giovanni Paolo II ha avuto per un periodo abbastanza lungo contatti con la destra italiana. Forse il suo grande prestigio e la sua grande ascendenza ci avrebbero risparmiato un contrasto così aspro. Ma è probabile che alla fine si sarebbe comunque arrivati alla collisione».
Fonte: we-are-church.org (ripreso dal Corriere)