Omosessualità e discriminazioni

Gentile signora Lucia Annunziata, lei mi è simpatica giacché a differenza di tanti giornalisti, uomini politici ed uomini di Chiesa, quando parla non bara sulle parole. Così, mi permetto una replica, non perché sia pubblicata, ma per il piacere di conversare con lei. Nella risposta “Omosessuali: ancora un senso di esclusione” (domenica 18) lei scrive: “Le parole di Buttiglione e il caso della sua «discriminazione» alla commissione europea, sono storie ancora interessanti (per altro c’è un po’ di verità in quel termine «discriminazione»)…”. Se si riferisce al significato negativo che Ferrara dava al termine, a me pare che nel termine stesso non ci sia neppure un po’ di verità. Negare, per esempio, l’incarico dell’insegnamento ad un candidato che dichiarasse apertamente d’avere idee razzistiche, non significherebbe discriminare, giacché non avendo i requisiti adatti per quell’incarico, in qualche modo il candidato si discriminerebbe da sé. Ma se proprio si vuole vedere nella bocciatura una sorta di discriminazione, bisogna risonoscere che si tratterebbe della scelta obbligata del male minore, giacché si eviterebbe di mettere l’insegnante nelle condizioni di fare discriminazioni ben più gravi. Poi conclude: “Ma gli omosessuali che sono impegnati in questa battaglia hanno capito i passi avanti fatti, o prevale in loro, un po’ come traspare anche da queste sue righe, un alto senso di esclusione?”. La “battaglia” che conduco da qualche tempo, che lei apprezzerà ancor di più sapendo che è disinteressata giacché non sono omosessuale, non mira soltanto ad eliminare l’esclusione delle coppie omosessuali da diritti civili, ma ad eliminare una esclusione morale riservata dalla Chiesa alle coppie omosessuali ed eterosessuali non sposate; una discriminazione operata dalla gerachia ecclesiastica, che contrasta con la ragione e non trova serio fondamento nelle Scritture.

La lettera di Renato Pierri è stata inviata alla Stampa

Archiviato in: Senza categoria

2 commenti

JSM

ahimè, quel maledetto “libro sacro” dice che un uomo che giace con un altro uomo deve essere messo a morte
da queste basi non possiamo aspettarci molto da una visione religiosa dell’omosessualità, per quanto possa essere moderata

Vassilissa

Vero, la bibbia dice quello e altro ma c’è chi riesce a interpretarla alla luce del progresso e a non farsene ingabbiare in maniera così rigida come i cattolici.
Sul sito dei valdesi una credente chiedeva cos’è il peccato e se l’omosessualità lo è. Risposta:

[..] Dicendo questo non mi voglio sottrarre alla sua domanda specifica: Lei mi chiede di dirLe «sinceramente» se l’omosessualità sia peccato, oppure no. Le dirò «sinceramente» che, secondo me non lo è, anche se so benissimo che la Bibbia lo considera tale. Ma perché la Bibbia considera l’omosessualità un peccato? Perché gli autori biblici ritenevano che l’omosessualità fosse una scelta. Noi oggi sappiamo quello che gli autori biblici non sapevano e neppure lontanamente supponevano, e cioè che l’omosessualità non è una scelta, ma una condizione. E questo cambia tutto il discorso.

[…] E qui giungiamo al nocciolo della questione. Alla domanda: che cos’è peccato? Kierkegaard rispondeva così: «Il contrario del peccato non è la virtù, ma la fede». Il peccato è l’idolatria. La nostra città, cioè la nostra civiltà, è come l’antica Atene, «piena di idoli» (Atti 17, 16). Ma il peccato non è solo adorare altre divinità anziché il Dio di Abramo, dì Isacco, di Giacobbe e di Gesù. È peccato anche la mancanza di amore. Chi non ama, pecca. Il peccato è non amare. Chi invece ama, dimora nell’amore, «e chi dimora nell’amore, dimora in Dio, e Dio dimora in lui» (I Giovanni 4, 16).

Tratto dalla rubrica “Dialoghi con Paolo Ricca” del settimanale Riforma del 26 gennaio 2007
Ve lo potete leggere per intero qui: http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/index_commenti.php?id=437

Commenti chiusi.