Un «generale» a capo dei vescovi

Finisce l’era Ruini, inizia l’era Bagnasco. Ma l’ufficializzazione della nomina di Angelo Bagnasco, 64 anni, ex ordinario militare e attuale arcivescovo di Genova, a Presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), diffusa ieri dalla sala stampa vaticana – non segna certo una svolta, né tantomeno una soluzione di continuità nella chiesa italiana. Anzi, la successione è stata tanto più misurata, e anche posticipata, proprio per rintracciare il candidato ideale, che potesse dare seguito al solco tracciato, in sedici onorati anni di servizio, dal cardinale vicario di Roma. Allora, dopo le necessarie consultazioni con Ruini stesso e con il segretario di stato Bertone, papa Ratzinger ha preferito Bagnasco a uomini più quotati come il Patriarca di Venezia Scola e il cardinale di Milano Tettamanzi. Il prescelto è un personaggio perfettamente nella linea ruiniana e nel contempo vescovo in una sede decentrata: in fondo don Camillo lascia la presidenza della Cei ma resta vicario papale, e dunque la sua parola continuerà ad avere un peso specifico rilevante, davanti o dietro le quinte.
Bagnasco, in ogni caso, si è presentato subito con il suo abito di vescovo battagliero, personalità marcata e poco diplomatica, mettendo in chiaro nelle prime dichiarazioni: «Laicità significa autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa, ma non da quella morale», ha puntualizzato sui rapporti chiesa-stato, aggiungendo che «i cattolici devono dimostrare tutta la forza della loro identità». E sull’islam ha invocato «conoscenza reciproca, rispetto delle regole (tutti coloro che vivono qui devono rispettare le nostre leggi), approccio interculturale», cioè non tutto di una cultura esterna può essere importato in Occidente.
Sarà un tipo piuttosto bellicoso, insomma, e d’altronde Bagnasco sembra avere nel Dna l’immagine di una «chiesa guerriera»: per lo stato italiano il vescovo genovese è ancora un generale di corpo d’armata collocato a riposo. E’ noto alle autorità del ministero della Difesa, infatti, come «il vescovo con le stellette» che ha accompagnato i contingenti italiani in Bosnia, Iraq, Afghanistan e Libano. Certo, tutti ne elogiano «il grande equilibrio e la sensibilità istituzionale» e ne ricordano la formazione avvenuta accanto al cardinale Giuseppe Siri, anch’egli arcivescovo di Genova e presidente della Cei, grande protagonista della storia ecclesiastica italiana nell’ultimo quarantennio. Bagnasco è uomo navigato, dunque, che conosce i giochi politici della curia e sa destreggiarsi fra i corridoi del potere civile. Un uomo che, insegnando alla cattedra di «Metafisica e ateismo contemporaneo» alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, si è avvicinato al pensiero del card. Ruini e alla teologia di papa Ratzinger, nello sforzo comune di rispondere alle domande della cultura secolarizzata con la ragione umana.
I due «grandi elettori», allora, sono andati sul sicuro nello scegliere un uomo fidato, dalle caratteristiche pastorali, istituzionali e filosofiche in perfetta sintonia con il passato. Se Bagnasco saprà dare una sua impronta personale alla gestione della Cei – oggi tutta immagine e somiglianza di don Camillo – è ben difficile dirlo. Sarà comunque un compito arduo, e la lontananza dalla sede romana (interessante novità, dato che da oltre 20 anni la carica di vicario papale e presidente dei vescovi e erano unificate) potrà fornirgli un comodo alibi per lasciare invariato l’ordine costituito, le strutture, la burocrazia che Ruini ha modificato e rinnovato secondo i suoi disegni.
Con la nomina di Bagnasco si chiude, almeno sulla carta, la lunga stagione di Camillo Ruini, iniziata 16 anni fa, che ha segnato fortemente la chiesa italiana, nell’epoca di Wojtyla come in quella di Ratzinger. Una stagione che ha prodotto, a volte, il muro contro muro chiesa-stato. Che ha tracciato un modello di chiesa come lobby di potere, pronta alle alleanze con i partiti di turno al governo. Che ha cercato di compattare l’occidente sul collante di cristianesimo, trasformando il Vangelo in un’ideologia. E’ un’eredità pesante quella assegnata a Bagnasco: il nuovo nocchiero dovrà condurre la chiesa italica su acque che paiono piuttosto agitate.

Fonte: ilManifesto.it