Vattimo: l’alpinismo non fa per i gay

Non occorre accettare in tutte le sue implicazioni la teoria romantica del genio come follia per rendersi conto che molto spesso, o sempre, le grandi riuscite, nella vita dei singoli e in quella dei popoli e delle società nascono come risposte a grandi sfide. Del resto, se si vuole, proprio questa constatazione è un modo di sottrarsi alla magia dell’idea romantica, che implicherebbe una sorta di predestinazione, per cui «geni si nasce». Parlare di sfida lascia molto più spazio alla casualità delle vicende esistenziali, all’innatismo si sostituisce l’indeterminatezza delle relazioni in cui ciascuno si trova gettato.
Marc Batard dice a un certo punto dell’autobiografia che la sua omosessualità è senz’altro una disposizione naturale, che non è stata determinata dall’episodio di seduzione infantile e adolescenziale che gli è accaduto di vivere tra gli 11 e i 15 anni. Molto più ragionevolmente egli suggerisce che la persona di famiglia con cui ebbe quelle prime esperienze lo avesse oscuramente riconosciuto come una preda possibile, vedendo in lui più chiaramente di quanto lui stesso allora sapesse vedere. […]
Pur senza voler dar retta a questo sospetto, possiamo pur sempre domandarci perché l’essersi riconosciuto omosessuale rivelando la propria condizione alla famiglia, a cui è sempre stato legatissimo, e costruendosi infine una vita erotica e sentimentale vivibile, sia coincisa con l’abbandono dell’alpinismo. Ponendoci questa domanda, però, incontriamo anche la ragione, forse la principale, dell’interesse che ispira la sua storia. È che, come lui, anche noi non riusciamo a mettere insieme omosessualità e amore per la montagna, almeno non con questa passione professata in forme estreme. Sia Batard sia noi suoi lettori – pur passati attraverso l’esperienza anche e soprattutto politica della gay liberation – siamo ancora preda di antiquati pregiudizi? Certo in parte dobbiamo rispondere di sì. Comunque, è anche questo radicato pregiudizio che spiega l’eccezionalità della sua testimonianza. Più o meno, ci domandiamo ancora, come se si trattasse di un grande campione sportivo che fa il proprio outing? Ma l’alpinismo in forma estrema come lo ha sempre praticato Batard è davvero uno sport come altri?
Molti di noi – non è il caso di Batard, peraltro – hanno cominciato ad andare in montagna con uno spirito religioso. Si trattava anzitutto, per i nostri educatori, di abituarci anche fisicamente all’ascesi; persino negli scout «laici» con i quali ho fatto i primi campeggi nelle valli alpine, il motto era «estote parati», siate pronti – si intende a prestazioni estreme che vi potranno essere richiesti dalla solidarietà con il prossimo. Poi, naturalmente, c’era la purezza delle cime inviolate, il candore della neve («Maria nive candidior» era il nome di un rifugio posto sotto la protezione della Vergine ai piedi del Cervino); il Magnificat recitato in vetta una volta conclusa la scalata. Tutti elementi di un atteggiamento alpinistico-religioso che più tardi avremmo sottoposto a un’analisi secolarizzante: io stesso, ancora fervente cattolico e appassionato delle cime, quando scoprii la tresca di una guida che ammiravo con una sua cliente, peraltro moglie di un compagno di scalate, coniai ironicamente il motto «Con l’occhio puro e l’affetto chiaro del montanaro».
E se il giovane Marc avviato alla carriera di ebanista, o anche, più tardi, diplomato guida e maestro di sci, avesse colto più chiaramente le radici del suo «male di vivere», legandosi in un Pacs a un compagno capace di comprenderlo e farlo felice, avrebbe avuto una vita più «riuscita»? […]

Fonte: laStampa.it

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