I figli del prete

Da ragazzo, ogni volta che incontravo un mio coetaneo vestito con una certa eleganza e chiedevo in giro chi fosse, mi rispondevano immncabilmente che era il figlio del prete.

Pensavo che fosse un modo di dire derivante dal fatto che gli uomini di chiesa hanno la vita facile, ma un giorno un amico mi confidò che quei giovanotti fortunati erano tutti figli di Don Giorgino, un ubriacone che trascorreva le sue serate nell’osteria del paese.
Accortosi del mio interesse per la vicenda, l’amico mi propose di rivederci dopo cena e andare a bere qualcosa in quella osteria dove – mi promise – mi avrebbe fatto vedere cose turche.
Impettito come un tacchino, Don Giorgino si presentò puntuale all’appuntamento con l’oste, seguito da un codazzo di giovinastri schiamazzanti, si accomodò su una panca di quercia finemente intarsiata e ordinò da bere per tutti con voce stentorea.
Dopo aver tracannato una decina di bicchieri di malvasia, seguendo un rituale che andava avanti da tempo, l’insospettabile epicureo informò il suo pubblico che quella sera avrebbe parlato della più interessante delle sue avventure.
“Quando ero giovane e aitante – cominciò a raccontare compiaciuto – mi capitò di perdere la testa per la graziosa moglie di un farmacista e, per ottenerne la resa, cercai di persuaderla che i credenti devono adorare anche i rappresentanti di dio in terra. La donna tuttavia resisteva ai miei assalti, cosicché non mi restò altra via che stuprarla”. […]

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