Scienza libera dalla Metafisica

In un articolo intitolato Taking Science on Faith (traducibile in “La Scienza come Fede”), apparso sul New York Times il 24 novembre 2007, il fisico Paul Davies esprime l’opinione che la scienza, intesa come “forma di conoscenza del mondo […] basata su ipotesi suscettibili di essere messe alla prova”, ha, esattamente come la religione, “un proprio sistema di credenze basato su una fede”, perché “tutta la scienza deriva dall’ammettere che la natura è ordinata in modo razionale e intelligibile”. Per trasformare questa opinione in un’affermazione incontrovertibile sarebbe necessario riformularla (e la modifica non è di poco conto) nei termini più prudenti: “se si crede che tutta la scienza derivi dall’ammettere che la natura è ordinata in modo razionale e intelligibile, allora si deve riconoscere che la scienza ha un proprio sistema di credenze basato su una fede”. A conclusione del suo articolo, Davies sostiene poi che per superare il paradossale stato di cose insito nella sua opinione, “le leggi [della natura] dovrebbero trovare una spiegazione dall’interno dell’universo e non fare appello ad un agente esterno”. Mentre la seconda parte di questa conclusione appare assolutamente condivisibile, la prima non può essere accettata senza riserve. Tutta la questione merita di essere chiarita.

Spesso, nel discorso filosofico, oscurità, paradossi e assurdità derivano dall’uso di termini non sufficientemente ben definiti, che possono generare contraddizioni o falsi problemi (ossia domande alle quali neanche in linea di principio è possibile rispondere). Nell’articolo di Davies i termini cruciali sono “scienza”, “legge” e “spiegazione”. Sul significato di “scienza” come richiamato da Davies, non c’è possibilità di malinteso o dissenso. E’ invece opportuno precisare bene il significato di “legge” (nel contesto strettamente scientifico, naturalmente), e quello, non meno rilevante, di “spiegazione”.

LEGGE.
Il primo stadio di ogni scienza consiste nell’osservazione, registrazione e confronto di oggetti ed eventi (esistenti spontaneamente o prodotti in laboratorio) appartenenti ad una determinata categoria di fenomeni. Il secondo stadio consiste nell’analizzare, ordinare e confrontare questi dati primari alla ricerca di eventuali ripetitività nelle loro relazioni (“leggi” elementari). Leggi elementari diverse possono a loro volta essere messe a confronto e considerate insieme, e questo può a volte consentire la costruzione di un unico modello matematico capace di descriverle tutte (unificazione)… Attraverso successivi processi di confronto ed eventuale ulteriore unificazione di modelli diversi, si può così giungere a modelli di ampia portata, e si dice che i fenomeni da essi descritti “obbediscono alle leggi che regolano il modello”. Ma vanno sottolineati due fatti:
1) E’ il modello che deriva dalle osservazioni (e non viceversa): le leggi sono costruzioni della mente umana –soggette a determinate regole di coerenza logica- scelte in modo da prestarsi a descrivere le relazioni osservate tra eventi elementari, e rendono conto dei confronti (anch’essi consistenti in osservazioni) tra i modelli più semplici entrati in gioco nei vari stadi dell’edificazione della teoria
2) Ad ogni stadio di ampliamento di un modello, per gli eventuali fenomeni non contemplati allo stadio precedente si impongono test di compatibilità tra osservazioni e modello ampliato, e in caso di esito negativo, è il modello ampliato che sbaglia e va perfezionato o abbandonato.
Per conseguenza appare giustificato considerare ogni legge scientifica come descrizione di fenomeni e di relazioni tra fenomeni. Sia i fenomeni elementari, sia le loro relazioni ai vari livelli, sono oggetto di osservazione: quindi anche le leggi, per quanto astratta ed elaborata possa essere la loro formulazione, derivano in ultima analisi da osservazioni effettive o potenziali, e sono giustificate dall’efficacia del loro potere descrittivo. E le leggi sono costruite attraverso diversi stadi di raccolta e ordinamento di dati, costruzione di modelli tramite l’invenzione matematica, controllo di coerenza e compatibilità, il tutto effettuato e coordinato dalla mente umana senza alcun bisogno di ammettere l’”esistenza di qualcosa fuori dell’universo”, come un “insieme inspiegato di leggi fisiche”: le leggi della Natura sono descrizioni (approssimate) della realtà scritte, piuttosto che lette, dall’attività degli esseri umani.
Ad illustrare quel che si è detto valga il seguente richiamo di alcuni passi salienti dell’evoluzione della fisica moderna. A cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, le rilevazioni astronomiche eseguite da Tycho Brahe, poi dal suo allievo Keplero, hanno fornito a quest’ultimo gli elementi per formulare la legge delle orbite ellittiche dei pianeti, e le altre due leggi del moto planetario che portano il suo nome. Più tardi queste leggi, che già presupponevano la validità della geometria euclidea per la descrizione delle distanze nello spazio, assieme alle leggi della nuova meccanica di Galileo e Huygens hanno fornito a Newton le basi per la costruzione di una teoria unificata capace di render conto, appunto, dei moti planetari e di tutte le leggi meccaniche conosciute fino a quel momento. Nella costruzione della teoria ha avuto un ruolo essenziale anche la creazione, dovuta in gran parte allo stesso Newton, di nuovi, specifici strumenti matematici che hanno continuato ad essere sviluppati e a sostenere l’evoluzione della fisica anche nei secoli successivi.
La teoria newtoniana, considerata perfetta per oltre duecento anni, si è però poi rivelata incompatibile con nuovi fatti derivanti dall’ampliamento del campo di osservazione della fisica ai fenomeni elettromagnetici. La teoria della relatività, avvalendosi anch’essa di strutture matematiche nuove, ha superato queste incompatibilità introducendo un modello radicalmente modificato che supera la dinamica newtoniana e la stessa geometria euclidea, indicando al tempo stesso i limiti del loro potere descrittivo .
Il ventesimo secolo ha portato anche lo sviluppo della microfisica, che a sua volta ha contribuito a dare origine a nuovi rami della matematica in gran parte concepiti proprio per render conto degli aspetti completamente nuovi delle leggi a questo livello. Le “teorie quantistiche”, che affrontano questa nuova classe di fenomeni, comportano limiti di nuovo genere al potere descrittivo delle teorie “classiche” (compresa la relatività di Einstein). Una delle novità salienti delle teorie quantistiche è il carattere essenzialmente (sebbene non esclusivamente) statistico delle loro leggi.

SPIEGAZIONE.
Per “spiegare” (un fatto, o un concetto o un complesso di fatti o di concetti) si intende generalmente, rendere deducibile da fatti e concetti già accertati o accettati, ossia ricondurre a fenomeni già noti o a concetti considerati acquisiti. Se si accetta questo tipo di definizione, è chiaro che nella scienza una vera “spiegazione” può aver senso solo nell’ambito di una teoria logicamente strutturata, che descriva fedelmente le relazioni causali (osservate) tra fatti (osservati). Ricondurre fenomeni o leggi a qualcosa di non osservabile, lungi dal costituire una spiegazione nel senso detto, equivale, al contrario, alla rinuncia a spiegare. Così una legge fisica può a volte essere spiegata nell’ambito di una legge più generale (ad esempio, le leggi di Keplero possono essere spiegate nell’ambito del modello newtoniano). Ma per ogni teoria non estendibile, o per la teoria fisica omnicomprensiva (che attualmente non esiste ma la cui possibilità rientra nella “fede” di molti fisici), sarebbe vano pretendere di “spiegare” i principi ai quali l’assetto logico della teoria stessa dovrebbe consentire di ricondurre le altre leggi. I principi di una teoria non estendibile, quindi l’intera teoria, possono solo essere accettati in blocco per la loro capacità di descrivere tutti i fenomeni contemplati. Che si creda o no in una grande teoria unificata, il complesso di tutte le leggi fisiche non può dunque essere spiegato dal suo interno. D’altra parte, ricondurlo ad elementi esterni all’universo dei fenomeni non costituirebbe un progresso neppure sul piano logico, perché gli elementi esterni andrebbero a loro volta spiegati, e così o si determinerebbe o una circolarità analoga a quella esistente all’interno di un dizionario se ogni parola si considera “spiegata” dalla definizione che ne viene data nel dizionario stesso, oppure si dovrebbe creare una successione infinita di nuovi elementi ciascuno dei quali si spiegherebbe solo riconducendolo ai successivi.
Non si può dunque non essere d’accordo con Davies sul fatto che la spiegazione delle leggi non debba “fare appello ad un agente esterno” (all’universo), ma è evidente che le leggi non possono neppure “trovare una spiegazione all’interno dell’universo”. A meno che per “spiegare” non si intenda semplicemente prendere atto della validità della descrizione fornita dalle leggi, che è poi forse l’unico tipo di “spiegazione” – ma preferirei chiamarla “giustificazione”- di cui la scienza e gli scienziati hanno bisogno.

Per concludere, un invito alla cautela sulla plausibilità dell’idea metafisica di una teoria fisica omnicomprensiva: potrebbe dimostrarsi illusoria come l’idea che la teoria di Newton esprimesse “leggi universali immutabili e assolute” – un “dogma” ritenuto incrollabile per oltre due secoli ma poi crollato-. Oppure la sua credibilità potrebbe declinare progressivamente con il procedere della Scienza, come la convinzione di Einstein che tutte le leggi fisiche debbano essere deducibili da leggi strettamente deterministiche. Anche i più grandi della scienza possono essere tratti in inganno dalla metafisica!

Contributo di Antonio Crivotti

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20 commenti

Valentino Salvatore

L’assunzione di base dell’articolo del Times mi sembra una sorta di ad ignorantiam occultato. Mettere concezione fideistica (spirito fuori dalla natura, che agisce su questa) e concezione scientifica (natura si spiega nell’analisi dei suoi meccanismi interni) sullo stesso piano è abbastanza scorretto, perchè hanno gradi di plausibilità molto distanti e solo la seconda trova conferme effettive (e direi, sempre più conferme, in maniera “abbastanza” massiccia). Se ipotizzo che un sasso rotolerà dalla collina senza averlo visto, non è un atto di fede, ma un’ipotesi plausibile; ritenere che un sasso scali una collina è un atto di fede.
D’accordo sul fatto che non sia fattibile una teoria onnicomprensiva di matrice scientifica – dato che siamo intrinsecamente limitati, come i nostri strumenti – e che la scienza è costantemente rivedibile , ma ritenere che la natura sia in teoria analizzabile scientificamente non è una fede, dato che questo assunto (chiaramente estensione generalizzata di un’ipotesi) viene puntualmente confermato dalle analisi sul campo. Altrimenti, non staremo nemmeno qui a parlarne o a scriverne (sul pc poi!).

Fabio Milito Pagliara

riassumendo l’obiezione migliore è

il fatto che esistano leggi fisiche (ovvero comportamenti regolari) è esattamente quello che la scienza mette alla prova non lo prende in alcun modo come “FEDE”, ad ogni modo davies ha provato a correggersi ma si è incartato ancor di più

consiglio di leggere il dibattito su Edge che è sempre ottimo

http://www.edge.org

Daniela

ho letto l’articolo di davies, mi permetto di fare alune osservazioni. La prima domanda che mi sono posta è stata la seguente: perchè davies usa la parola fede e dice che la scienza è basata su un sistema di fede perchè ogni scienza è basata sull’assunzione che la natura è ordinata in modo intellegibile e ordinato? Fede? Ma se nel campo scientifico c’è sempre il lavoro costante, l’osservazione e la sperimentazione, la continua costante verifica di ogni ipotesi come fa davies a parlare di sistema basato sulla fede? Lo scienziato parte dallo studio di un determinato fenomeno e da lì fa delle potesi per verificare se quelle ipotesi che lui ha fatto sono valide o no.
Perchè l’idea che le leggi fisiche esistano senza una ragione è irrazionale? Davies non ce lo spiega. Si possono fare tutte le ipotesi possibili e immaginabili sull’esistenza di una determinata legge fisica ma poi c’è bisogno di avvolorare le proprie ipotesi, le proprie opinioni.
Davies parla come se le leggi fisiche non fossero le spiegazioni dei fenomeni naturali, non fossero legati alla natura delle cose, a ciò che osserviamo.
In sostanza quello di Davies è un discorso puramente metafisico slegato dalla scienza, ed usa la parola fede per sviare, non esiste nessun sistima basato sulla fede nel campo scientifico, il meodo scientifico e quindi la scienza non ha niente di fideistico, solo perchè una cosa non può (ancora ) essere spiegata non mi sembra il caso che scienziati affetti da un bisogno di assoluto e da esigenze metafisiche ed immutabili appioppno alla scienza etichette del tutto opinabili ed erronee.

Daniela

un ultima cosa la fisica newtoniana non è errata e non è stata cancellata dalla relatività di einstein, ma è ancora valida, gli ingegneri la utilizzano ancora.

Lucy Van Pelt

@Daniela

Sono assolutamente d’accordo: “fede” e “scienza” sono due termini assolutamente incompatibili! Il metodo scientifico non ha alla base il credere, ma l’ipotizzare e il provare

OF

é giusto avere fiducia nella scienza (perché ha mostrato di meritarla ed é possibile un ripensamento), ma non fede. La fiducia può e spesso é razionale ed in ogni caso rimessa in discussione, ma la fede é per definizione irrazionale e dogmatica.

fra Pallino

purtroppo per voi la stessa matematica ha un chè di “religioso” se per religioso si intende un sistema di idee basato su enunciati indimostrabili…

BX

Il tema è appassionante e tutt’altro che risolvibile con inerventi su un blog… ma una qualche considerazione di massima penso di poterla fare, avendo affrontato la questione del rapporto scienza-religione (secondo le mie capacità, naturalmente) in altra sede.
La considerazione di fondo, molto elementare, è questa. La religione rappresenta il tentativo di dare una risposta ‘positiva’ (tentativo destinato al fallimento proprio perché ha preteso di essere una risposta positiva, asseverativa) ai perché posti dalla condizione umana. La scienza, percorrendo l’unica strada giusta perchè l’unica percorribile proprio in relazione alla condizione umana… è però mossa dalla stessa esigenza! Se così non fosse, non avrebbe elaborato quel sapere ottenuto con quei procedimenti che chiamiamo scientifici. Da questo punto di vista allora l’aggancio con la metafisica è perfettamente plausibile, purchè per ‘metafisica’ non si intenda ‘fede’, ma ESIGENZA METAFISICA. E a questo punto accenno solo a due questioni:
– non tenere conto di questa ‘esigenza metafisica in quanto esigenza’ rischia di cacciare la fede dalla porta e farla rientrare dalla finestra, per cui non diventa del tutto improprio, in queste condizioni, parlare di una forma di fede. Quanto meno come atteggiamento psicologico, meglio (peggio) inconscio. Con terribili conseguenze circa l’utilizzo delle conoscenze rese possibili dalla scienza;
– questa ‘esigenza metafisica’ d’altra parte ha influito in modo decisivo, e a mio parere non può non continuare ad influire, sui procedimenti stessi della ricerca scientifica, rendendo anche in questo caso plausibile l’aggancio con la metafisica, purchè intesa sempre e solo come esigenza. E non mi riferisco solo al ben noto fatto che Galileo ha elaborato il metodo sperimentale sulla base della convinzione che dio – e quindi la natura, ma in quanto così voluta da dio – ha “scritto il mondo in caratteri matematici”… che Newton ha elaborato le sue teorie e formulato le sue leggi sul presupposto dell’esistenza di un Architetto divino, anzi, meglio, per ‘dimostrarne’ (circolo vizioso) l’esistenza… che Einstein se ne sia uscito con la famosa affermazione (che per altro andrebbe contestualizzata per cogliere la vera intezione del suo autore) che “dio non può aver giocato a dadi col mondo…
non solo per questo, ma perché l’esigenza di una ‘OGGETTIVITA’ DELLA NATURA”, comunque riscontrabile e con caratteri sempre da cercare e sperimentare, costituisce quel punto di riferimento che, per esempio Kant, chiamava ‘la cosa in sé’: inconoscibile per sua natura, ma pur sempre certamente esistente. Come ciò che sta all’origine del tutto. Che l’uomo di fede chiama dio, che lo scienziato coerente non si preoccupa di chiamarlo in alcun modo e nemmeno lo ricerca perchè lo sa inconoscibile, ma che non può far finta che non esista come esigenza conoscitiva.
In conclusione (si fa per dire): non è che la scienza debba liberarsi della metafisica, perché non può, ma deve considerare la metafisica come esigenza destinata a rimanere tale. Può sembrare una considerazione destinata a lasciare il tempo che trova. Io credo di no.

Magar

Pallino, quali sarebbero gli “enunciati indimostrabili” della matematica? Ti prego, dimmi che la risposta non è “gli assiomi”…

Massimo

Dimostrazione semplice del prché decade la metafisica.
Il conosciuto occerre sia compreso comprendendo anche il modo che ognuno ha di conoscere, e poiché ogni essere vivente conosce in modo caduco e finito per se stesso, le cose conosciute non possono che essere interne alle cose conoscibili e le cose conoscibili alle sconosciute.
Quindi, se “le cose” (si come gli esseri viventi) sono “solo” plurali, il conosciuto ed il conoscibile possono ottenere rilevanze “totali” solo per ciascun idividuo per se stesso (senza che il “totale” di ciascuno possa mai essere il “totale” di qualcun altro da se medesimo).
Perciò, ogni altro ragionamento “unitario” è gratuito, ozioso ed infine, per adesso, privo di alcuna dimostrazione plausibile contraria alla pluralità dell’esistente.

Giuseppe Murante

La scienza, come metodo sperimentale, si basa sul principio di ripetibilita’. Se faccio cadere un grave oggi, domani e tra un secolo, mi aspetto che cada nello stesso modo.
Questo e’ un principio, e come tale non dimostrabile, ma resta pur sempre falsificabile e NON falsificato.
C’e’ una profonda differenza con la fede, intesa in senso religioso, che (come al solito) si basa pure essa su principi, che pero’ NON sono falsificabili.

Non credo che la scienza intenda dare risposte a domande metafisiche.
Tra l’altro, molte domande “metafisiche” non hanno una risposta perche’ semplicemente sono mal poste.
Esempio classico:
che senso ha la vita?
Questa e’ una domanda mal posta perche’ implica che ne DEBBA avere uno (personalmente non credo che ne abbia, se si intende “senso” in termini finalistici).

Altro e’ che molti scienziati abbiano MOTIVAZIONI metafisiche. Questo e’ ovvio, dato che gli scienziati sono persone come tutte le altre, alcune buone altre cattive, alcune atee (oggi, molte) ed altre religiose (oggi, tra gli scienziati, poche).
Gli scienziati nazisti, ad esempio, han fatto dell’ottima scienza, e cosi’ molti preti. Riconoscere cio’ non vuol dire accettare le motivazioni (naziste o religiose che siano) che spingevano queste persone.
Sia chiaro che NON intendo con la frase di sopra accostare religione e nazismo, ho scelto soltanto due esempi di “male” e “religiosita’”.

Quanto ad Einstein… quella frase dal sen fuggita e’ la sua maledizione, rischia di essere ricordato piu’ per quella che per la relavitita’… In molti altri scritti ed interviste Einstein ha chiarito *inequivocabilmente* di NON credere in una divinita’ personale, ma di avere una religiosita’ di tipo naturalistico, alla Spinosa per intendersi. Ed in QUEL senso ha detto “dio non gioca a dadi”. Sostituite dio con natura ed avrete una rappresentazione molto migliore di quel che intendeva. In quello che si dice entrano i condizionamenti culturali, oltre alle credenze personali!

BX

X Massimo
Il ragionamento ‘unitario’ (sinonimo, immagino, di ‘metafisico’) è gratuito e ozioso se, come giustamente argomenti, si pretende di considerarlo in grado di giungere ad una qualche ‘totalità’ che non può che essere parziale, quindi niente affatto totale… ma il discorso cambia – come ho cercato di illustrare per sommi capi in un intervento precedente – se si considera quella metafisica una esigenza inscindibile dalla condizione umana.
E il fatto che sia destinata a rimanere tale, cioè pura esigenza mai soddisfatta, non legittima, anzi lo rende sommamente pericoloso, il suo misconoscimento. Perché? Perchè l’esigenza resta e si può trasformare proprio in ‘fede’ tanto più quanto più la si rimuove, aprendo la strada a ciò che ogni scienziato consapevole (v. le perplessità non solo etiche, ma proprio anche epistemologiche, di Einstein e di altri) deve sempre temere: all’apprendista stregone.

BX

X Giuseppe Murante.
Se il riferimento alla frase di Einstein si riferisce al richiamo che ne ho fatto in un intervento precedente, ci tengo a chiarire – come ormai anche i poco competenti come me sono al corrente – che anch’io ho accennato al suo sostanziale fraintendimento.
Per il resto, come puoi vedere se ti va di scorrere quanto ho provato ad argomentare, trovo nell’articolo di Paul Davies, pur partendo da presupposti diversi, più di un punto di convergenza con ciò che anch’io – non da scienziato, che non sono, ma da aspirante libero pensatore – penso.

Giuseppe Murante

@BX:
Tu scrivi:
lo scienziato coerente non si preoccupa di chiamarlo in alcun modo e nemmeno lo ricerca perchè lo sa inconoscibile, ma che non può far finta che non esista come esigenza conoscitiva.

Personalmente (qui non stiamo discutendo ti temi scientifici, e ogni opinione ha diritto di cittadinanza purche’ argomentata – salviamo almeno il razionalismo, dai! 🙂 ) non sono del tutto d’accordo.
Lo scienziato coerente non si preoccupa di questi argomenti non perche’ li sa inconoscibili ma perche’ li sa al di fuori dalla possibilita’ di ricerca scientifica, in quanto NON SPERIMENTABILI. Poi, alcuni scienziati (tra cui il sottoscritto), non so quanto coerentemente, ritengono anche che molte di queste “esigenze conoscitive” metafisiche derivino da domande mal poste. Che oltretutto, almeno qui in occidente, sono mal poste soprattutto a causa di (pessime) influenze culturali idealiste E cristiane.

Scrivi anche:
In conclusione (si fa per dire): non è che la scienza debba liberarsi della metafisica, perché non può, ma deve considerare la metafisica come esigenza destinata a rimanere tale.

Ed ancora una volta, non sono d’accordo: la scienza non “deve” liberarsi della metafisica, ma ha tutte le carte per limitarsi ad ignorarla. In questo senso, se ne puo’ liberare eccome.
Inoltre, la scienza non “deve” considerare niente, perche’ non si tratta di una filosofia o di un tentativo di creare un sistema di pensiero monolitico, ma solo di un (ottimo) metodo di indagine sui fenomeni naturali.
Sta alla filosofia (per esempio, il razionalismo scettico) decidere se alcune domande metafisiche sono “esigenze destinate a rimanere tali” o sono perfettamente superabili *anche* alla luce di quello che la scienza ci ha consentito di apprendere sul mondo.

BX

X Giuseppe Murante
“Lo scienziato coerente non si preoccupa di questi argomenti non perché ‘li sa inconoscibili’ ma perché li sa al di fuori della possibilità di ricerca scientifica, in quanto NON SPERIMENTABILI.”

Scusa, ma non vedo la differenza. Il problema che ponevo io era se lo scienziato deve o non deve considerare una ‘esigenza conoscitiva’ proprio ciò che per altro sa che non potrà mai conoscere… ma che nello stesso tempo è l’orizzonte entro il quale si muove e del quale deve sempre essere cosciente. Questo – lo so bene – in genere per lo scienziato in quanto scienziato non ha nessuna importanza perché, nella prassi della ricerca, non c’è alcun bisogno di tenerne conto, lo ritiene ininfluente e comunque basato su ‘domande mal poste’.
Ora io mi chiedo: sono ‘domande mal poste’ perchè la scienza non può rispondere o perchè sono domande inutili? Questa per me è una questione cruciale proprio perchè è da qui che dipende ciò che la scienza dice – a mio parere sbagliando – che non dipende da lei in quanto scienza: l’applicazione delle conoscenze scientifiche! Questo neutralità ‘in quanto scienziato’ (io la chiamo schizofrenia), che lui lo voglia o no, lascia che ad orientare la sua ricerca, anche negli aspetti proprio tecnici, siano, per un verso le ideologie (o le religioni, che è lo stesso), e per un altro verso il potere politico ed economico. Con i risultati che vediamo: scoperte straordinarie e, rovescio della stessa medaglia, rischi straordinari.
Ciò che non posso conoscere non è per questo che non esista: esiste come esigenza, altrimenti non direi nemmeno che non lo posso conoscere.

zorn

@Magar

Dipende dalla tua teoria di riferimento. Vi sono proposizioni NON dimostrabili in certe teorie MA dimostrabili in altre.

Le proposizioni non dimostrabili in nessuna teoria coerente sono tutte e sole le contraddizioni logiche.

Ovviamente l’argomento è assai più complesso di quanto scritto in poche righe ma spero di essere stato chiaro a sufficienza.

Silesio

Dobiamo comunque accettare il fatto che non tutto è pensabile, non tutto è rappresentabile, per la semplice ragione che il nostro cervello è uno strumento limitato che consente di operare alcune sintesi e non altre. Se l’organo è incompleto non si capisce perché si voglia pretendere delle conoscenze “complete”. Arrivato ai limiti si arriva a girare su se stessi e a menare il can per l’aia ponendosi le solite questioni senza capo ne coda. Poi non è assolutamente vero che laddove finisce la ragione incominci “la fede”. Fino a prova contraria, le conoscenze cosiddette metafisiche o pseudoreligiose, con visioni, apparizioni, ascolto di voci ecc. non provengono dall’azione di una massa cerebrale iperfunzionante, ma piuttosto da qualche lesione o malattia dell’organo. Per il resto tutta la questione sollevata mi sembra una questione scolastica, accademica o di vocabolario. Credo che da almeno 2500 la filosofia (da Aristotele in poi) stia rimuginando sulle solite cose di Davies.

BX

X Silesio.
“Se l’organo è incompleto non si capisce perché si voglia pretendere delle conoscenze ‘complete'”.

Ma in base a che cosa verifichi che l”organo è incompleto’ se non in base all’esperienza che esistono domande cui non sa rispondere? Non puoi rispondere, ma non puoi negare l’esistenza reale delle domande e l’esigenza, implicita in ogni domanda, di avere una risposta. Chiamala come vuoi (io la chiamo ‘esigenza metafisica’), ma, ripeto, non puoi negarne l’esistenza in quanto connaturata alla condizione umana. Questo è un ‘dato’ come qualsiasi altro dato che costituisce il contenuto della coscienza.
La filosofia avrà pure ‘rimuginato’, come dici tu, ma se vuoi rifarti all’esperienza come ogni scienza deve fare, non puoi negare questo contenuto. Non ne ricavi alcuna conoscenza fruibile? Ne ricavi quel richiamo continuo ai limiti conoscitivi in cui ogni conoscenza acquisita deve essere collocata. Non è cosa da poco, perché e proprio ciò che evita che si finisca per cadere nella ‘fede’. Con tutte le conseguenze ‘irrazionali’ che ogni fede comporta. Che anche la ‘fede’ nella scienza comporta. Parlano i risultati: scoperte straordinarie sempre accompagnate da rischi straordinari.
E questo non lo si può liquidare, come in genere si fa, deresponsabilizzando la scienza e rimettendo tutto all’etica… Vedi?, la famigerata filosofia nella sua veste, adesso sì, di pura metafisica, perché, buttata fuori dalla porta, è fatta rientrare dalla finestra mentre si continua a tenere d’occhio la porta. Lasciata fuori controllo, non è più metafisica come esigenza, ma ‘fede’.

Il Filosofo Bottiglione

il metodo scientifico sperimentale ci ha permesso di giungere a conoscenze notevoli, sebbene non assolute.
ma l’aspetto forse ancor più importante rispetto alla quantità o alla qualità di tali conoscenze è che esse sono sostanzialmente condivisibili.
ciò non accade con le considerazioni di tipo metafisico, per quanto ci si possa confrontare, ogni posizione resta egualmente vera.
ciò non toglie che restino legittime in tutta la loro pienezza quelle famose domande di cui tanto si parla. ma almeno ormai si riconosce che ad esse non necessariamente esiste risposta e tantomeno è obbligatorio inventarsene una.
inoltre non dimentichiamo che la scienza ha dato un importante impulso alla filosofia. molti scienziati, tra l’altro, escono dal puro ambito tecnico, per essere anche un poco filosofi.
cosa c’entrano la teologia, il dogma, la fede con tutto cio? poco. c’entrano nella misura in cui anche queste cose concorrono al dibattito filosofico.

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