Famiglia Cristiana, l’Ateo ed Internet

Il quotidiano “La Stampa” riporta la notizia del declino di “Famiglia Cristiana”, il settimanale più diffuso e più letto del mondo cattolico (vedi: “Tramonta l’Eta dell’Oro di Famiglia Cristiana”). Si potrebbe avere la tentazione di festeggiare ma… Famiglia Cristiana è pur sempre stata un potentissimo strumento di comunicazione e di proselitismo per decine di anni e difficilmente cadrà nell’oblio nel giro di qualche mese. Il gatto, quindi, è ancora piuttosto lontano dal sacco. Piuttosto, questa notizia può essere di stimolo per qualche riflessione che ci riguarda direttamente.

I Miracoli quotidiani del Consenso

Famiglia Cristiana è un esempio vivente di cosa possa produrre, nei fatti, un consenso vasto e diffuso. La presenza di centinaia di migliaia di chiese, diffuse in ogni angolo del paese, e di milioni di Fedeli, ha creato un mercato, vasto e molto ricettivo, per l’editoria Cristiana/Cattolica. Che questo mercato esista è un fatto noto e largamente sfruttato dal mondo editoriale. Non solo esistono case editrici specializzate in questo (discutibile) tipo di pubblicazioni ma, addirittura, il mercato editoriale “mainstream” ne risulta pesantemente condizionato. Autori come Susanna Tamaro devono il loro successo proprio alla loro capacità di “entrare in risonanza” con la “sensibilità” di questo pubblico. Le virgolette intorno a “sensibilità” sono dovute al fatto che questa sensibilità si esplica soprattutto in un perverso amore per i luoghi comuni e per il moralismo di bassa lega. Mi risulta quindi difficile considerare la sensibilità dei lettori di “Va dove tiporta il cuore” in modo analogo a quella che muove i lettori di, per esempio, “L’uomo che cadde sulla Terra” di Walter Tevis.

Questo mercato editoriale “cattolico” ha, ovviamente, un enorme valore economico e, altrettanto ovviamente, crea a sua volta un vasto bacino di consenso. Il suo valore economico muove appetiti che hanno ben poco a che fare con il Cristianesimo. Non sono rari i casi in cui le gerarchie ecclesiastiche si spendono a favore di questa o quella pubblicazione, a tutti i livelli. Sarebbe interessante, ad esempio, sapere quanti milioni di euro, provenienti dai fondi statali per la Stampa, finiscono nelle casse di questi editori cattolici (e sarebbe interessante confrontarli con i finanziamenti che arrivano a case editrici “di sinistra”, della “sinistra radicale” e del mondo ateo/agnostico). Il consenso che crea, a sua volta, questo enorme mercato editoriale è tale da influenzare la vita politica del paese. Basti pensare alla capillare penetrazione nelle famiglie italiane che proprio Famiglia Cristiana riesce a garantire alle idee delle gerarchie ecclesiastiche in tema di divorzio, aborto, adozione, ricerca scientifica e via dicendo.

Per costruire un consenso così vasto e diffuso come quello che sostiene Santa Romana Chiesa ci vogliono ovviamente molto tempo, molti soldi, molti strumenti e molti “operatori” (Sacerdoti, Preti, Suore, etc.). I Cristiani hanno cominciato a lavorare al loro “meccanismo di comunicazione di massa” circa 2000 anni fa e da allora hanno investito in esso praticamente tutte le loro risorse (le Religioni consistono essenzialmente in questo). Non c’è quindi da stupirsi del loro successo.

C’è però da imparare qualche lezione o, quanto meno, da fare qualche riflessione.

Il Caso EUFIC

Da un paio d’anni, sono abbonato a “Food Today”, la newsletter cartacea che EUFIC spedisce gratuitamente a chi ne fa richiesta. EUFIC è una fondazione scientifica, senza scopo di lucro, che tenta di divulgare informazioni fondate e scientifiche sulla sicurezza alimentare. Food Today è un semplice foglio di carta formato A3, piegato in due, in modo da ottenere un minigiornale composto da 4 pagine A4. Contiene un paio di brevi articoli e qualche immagine. Viene spedito a casa, per posta, ogni due mesi. La sua utilità non è tanto quella di trasmettere delle informazioni. Non c’è fisicamente lo spazio per questo. Piuttosto, serve a far conoscere EUFIC, il suo sito web (molto più interessante della newsletter) e le sue attività.

Food Today è interessante perchè mostra chiaramente come vengono affrontati dalle fondazioni di alto livello alcuni classici problemi della comunicazione: la difficoltà di accesso ai media, la dispersione dei lettori tra i vari media e la difficoltà di creare una audience ricettiva.

Non tutti frequentano Internet ed il Web. Solo pochi di questi fortunati incappano, per un motivo o per l’altro, nelle informazioni che si desidera far conoscere. Per questo è fondamentale avere un mezzo di comunicazione alternativo rivolto a coloro che ancora non conoscono la fondazione (non ai soci). In altri casi, questo mezzo può essere la TV o la Radio (si pensi a Radio Maria, ad esempio) ma i costi di gestione di questi canali sono normalmente proibitivi per una piccola fondazione. Per questo motivo, molte fondazioni e molte aziende stampano e distribuiscono una newsletter od una “company magazine” cartacea studiata appositamente per fare opera di proselitismo (si, proprio “proselitismo”. Non bisogna vergognarsi delle parole). Anche Famiglia Cristiana è nata in questo modo, decenni fa.

Una cosa che però non poteva fare Famiglia Cristiana, fino a qualche anno fa, era incanalare i suoi lettori verso uno strumento di comunicazione molto più ricco, potente, flessibile ed economico della carta: un sito web. Come avrete notato, praticamente tutte le pubblicazioni cartacee di oggi citano in bella vista il sito web del loro editore. Quello, il sito web, è il vero strumento di comunicazione. La newsletter cartacea è soltanto un volantino con cui si cerca di farlo conoscere. Anche Food Today funziona in questo modo.

Una newsletter come Food Today ha anche un’altra funzione: permette di mettere in circolazione, anche tra i non-internauti, alcune “pillole” di informazione che il lettore deve conoscere prima di poter essere interessato alla lettura del resto. Nel caso di Food Today, queste pillole sono frasi come “Vengono effettuati controlli sistematici sui cibi. (Volete sapere quali?)” oppure “Non è sempre vero che mangiare olii e grassi fa ingrassare. (Volete sapere perchè?)”. Queste briciole di informazione si chiamano “memi” e sono fondamentali per creare quella sensazione di “già sentito” che mette la mente nella giusta disposizione per l’ascolto (curiosità di approfondire e sensazione di poter dominare le risposte).

Personalmente, credo che dovremmo imparare qualcosa da questo esempio.

Siti Web e Social Networking

Al giorno d’oggi, la comunicazione “vera”, quella che richiede molte parole, molte immagini, magari anche molta discussione per essere acquisita e digerita, viene fatta da tutti attraverso il web. Non c’è strumento migliore di questo, nemmeno la TV. La TV, infatti, ha il difetto di dover essere stupida e divertente. Non può permettersi di non esserlo perchè deve competere con il trash degli altri canali, nettamente più digeribile. Non è quindi lo strumento adatto per fare discorsi seri.

Sul web è possibile parlare di cose che, in TV, farebbero addormentare anche un bambino di 5 anni (i genitori sanno di cosa parlo…). Sul web, le cose più controverse possono essere facilmente approfondite, discusse e digerite. Per questo motivo il web convince e fidelizza (anche senza ricorrere a sporchi trucchi da comunicatore).

L’ultima frontiera del web, come saprete, sono le community, cioè il cosidetto “social networking”. Queste community, quando non sono “pilotate” dall’esterno, si comportano come veri e propri gruppi fisici di persone, con le stesse dinamiche e la stessa coesione. Inimicarsi una community web è esattamente come inimicarsi un sindacato. E se la community è grossa, sono guai seri.

Non è certo un caso che anche Famiglia Cristiana abbia il suo bravo sito web (vedi: http://www.famigliacristiana.it/) e che questo sia al centro del progetto di rimodernamento delle edizioni San Paolo. Non mi stupirei affatto se i nostri amici cattolici iniziassero anche a fare uso di tecnologie di social networking come MySpace, Ning, Facebook, WordPress e simili.

L’Ateo

Come noto, l’UAAR ha una sua pubblicazione, l’Ateo. L’Ateo, tuttavia, è qualcosa di molto diverso dalle pubblicazioni di cui abbiamo discusso finora.

In primo luogo, è destinato agli iscriiti UAAR. Questo vuol dire che serve come strumento di informazione e di scambio interno ma che ben difficilmente potrà mai raggiungere nuovi lettori. In secondo luogo, è una “company magazine” di tipo piuttosto impegnativo: molto testo, qualche vignetta, livello culturale e filosofico solitamente molto elevato (per fortuna!). Questo vuol dire che difficilmente può essere letto mentre si aspetta di entrare dal dentista.

Personalmente credo che, come soci ed attivisti UAAR, dovremmo cominciare a riflettere sulla opportunità di affiancare all’Ateo una pubblicazione più adatta alla diffusione verso simpatizzati, organizzazioni e strutture esterne che, per varie ragioni possono accogliere un messaggio del genere. Poter disporre di uno strumento più agile e politicamente più “morbido” de l’Ateo, cioè di qualcosa di simile a Food Today, potrebbe essere una carta vincente in questa lotta per la nostra fetta di attenzione dei lettori (di questo, in fondo, si tratta).

Potete dire quello che ne pensate usando i commenti qui sotto.

WordPress

Curiosamente, il mondo “razionalista” fa un uso abbastanza limitato di Internet per comunicare con gli altri. Che la maggior parte della gente usi il web solo per vedere le partite di straforo può anche essere fisiologico ma certo fa riflettere.

Al giorno d’oggi, basta collegarsi a http://wordpress.com , fornire un indirzzo di posta elettronica ed una password per creare un blog. Il blog in questione è facilissimo da usare e può essere facilmente reso “bello”. Perchè allora, molta gente, che pure ha chiaramente molto da dire, non ne approfitta? Questo è particolarmente vero per i nostri siti periferici e per i nostri simpatizzanti. Solo una parte di loro fa sentire la loro voce sul web. Questo è un peccato.

Più siti “razionalisti” ci sono, più è facile imbattersi in essi. Più articoli diversi ci sono, più è facile imbattersi in essi. Più ci si imbatte in queste cose, più la nostra voce diventa udibile. Più riusciamo a farci sentire e più difficile diventa ignorarci.

Conclusioni

Prima che vi precipitiate da Toys a comprare la scatola del Piccolo Chimico e tentiate di sintetizzare la nitroglicerina in salotto, lasciatemi dire un paio di cose. Una newsletter od un sito web, anche se modesti ed a circolazione limitata, sono pur sempre “comunicazioni a mezzo stampa” e come tali vanno trattate. Se offendete qualcuno, o ve ne prendete gioco in modo inadeguato, è facile ricadere nel reato di ingiurie. Se divulgate informazioni dannose per qualcuno, potreste cadere nel reato di diffamazione. E questo non dipende dal fatto che le informazioni siano più o meno vere ed esatte. Si può diffamare qualcuno anche dicendo cose vere e dimostrabili. Oltre a questo, certe strategie di comunicazione sono, per l’appunto, strategie e quindi vanno definite e concordate a livello strategico (cioè con la direzione nazionale).

Detto questo, sappiate che se volete mettere in piedi la vostra newsletter o il vostro sito web, potete contattarmi liberamente agli indirizzi in calce. Sarò lieto di raccontarvi il poco, o il tanto, che so di questo “mestiere”. Nel frattempo, vi consiglio comunque di leggere i seguenti due libri. Fanno bene allo spirito, qualunque sia la vostra predisposizione nei confronti di questi argomenti e qualunque sia la vostra professione.

Le armi della Persuasione

L’età della Propaganda

(Fate click sui link per vedere le schede descrittive)

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

24 commenti

Razionalismo

Perchè non prendere esempio dai catto-talebani di Petrus/papanews?

Il loro tipo di comunicazione non è solo di nicchia, ma anche “generalista”: chiedono un’opinione a Totti (sic!) sulla enciclica Spe Salvi, Moggi fa l’editorialista.

Io mi immagino una costola di Uaar News con i contributi di Barbara Alberti, Luttazzi o persino del conservatore Massimo Teodori (che quando smette di parlare dell’11/9 o Casa Bianca e affronta questioni religiose è semplicemente geniale).

chiericoperduto

Mah.. io prenderei spunto da Food Today come stile di comunicazione che può “incuriosire” e portare la gente sul web ad informarsi maggiormente (a quel punto gli si aprirebbe un intero universo) e pur non potendo arrivare alla levatura culturale dell’Ateo non scenderei al generalismo di bassa lega di Petrus/papanews. Eviterei i vari Totti e Moggi e punterei su nomi più autorevoli.
Non dimentichiamoci che spesso il livello di istruzione di chi si affaccia all’ateismo è molto più elevato del devoto cattolico.

jhc

La proposta di una versione più “divulgativa” dell’Ateo mi sembra ottima: di solito i simpatizzanti interessati ad approfondire l’argomento ateismo che provi ad agganciare attraverso il “nostro” periodico, rinunciano facilmente alla lettura.

Roberto Grendene

1) L’Ateo e’ rivolto agli iscritti, ma no solo. A Bologna e provincia diverse biblioteche sono abbonate. Paga l’uaar, naturalmente, mentre per l’Avvenire, Famiglia Cristina, l’Osservatore Romano (e altre riviste anche di religioni minori) paghiamo probabilmente noi cittadini. Vedi
http://uaarbologna.altervista.org/fatto.html#ProtestaSalaBorsa

2) Alessandro, l’accostamento «tra case editrici “di sinistra”, della “sinistra radicale” e del mondo ateo/agnostico» e’ parziale. Mettiamoci dentro anche case editrici di destra liberale e laicista, di radicali, di lobero pensiero in generale.

Ciao
Roberto Grendene

Marco Bonifacio

…a patto di non scendere MAI a compromessi sui principi fondamentali.

Avete idea di quanto costi mettere in atto un impresa del genere? Si potrebbe sostenere solo inserendo della pubblicità (considerato la crescente repulsione verso la chiesa potrebe avere un buon bacino di utenza da “vendere” agli inserzionisti pubblicitari…ma non dimenticate che siamo in Italia!). Una volta diventati, de facto, economicamente dipendenti da qualche big spender poco superstizioso, potrebbe essere richiesto -sì- il costoso compromesso alla nuova strttura ormai in piedi. E questo non deve accadere. Siete un faro nel buio in Italia. Meglio restare di nicchia che rincorrere le masse e la copertura di bilancio.

Una soluzione potrebbe essere una fondazione autonoma (e fallibile), una sorta di sottomarca UAAR sperimentale destinata al grande pubblico.

Marco Bonifacio

^_^ al commento di sopra ho dimenticato un apostrofo e una “u”.

utopia

i blog di atei non sono mosche bianche, ma hanno in difetto di non comunicare molto tra di loro. Un esempio di ottima comunicazione sono gli aggregatori, ovvero una persona linka il proprio articolo (post) in uno spazio comune. I modelli principali sono Technorati (un calderone), Fuffaggregator (un calderone più snello) e Tocqueville.it (liberali e conservatori). Se facessimo una cosa simile a Tocqueville sarebbe un ottimo investimento, il cui unico costo sarebbe quello umano della persona che sceglie i post. per capire meglio, visitatelo.

Utopia

Marco.g

Sfortunatamente, le persone che hanno molte cose da dire sono spesso anche quelle che hanno poco tempo per dirle. La televisione, e in Italia sempre più spesso anche i giornali che, caso unico nei paesi occidentali, vanno spesso a rimorchio della prima, sono pieni di persone che non hanno niente da dire, ma hanno l’opportunità per stare lì a ripetere le loro vacuità senza bisogno di fare altro per campare. E questo perché evidentemente in Italia esiste un numero consistente di persone che non hanno altro da fare che starli ad ascoltare.

Nei paesi avanzati, questo è di solito un fenomeno di nicchia che riguarda dei marginali. Da noi invece è un fenomeno che rischia di fare diventare “marginale” tutto il paese.

Scardax

Perché non pensare anche ad un forum dell’UAAR? Potrebbe essere interessante, e magari attirare diverse persone…

Flavio

@ Alessandro

Come chiuso il forum! E’ lì attivo e richiede un sacco di lavoro ai moderatori… l’Uaar ha cercato negli ultimi anni non solo di offrire modi di comunicare tra gli atei ma di mantenerli ad un certo livello di qualità.
Ovvio che farlo in rete è molto più immediato ed economico di ogni altro mezzo.

lorenzo a.

l’ateo a cominciare dal nome non è fatto per la divulgazione, un cattolico anche se non credente penserà che sia un opera del demonio e che il solo contatto con esso possa comprometterne la “salvezza”.

sarebbe più opportuno un titolo diverso perchè molte delle persone che dobbiamo convincere sono piene di pregiudizi. Ma sono tante le persone che vorrebbero sentire l’altra campana solo per il fatto che la ccar non li convince.

per costoro l’uaar può fornire un giornale che li aiuti a dare una struttura al proprio stato di non credenti e non li faccia sentire solo “cattolici non praticanti”.

Markus

Scusate se ritorno ritorno su un problema per me fondamentale.

Questo è un Paese in cui la Costituzione, del 1948, all’articolo 21 dichiara al libertà di parola.

Il nostro codice penale invece è ancora quello degli anni 30, il codice Rocco, nato dopo il concordato ed in piena epoca fascista.

La conseguenza è che puoi dire quello che vuoi, farti denunciare e poi condannare salvo avere tempo e voglia di impugnare gli articoli davanti alla Consulta se e solo se il giudice penale ti ci rimanda. E la discrezionalità è totale.

Se vogliamo smettere di essere un Paese con libertà di parola vigilata, dovremmo abrogare tutti i reati di diffamazione, ingiuria, vilipendio, i riferimenti a concetti come la morale, il buon costume, il senso del pudore.

Chiaramente non sono un giurista, ma la mia posizione è quella di chi crede che le parole sono solo parole e come tali vanno considerate. Negli Stati Uniti è possibile bruciare croci e bandiere. Nessuno pensa che questo sia un vilipendio, anzi, si ritiene che lo sia impedire agli altri di manifestare il proprio pensiero.

So che poi ogni nazione ha le sue contraddizioni, ma se vogliamo iniziare a progredire, dobbiamo essere liberi di parlare liberamente, anche di sbagliare e insultarci, per poi capire che la comunicazione civile è un valore che il singolo raggiunge in maturità, piuttosto che una inutile imposizione per legge che impedisce alle persone di fare esperienza, sbagliare e capire.

@ Alessandro Bottoni.

Magari ci fosse una chat nel sito, io la avevo proposta in varie sedi.
Eviterebbe di fare in pubblico discussioni che a volte sono private, sia che si tratti di un battibecco tra un ateo e un non ateo, sia che si tratti di uno scambio tra atei.
Continuo a sperare per il futuro.

Un saluto e complimenti per tutti i tuoi articoli.

steve

Concordo che le riviste pallose non servono a nien te, se non a farsi pippe mentali.

Conta molto di più diffondere la notizia di un prete pedofilo che mille enciclopedie sull’ateismo.

Lorenzo G.

“Se vogliamo smettere di essere un Paese con libertà di parola vigilata, dovremmo abrogare tutti i reati di diffamazione, ingiuria, vilipendio, i riferimenti a concetti come la morale, il buon costume, il senso del pudore.

E’ quello che ho sempre pensato anch’io, ma sulla “diffamazione”, che ha un significato anche giuridico più ampio, non solo religioso-moralistico, ho qualche perplessità.

Chiaramente non sono un giurista, ma la mia posizione è quella di chi crede che le parole sono solo parole e come tali vanno considerate.”

Le parole non sono solo parole, possono essere anche pietre. I casi possono essere infiniti.
Comunque sono sostanzialmente d’accordo con quanto scrivi.

N.

Giusto, infatti spesso, anche per non sguazzare con i piedi nel fango, saliamo su un piedistallo inarrivabile a molti, cogliamo lo spunto per offrire i nostri contenuti in modi che siano digeribili ai più dimostrando però che operazioni di questo tipo possono essere fatte anche con buongusto e senza scadere nel pecoreccio (niente coniglietta atea della settimana per intenderci).

Saluti e stima

N.

cartman666

IMHO, anche far sapere alla gente quanto costa la chiesa, sullo stile degli articoli della repubblica, puo’ andare molto bene per convincere gli indecisi.

zadig

so che alla maggioranza di voi può non importare, ma la famiglia cristiana degli ani 80 era molto più aperta di quel che si crede.

la sua crisi può solo voler dire che prevalgono davvero i giornali di comunione e liberazione, o legati a tempi (di CL) e dati in omagio col giornale o il foglio.

non è una belal notizia per tutti.
che voi non vediate la differenza mi stupisce , ma è così

Markus

@ Lorenzo G

So che le parole possono essere come pietre.

Ma quello che voglio dire è che se ti faccio un danno di immagine e lo puoi dimostrare, allora o rimedio con lo stesso mezzo (il mio blog se con il blog ho detto cose false) o ti pago.

Dire la verità in buona fede non dovrebbe mai essere vietato.

Può causare un danno civile, d’accordo, ma non può essere considerato pari a dare un pugno.

Almeno in una società evoluta che sa prendere le giuste distanze e sa che nessuno ha una verità certa e assoluta, nemmeno chi la mette per iscritto.

Nostalgico

Acuta ed interessante analisi, quella di Alessandro Bottoni. Decisamente non sono pratico di nuove forme di comunicazione via computer (con un nome come il mio…). In compenso, che Palmiro mi perdoni, ho un passato gruppettaro, stile Fronte Popolare di Giudea: per anni ho venduto i giornali della mia “cricca” e comprato e letto quelli delle altre (per, poi, perdermi in ridicole dispute su citazioni dai classici ed episodi cruciali della rivoluzione del 1905 o della guerra di Spagna, con i relativi militanti, i cosiddetti “avversari politici”).
A mio parere, L’Ateo è un ottimo strumento “interno”: mi piace lo stile austero, quasi spartano, il titolo decisamente provocatorio, i lunghi scritti a carattere storico e filosofico, le recensioni “colte”, gli approfondimenti su fatti d’attualità.
E’, tuttavia, “poco attraente”, può apparire farraginoso e snobistico, nonostante le copertine e le altre vignette, ai “non addetti”.
Alcuni “gruppi” politici avevano un periodico del genere, di elaborazione teorica, tecnico, utile anche alla preparazione di attivisti e simpatizzanti, ma affiancato da uno più snello e diretto (magari con diversa periodicità), più schematico, appetibile nella grafica, anche più “furbo” dialetticamente, più semplice e, magari, “di pancia”, rivolto all’esterno e destinato alla propaganda e alla diffusione ai cortei.
Persino l’Istituto Mater Boni Consilii ha “Sodalitium” come testata ammiraglia, ma anche “Il Buon Consiglio”, simile a tanti bollettini diocesani, poche pagine di carta patinata, foto e riproduzioni a colori (forse l’Uaar questo non potrebbe permetterselo), semplice, breve e diretto, rivolto a neofiti e lettori meno preparati o, comunque, desiderosi anche di qualcosa di meno impegnativo, pur nella fondamentale coerenza.
Certo, non si dovrebbe scadere nel volgare o nel banale (abbondano già le pubblicazioni del genere, con tutte le migliori intenzioni, ma con stile, metodi ed obiettivi diversi da quelli dell’Uaar), ma qualcosa del genere, magari a prezzo contenuto, potrebbe avvicinare, ad esempio a cortei o altre manifestazioni, potenziali simpatizzanti inizialmente intimidibili dall’Ateo.
Il titolo potrebbe essere più “morbido”, tipo “Democrazia laica” o “Laicità e Libertà”, comunque la parola laica-laicità la vedrei bene.
Forse non dovrei permettermi di dare “consigli” o “idee”, dato che, per ragioni lavorative, non sono un membro particolarmente attivo dell’Uaar, spero che il mio commento possa essere, comunque, di qualche utilità.

Lorenzo G.

Sono d’accordo con te e con gli altri: occorre un mezzo informativo più…popolare, più adatto a quello che viene denominato (talvolta con una punta di spregio) “grosso pubblico”, senza per questo, ovviamente, scendere a compromessi inaccettabili o fare in qualche modo marcia indietro sui nostri principi fondamentali. E per far questo, per per prima cosa ci vorrebbe più concretezza, più fatti reali e problemi quotidiani tangibili, e meno filosofia, teoria e astrattismi vari (che pure hanno una loro legittimità, intendiamoci). Solo così si può sperare, come diceva Alessandro Bottoni, che:

“Più siti “razionalisti” ci sono, più è facile imbattersi in essi. Più articoli diversi ci sono, più è facile imbattersi in essi. Più ci si imbatte in queste cose, più la nostra voce diventa udibile. Più riusciamo a farci sentire e più difficile diventa ignorarci.”

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