Delitti d'”onore” e matrimoni forzati: la Gran Bretagna di fronte ai suoi tabù

Londra – Donne vittime di matrimoni forzati, rapimenti, segregazione, abusi sessuali, percosse, omicidio. Accade tra le mura di casa. Per volere o col consenso delle famiglie. Non siamo a Peshawar. Ma a Derby, Birmingham, Bradford. Regno Unito. Europa. Non esistono statistiche affidabili sul fenomeno. Sappiamo però che l’associazione dei capi dei distretti di polizia (Association of Chief Police Officers-Acpo) ed il Forced Marriage Unit , dipartimento congiunto dei ministeri dell’Interno e degli Esteri, creato per combattere il fenomeno dei matrimoni forzati, intervengono in almeno 500 casi l’anno (a fronte di 5000 richieste di aiuto ricevute l’anno scorso). Secondo quanto ha dichiarato il comandante Steve Allen, capo del dipartimento che si occupa dei casi di violenza per “questioni d’onore”, la cifra reale delle violenze, sarebbe circa 35 volte superiore alle cifre note. Dunque, secondo un’inchiesta realizzata dal quotidiano The Independent , le vittime dei “crimini d’onore” nel Regno Unito sarebbero 17mila l’anno. La punta di un iceberg, dato che la stragrande maggioranza delle violenze non è denunciata. Per capirne di più ci siamo rivolti ad una vittima. Jasvinder Sanghera, fondatrice dell’organizzazione “Karma Nirvana” di Derby che si occupa di assistenza alle vittime di violenza familiare. All’età di 14 anni Jasvinder, che è nata e cresciuta nel Regno Unito è scampata ad un matrimonio forzato in India, organizzato dalla sua famiglia.
«Non riuscirai a trovare cifre reali, perché solo il Forced Marriage Unit si occupa del monitoraggio della situazione e opera da Londra. Delle 5000 richieste di aiuto l’anno che tale ufficio riceve, 250 sono tradotte in interventi. Il 30% delle vittime è composto da minori sotto i 16 anni ed il 15% composto da uomini. Il problema vero è che non esiste un adeguato controllo da parte di polizia e servizi sociali. Andrebbero monitorate le situazioni sospette in modo da prevenire che le violenze si perpetuino. Per questo ci dovrebbe essere un controllo continuo e preciso sul numero di ragazze, ma anche ragazzi asiatici che non tornano a scuola. Si dovrebbe bussare alla porta di casa e controllare se chi sparisce è in vacanza, è malato, o invece sta da qualche altra parte. Io posso parlare per la mia associazione. Noi abbiamo a che fare con almeno 15 nuovi casi ogni settimana e almeno 200 persone al mese chiamano la help line. Anche uomini. L’anno scorso siamo intervenuti in 37 casi di uomini vittima di rapimento e matrimonio forzato».
Perché in un paese libero come il Regno Unito le vittime hanno difficoltà a chiedere aiuto? «Ti faccio un esempio concreto. Il ministero dell’Interno, nell’ambito di una campagna per prevenire i crimini d’onore ha realizzato dei poster con i contatti per chiedere aiuto e denunciare. Le scuole pubbliche di Derby non li hanno voluti esporre. Io ho sollevato la questione ai responsabili ed ho chiesto perché. Direttori e amministratori locali hanno argomentato che non bisogna avere pregiudizi verso le comunità islamiche. Ma che centra il pregiudizio? Senza informazione capillare su dove chiedere aiuto, come si può pensare che ci saranno persone fiduciose nell’intervento delle istituzioni e dunque pronte a denunciare?». La mancanza di interventi maggiormente incisivi nei casi di crimini legati a questioni d’onore, dipende dal fatto che si tratta si un argomento “sensibile” perché prevalentemente relativo ai rapporti con la comunità musulmana? «Sì. Dietro il paravento della sensibilità culturale si cela l’incapacità di gestire in maniera adeguata la prevenzione di crimini. Principalmente perché diventano un fatto interno alle comunità “altre”. Poi c’è la questione politica, legata, nelle zone dove vi è una grande concentrazione di musulmani, anche a mere questioni di preferenze alle elezioni. Chi viene eletto in queste zone vuole i voti delle comunità musulmane. Quindi evita di incamminarsi su un terreno minato».
La questione dei crimini d’onore si ripropone a ridosso delle polemiche scatenate in Gran Bretagna in seguito alle esternazioni dell’Arcivescovo di Canterbury sull’inevitabilità dell’introduzione nel Regno Unitio di alcune parti della Sharia, dato che, ad esempio, i musulmani si rivolgono di fatto già agli Sharia Council. Che, per esempio, possono non riconoscere un divorzio civile. Così accade che donne che subiscono violenza da parte dei mariti, non ottengono, in base ad una presunta interpretazione dei testi sacri il divorzio da parte dell’istituzione religiosa di appartenenza.
La questione del rispetto della cultura altrui rischia di diventare una zona grigia in cui non si distingue in modo netto tra diritti umani e relativismo culturale. I confini tra il rispetto della cultura altrui e ciò che è lecito in un paese dove si rispetta la libertà della persona dovrebbero essere inequivocabili. Allo stesso tempo, la vicenda dell’Arcivescovo intervenuto sulla Sharia evidenzia il clima di intolleranza verso l’Islam nel paese. I giornali continuano ad attaccarlo con titoli tipo «sei il primo tra gli idioti», «vattene». Accusandolo anche di portare acqua al mulino dei «terroristi musulmani».

Articolo di Francesca Marretta su Liberazione