Intervista a Ayaan Hirsi Ali su islam e illuminismo

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Ma l’equazione fra Islam e oppressione delle donne non è azzardata?
«Nella teologia islamica la donna è soltanto corpo. Si dice che non ha né cervello né anima. Siamo solo corpo. In Submission era fondamentale mostrare su un corpo femminile quei versetti del Corano che dicono che un marito può picchiare la moglie, perché sono loro a giustificare la prigionia, la repressione, la violenza. Molti musulmani si sono offesi perché trovano quel testo che dice “picchiala” più sacro di un corpo di donna».

Avrà un seguito, quel film di appena undici minuti?
«Penso che girerò un sequel, ho sempre voluto farlo e lo farò. Ma devo essere molto cauta, perché voglio denunciare le ingiustizie compiute nel nome della religione, in questo caso nel nome dell’Islam, ma non voglio che la gente venga uccisa».

Lei si considera una «dissidente» dell’Islam, che ha paragonato al fascismo e al comunismo.
«L’Islam ha una componente religiosa, che rispetto, ma ne ha anche una politica e ideologica che eleva la collettività al di sopra dell’individuo: è questa che io combatto. Nei paesi islamici dopo l’introduzione dell’Islam molte caratteristiche tribali sono state elevate a dogmi religiosi. E nell’Islam anche oggi politica e religione non sono separate. Ma attenzione, non sto dicendo che l’Islam non può cambiare, che non possa nascere un Voltaire islamico. Se fosse un problema di razza, allora spetterebbe a un rappresentante della razza oppressa alzarsi, come Mandela con l’apartheid, e dire che la riconciliazione è possibile. È quello che sta facendo Barack Obama. Nel caso dell’Islam, dovranno essere le donne, perché nessun gruppo è oppresso sistematicamente quanto loro. Credo che sia giunto il momento di dire che Dio si è sbagliato, che Maometto si è sbagliato nel dichiarare le donne sottomesse, ma quando lo dico mi accusano di blasfemia. Invece è Dio che è stato blasfemo contro di me, contro il mio corpo, contro il mio intelletto, contro la mia sessualità. Nell’Islam è solo attraverso la blasfemia che si ottiene qualcosa».

È un’affermazione molto forte. In una polemica che ha attraversato, l’anno scorso, Europa e America, lei è stata accusata di essere una radicale, un’estremista dell’illuminismo (che, tra parentesi, è una contraddizione). Anni prima era stata sì un’estremista, ma dell’islamismo. Pensava che gli ebrei andassero eliminati, pensava che la fatwa contro Salman Rushdie fosse giusta. La Ayaan di allora avrebbe forse approvato le minacce di morte contro la Ayaan di oggi. Perché questo cambiamento?
«Quando nel 1992 sono arrivata in Olanda ero convinta di essere un’eletta, di appartenere alla religione migliore, al clan migliore. Ma lì, in quel piccolo paese, la vita quotidiana era molto più semplice, pulita, sicura, sana, ricca. Fra tutti i musulmani che ho conosciuto nel centro di accoglienza, serpeggiava la stessa domanda: perché qui vivono meglio, se noi siamo gli eletti di Allah? Per soddisfare questa curiosità, mi sono iscritta a Scienze politiche. Studiavamo la storia delle società occidentali, la storia politica olandese. Cioè la comprensione dei conflitti umani e delle idee che hanno plasmato l’Europa e l’Olanda fino a trasformarle nel luogo pacifico dove ora vivevo. Poi ho letto Platone, ovvero ho scoperto il pensiero, nell’antica Grecia, intorno ai temi della politica e del conflitto. Che si potesse pensare, già solo questo per me era sbalorditivo, eccitante! Da dove venivo io, potevi solo obbedire, fare quello che imponevano gli antenati, fare quello che impone Maometto. Lì non pensi autonomamente, non cambi, non innovi».

Forse lei ha una nuova fede, nell’illuminismo? Nel suo prossimo libro, Se Dio non vuole, che uscirà in Italia sempre da Rizzoli prima dell’estate, fa incontrare nella Biblioteca di New York il profeta Maometto e tre filosofi occidentali.
«L’illuminismo è il migliore movimento nella storia dell’umanità. Vorrei che fosse insegnato a tutti, perché riguarda tutti. Si basa sul presupposto che ogni essere umano, indipendentemente da dove è nato, abbia facoltà di ragionare. Ed è attraverso l’istruzione, le informazioni, la scienza, che il progresso dell’umanità e dei singoli individui è possibile. Molti autori illuministi non sono d’accordo l’uno con l’altro. Proprio questa è una delle caratteristiche più importanti dell’illuminismo: è possibile non essere d’accordo, è possibile avere idee diverse, senza rischiare di essere decapitati. Adesso sto leggendo tre filosofi contemporanei, Hayek, Mill e Popper, perché nel mio nuovo libro li faccio appunto dialogare con Maometto».

Però un elemento dell’illuminismo è il relativismo: pensare che non esista una sola Verità con la V maiuscola. E anche il multiculturalismo, che lei detesta, si basa appunto sull’accettazione della diversità.
«Certo, la verità è relativa. Non esiste la verità assoluta, con la V maiuscola. Non esiste un solo libro. Ma quello che i relativisti etici dicono è che tutte le culture e tutte le religioni sono uguali, o ugualmente valide. Questo è falso. Se una cultura protegge e dichiara sacra la vita, creando una serie di istituzioni per difenderla e concedendo all’individuo la possibilità di cercare la felicità, quella cultura è superiore ad altre che lo rendono schiavo della comunità o della divinità. Il multiculturalismo è una brutta cosa e gli europei stanno cominciando ad accorgersene. È nato per accogliere le minoranze, in modo che potessero conservare la loro religione e la loro cultura. Ma è diventato un alibi per giustificare, all’interno di quelle minoranze, l’oppressione dei deboli».

L’intervista completa di Giovanna Zucconi è consultabile sul sito de La Stampa