Scienziati “alla ricerca” di Dio e intervista a Massimo Pigliucci

Chi l’ha detto che scienza e religione non debbano mai incontrarsi? Dopo secoli di intromissione della seconda negli affari della prima, e di ribellione della prima alle ingerenze della seconda, per scienziati e materialisti è arrivato il momento di deporre le armi, e di fermarsi a pensare. La comprensione del fenomeno religioso può infatti essere un campo di ricerca come un altro, come la fisica delle particelle o la biologia molecolare. La scienza, insomma, ha il diritto e gli strumenti per chiedersi perché esista la religione, così come per studiare il riscaldamento globale. In più, adesso ha anche i soldi per farlo: due milioni di euro della Comunità europea, appena stanziati per il progetto Explaining Religion. Due milioni non sono moltissimi per gli standard dei progetti scientifici europei, sottolineava il settimanale The Economist il 19 marzo scorso, ma si tratta di un buon inizio. La missione del progetto è quella di studiare perché la religione esista da sempre, o almeno da quando l’Homo è diventato sapiens e ha inventato il pensiero astratto, e perché tutti i popoli abbiano delle forme di pensiero magico e religioso. In senso lato, si tratta di capire le ragioni dell’esistenza di qualcosa di così dispendioso (in termini di soldi, tempo ed energie) come la religione, in nome della quale costruiamo cattedrali e facciamo guerre, ma in termini evolutivi che non ci dà nessun beneficio diretto. Una missione possibile, evidentemente, partita a settembre 2007 e destinata a chiudersi nel 2010, per cui quattordici università europee hanno mobilitato psicologi, economisti, antropologi.

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L’articolo di Silvia Bencivelli – che per inciso è il nostro addetto stampa – è consultabile sul sito de il manifesto

Una cosa è studiare la musica, altra cosa studiare la religione: si può fare ricerca sul linguaggio, ma la religione è un altro paio di maniche. A un primo sguardo, il profano potrebbe vederla così: sembra difficile restare imparziali di fronte a un oggetto di studio che divide l’umanità in due. Ci sono le persone religiose e ci sono gli atei (e, tra l’altro, la maggior parte degli scienziati rientra in questa seconda categoria): come possiamo pensare che chi studia il fenomeno religioso possa essere del tutto imparziale? «Il problema non è così grave come può sembrare. – spiega Massimo Pigliucci, docente di evoluzionismo e filosofia alla università di Stony Brook, a New York – Ci sono scienziati religiosi e atei, e ci sono filosofi, addirittura esperti di religione, che sono religiosi, e altri che non lo sono. Comunque i risultati di uno studio devono essere confermati ed esaminati da diversi gruppi di ricerca, prima di essere accettati dalla comunità scientifica».

Chi ha cominciato a studiare perché l’uomo è religioso?
La questione ha diversi secoli. Hanno cominciato a porsela i filosofi: dai presocratici fino a David Hume e agli illuministi. Recentemente è stata affermata con particolare insistenza da alcuni filosofi, Daniel Dennett e da certi scienziati, come David Sloan Wilson, che hanno cominciato a produrre ricerca sistematica in questo campo.

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L’intervista a Massimo Pigliucci è consultabile sul sito de il manifesto