Bocca: Benedetto Silvio

Ogni volta che un papa di Roma chiede al Cesare di turno privilegi e sussidi per la chiesa, i vaticanisti al servizio della Santa Sede esortano a “non appiattire il discorso”, a non “usare la logica del mondo per la sfera religiosa”. Che è una bella pretesa in un paese come il nostro dove il sommo pontefice è anche il vero e riconosciuto monarca, ripreso dalle televisioni a ogni sua comparsa in pubblico, citato da ogni fonte d’informazione qualsiasi cosa dica, considerato un maestro di laicità anche quando, e accade di continuo, antepone la religione alle istituzioni.

Lo dico da italiano cattolico apostolico romano, cioè da uno nato e cresciuto nella millenaria cultura dei compromessi tra Dio e Cesare, che ci ha fatto così come siamo, latini e malleabili, furbastri ma non feroci, scettici ma superstiziosi, e tutto il resto che ognuno di noi, passato per parrocchie e catechismi, conosce benissimo.

Va però detto che questo modo di essere papisti, questa volta ci sorprende per la sua totale, aperta impudenza. La chiesa ha bisogno dello Stato per finanziare le sue strutture e i suoi servizi? Vuole tornare in forza nelle scuole pubbliche e private? Vuole un fisco che la esenti dai tributi? Vuole un’economia in crescita esente dalla lotta di classe? E lo dice con estrema franchezza.

Le elezioni hanno riportato al potere Silvio Berlusconi, e l’alleanza di centrodestra che da sempre, con le buone o con le cattive, chiede ai cittadini la pace sociale a fini produttivi, che, in pratica, come sappiamo, vuol dire ricchi sempre più ricchi e privilegiati e poveri che contano sempre di meno. E il papa tedesco approva senza perifrasi, esprime “gioia per il nuovo clima politico”, invita i vescovi “a dare il loro specifico contributo a questa fase di concordia, a rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù delle percezioni più vive delle responsabilità comuni per il futuro della nazione”.

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