Vittoria a tutto campo, sui media, per la portavoce atea Hack opposta al vescovo Zenti

Vittoria a tutto campo, sui media, per la portavoce atea Hack opposta al vescovo Zenti

Il confronto (del 20 gennaio 2010) fra il vescovo di Verona mons. Giuseppe Zenti e l’astrofisica prof.ssa Margherita Hack non sembra avere avuto sui media quel risalto che meritava, a mio avviso per almeno due motivi. Il primo, l’avere eluso quello che era nelle premesse l’argomento centrale, ovvero la dimostrabilità o meno dell’esistenza di Dio (secondo la sfida a suo tempo lanciata da Zenti); il secondo, la magra esibizione del vescovo, al cospetto delle solide argomentazioni della Hack. Ciò potrebbe avere suggerito di glissare sull’evento.

I termini del confronto
Il confronto era stato proposto proprio del vescovo che aveva dichiarato, senza mezzi termini, sul quotidiano locale “L’Arena” (9 novembre 2008): «Personalmente sono in grado di elaborare, anzitutto per me, ma non solo, almeno quindici argomentazioni razionali che mi rendono certo, anche culturalmente, che Dio c’è e non può non esserci (…). E non sto affermando: “Io credo, penso che Dio ci sia”. Sto evidenziando: “Ne sono certo anche culturalmente”». Certo delle sue idee, Zenti chiedeva alla Hack «almeno cinque argomentazioni, capaci di convincere anche me della non esistenza di Dio».
Lo stesso vescovo aveva anticipato, su “Verona fedele” (periodico della Curia di Verona; 30 novembre 2008) la sua posizione, rivolgendosi indirettamente alla stessa Hack, che oltretutto definiva (senza peraltro averla contattata per proporle il confronto auspicato!) «piuttosto riluttante ad un confronto pubblico», precisando che la sua certezza sull’esistenza di Dio si basa su «argomentazioni» razionali ed ha una precisa «certezza culturale».
In quanto alle argomentazioni (premesso che argomentazione «Non equivale a prova matematica. È invece il corrispondente di una serie di ragioni che rendono più plausibile una affermazione rispetto al suo contrario») ve ne sarebbero almeno quindici «tra di loro così concatenate da costituire in definitiva una unica argomentazione». La «certezza culturale» sarebbe invece quella «che deriva dal principio della deduzione: poste alcune premesse certe, ne conseguono delle conclusioni fondate». «L’ampiezza argomentativa» che proverebbe l’esistenza di dio sarebbe addirittura tale da non poterla esporre adeguatamente, per mancanza di spazio.
Esaminiamo dunque la prima e fondamentale di queste argomentazioni. Scrive Zenti: «L’unica conoscenza che io ho per evidenza, cioè per immediatezza, è la percezione del mio essere io. Io e nessun altro. Tutte le altre conoscenze, quella scientifica compresa, sono mediate. Ora, per percezione intendo la conoscenza immediata dell’intero mio essere, come in un’autoistantanea. Così certa quale non mi è possibile per nessun’altra conoscenza. Anche se non mi vedo se non nello specchio. Io mi percepisco come un io dotato di risorse di varia natura: fisiche, intellettuali, volitive, psichiche, emozionali, sensitive, relazionali… Tutte comunque fanno riferimento al mio essere un soggetto. Io sono il soggetto unico di tutte le operazioni, svariatissime, che provengono da ogni dimensione del mio essere, dal camminare al ricordare: sono io che cammino, attraverso i miei piedi; sono io che ricordo, attraverso la mia memoria… Insomma, io mi percepisco un essere complesso e unitario. Un solo io con tante dimensioni. Mi è lecito pormi qualche domanda, dal momento che ne sono capace e che urge in me: sono questo io da me stesso o qualcun altro, che mi precede e trascende, mi ha costituito così come sono? Penso immediatamente ai miei genitori, ai quali non posso che essere riconoscente. Ma da soli non giustificano la complessità del mio essere io. Non tutto il mio io è riassumibile in loro. Io sono altro da loro, ma non per effetto di una mia scelta o una potenza nascosta in me. Sento pertanto dentro di me come un istinto che sospinge lo sguardo della mia ragione più oltre. E si incrocia con un interrogativo, vero e per me insopprimibile, che enuncio così: Chi sta in definitiva all’origine di me? Chi è l’Arché di me stesso (per usare un termine tecnico greco)? Del resto io mi percepisco come realtà non assoluta. Io non ho da me stesso l’origine permanente dell’intero mio essere. Non appena prendo i contatti con il mio io profondo, attraverso la coscienza, simultaneamente io mi percepisco come dipendente da una Realtà che ha tutte le caratteristiche per pormi in esistenza in modo così perfetto da fare del mio essere, complesso, un’opera d’arte. Non sono un prodotto del caos. Sono un cosmo, cioè ordine, armonia. Così mi riscontro: nel mio essere io, mi percepisco sostanzialmente coordinamento armonioso, anche se in tensione, tra fisicità, psiche, mente, volontà, relazione. Mi ritrovo ad essere così, ma non sono io all’origine dell’intera realtà del mio essere. Chi ne sta all’origine? Mi basta per ora aver posto l’interrogativo a me stesso. E poiché non intendo ingannare me, alla ricerca come sono della verità su me stesso, lascio a questo interrogativo il compito di suggerirmene la risposta. In definitiva: dal momento che esisto io, che non ci sia un Altro Io che mi sta alle spalle? Io mi percepisco così: non sospeso al vuoto, al nulla. Mi sento agganciato all’Assoluto! Forse qualche altro sta avendo la stessa percezione!».
Questo discorso, in realtà, tutto sembra meno che una «argomentazione» razionale. È piuttosto un opinabile giudizio soggettivo, sentimentale, che parte da un ‘voler credere’ a tutti i costi in qualcosa che la cultura religiosa invita a credere, e che si aggrappa a formule catechesiche ed apologetiche alquanto datate.
Prendiamo ad esempio l’autopercezione di noi stessi, come «essere complesso ed unitario». Non è affatto così, come dimostrano psicologia e psicopatologia, che descrivono anche esempi di profonda destrutturazione di questa unità. La stessa coscienza non è prova di nulla, sia perché non è possibile tracciare un limite fra gli aspetti materiali e quelli eventualmente spirituali che ne determinano l’essenza, sia perché è abbondantemente certo che la coscienza non è attributo della sola ‘anima’ umana.
Nel corso del dibattito Zenti sosterrà anche che «la materia non spiega tutto, basta osservare l’uomo, le cui attività sono in gran parte immateriali: il pensiero, le emozioni, i sentimenti»; in ciò riprendendo una apologetica vecchia di almeno un secolo, e che bene farebbe ad evitare per non dovere ammettere alla fine che, ad esempio, pure i computer hanno un’anima.
Che l’uomo non sia un «prodotto del caos» lo aveva sostenuto anche Benedetto XVI nella sua prima omelia; ma dov’è la prova? Zenti la possiede? Sarebbe stato utile domandargli quale posto ritiene abbia la genetica nel determinare l’emergere e la consistenza psichica di questo essere che lui ritiene non possa avere avuto origine che da dio.
E l’uomo è veramente ordine ed armonia? A rigor di termini non lo sostiene neanche la teologia, che infatti definisce quella umana una ‘natura decaduta’.
Ma passiamo ai ‘toni’ della sfida. Sempre su “Verona fedele” mons. Zenti spiega: «ho espresso il desiderio di incontrare l’astrofisica di Trieste, Margherita Hack. Il motivo? Conversare con lei pubblicamente sulle nostre posizioni differenziate nei confronti di Dio. Questo desiderio si è acutizzato da quando ho letto una intervista da lei rilasciata sulla consistenza dell’identità di Dio. In quella circostanza l’astrofisica a grandi linee così sentenziò: “Dio è come Babbo Natale o la Befana. A mano a mano che si cresce, si diventa cioè adulti, ci si ricrede e li si valutano per quello che sono: un mito!”. Questa sentenza, che suona come un evidente e radicale screditamento di tutti i credenti, mi raggelò il sangue».
Zenti, dunque, si preoccupa dunque in primo luogo dello «screditamento di tutti i credenti», piuttosto che dello screditamento delle credenze. E ciò conferma il suo approccio emotivo (ed in sostanza irrazionale); laddove il desiderio di ‘Verità’ da lui espresso lo dovrebbe spingere ad apprezzare l’attacco alle ‘credenze’ compiuto proprio nell’intento di saggiarne il fondamento (e dunque eventualmente capace di rafforzarle).
Sempre su “Verona fedele” compare, in preparazione del dibattito, una intervista alla Hack, che riassume la sua posizione, peraltro arcinota. Secondo lei, innanzitutto, anche l’ateo ha una solida morale. Il passaggio chiave, in ogni caso, è questo: «Io da bambina accettavo, credevo. Poi piano piano mi sembrava che fossero tutte favole. Io non credo, però penso che anche l’ateismo sia una fede. Nel senso che non posso dimostrare né che Dio c’è e neppure che non c’è. L’idea di Dio non mi soddisfa».
Coerentemente, per la Hack, la figura di Gesù («una delle più grandi personalità della storia») non è un problema. Lo è invece la chiesa che «ha avuto tanti pregi e tanti difetti. L’insegnamento del Vangelo certamente è da rispettare. Poi però l’applicazione è stata fatta dagli uomini e in molti casi è stata orrenda. Penso all’Inquisizione, a Galileo costretto ad abiurare. Quindi c’è stato il bene e il male, come in tutte le cose terrene».
Andando al nocciolo del problema, e replicando anticipatamente a Zenti, per la Hack «la scienza cerca di capire i fenomeni e di spiegare le leggi che regolano l’universo, la nostra Terra, il nostro corpo. Noi siamo in grado di ricostruire il modo in cui l’universo si è evoluto ma non ne sappiamo il motivo, perché ci sia l’universo, la vita… Il senso della vita ce lo diamo noi. Esso può venire dalla solidarietà con gli altri, nel riconoscere le sofferenze altrui, nell’amare il prossimo come se stessi. Ma non è che si sappia perché c’è l’universo e le leggi fisiche sono quelle che sono. Noi cerchiamo capire come sono, come operano, ma perché ci sia la materia e abbia questa proprietà di aggregarsi fino a formare esseri così complessi come siamo noi, è un dato di fatto, ma trovo sia troppo facile e comodo spiegare con Dio»; la fede «in parte è razionale, nel senso della solidarietà fra gli esseri viventi, ma poi ci sono tante sovrastrutture che sono mitologia. È il caso della credenza negli angeli, nei diavoli, nel paradiso, nell’inferno».
Al di là delle buone intenzioni per un dialogo rispettoso, espresse dall’uno e dall’altro campo, è chiaro che le posizioni sono ben diverse. Zenti conta più sulla forza delle parole, e probabilmente sul contesto in cui si svolgerà il dibattito. Cosa che non sfugge a qualche commentatore, ad esempio su www.ilbacodaseta.org: «Mons. Zenti […] afferma che proprio un vescovo non deve temere di esporsi sulle ragioni della propria fede. Afferma inoltre che “non sarà uno scontro, ma un vivace confronto di ragioni”. Magnifico. Meglio di così non si può pensare! Peccato che le ultime parole del suo annuncio tradiscano qualcosa di strano. Scrive: “Nessuno dei due esca umiliato da una disfatta. Vinca solo la Verità”. Non capisco perché qualcuno dovrebbe uscire mai umiliato da un civile (quale credo senza dubbio sarà) confronto di ragioni. A meno che quella “V” maiuscola non voglia significare e celare qualcosa di estraneo alla scienza imposto comunque. Non dobbiamo dimenticare che in questi giorni Benedetto XVI ha dichiarato che senza Dio l’uomo perde la dignità. Ma già: quale Dio?, come scrive mons. Zenti, alludendo a parole della stessa Hack . Umiliazione, sconfitta, disfatta, temo che nel bel testo siano parole sfuggite per abbondanza, ma ahimè rivelatrici di quella “V” maiuscola. Tutta piena la dignità è in chi ha una fede e crede e in chi, invece, ragiona soltanto. E in identico grado di valore etico».

I resoconti
Come già premesso, l’evento non ha avuto grande riscontro sulla stampa (e stupisce in particolare l’assoluto silenzio di “Avvenire”). Ma quel poco basta a comprenderne l’esito.
Partiamo da Michele Brambilla, il giornalista cattolico che lo ha moderato, e che cerca (su “La stampa” del 22 gennaio) di mantenersi equidistante fra i due contendenti. Così facendo, non rende merito al chiaro esito in favore della Hack; e si concede più di una indebita licenza. Infatti, prima ad esempio scrive che il pubblico era «equamente diviso tra i cattolici veronesi e i militanti della Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti, dei quali la Hack è presidente onorario) venuti in pullman da mezza Italia»; laddove invece, come testimoniato nei giorni suggestivi da molti interventi sui blog, il pubblico era composto in larga prevalenza da credenti, ai quali era stato consentito un ingresso privilegiato. Poi sostiene che alla fine «c’è stato un lungo, quasi interminabile applauso a entrambi i contendenti»; ed anche questo non è vero, perché più che un applauso c’è stata una ovazione per la sola Hack.
Venendo al dibattito, Brambilla ritiene che: «la folla di Verona dell’altra sera è pure il segno di quanto fossero sbagliate le previsioni di coloro che volevano l’uomo del Duemila indifferente alla questione religiosa. Anche nel mondo delle cybercomunicazioni e dell’ingegneria genetica, la domanda sull’esistenza o meno di Dio resta la stessa dei primi passi dell’umanità; e la sola destinata ad appassionare per sempre. Perché non è una domanda che riguardi solo il Cielo (è abitato o no?), questione della quale potremmo anche infischiarcene. Riguarda ciascuno di noi, la nostra origine e il nostro futuro. Siamo figli di un Progetto destinati all’Eternità? Oppure, come diceva amaro Petrolini, “siamo pacchi senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino?”. Il grande pubblico di Verona è anche, se ci è permesso, una lezione per tanto clero, che da tempo – forse nell’illusione di “seguire il mondo” – parla più spesso e volentieri di politica e di sociologia, trascurando il suo core business, l’unico che possa riempire nuovamente le chiese». Personalmente non ne sarei così convinto.
Sul “Giornale” del 21 gennaio Stefano Filippi non nasconde le sue simpatie per il vescovo «ansioso di sfidare lo spauracchio che aveva paragonato Dio a Babbo Natale», e lamenta una presunta disparità di base fra i due: «Monsignore non ha particolari incarichi nella Cei; la studiosa invece è conosciutissima, astronoma, astrofisica, accademica dei Lincei, eccetera»; al punto che si sarebbe trattato di «un incontro ad alto rischio fortissimamente voluto dal presule, uno che ama le grandi sfide». E dopo avere riferito sui punti chiave del dibattito, conclude: «è finita senza né vincitori né vinti: come ha riconosciuto la Hack, “ognuno è rimasto della sua idea”»; dimenticando che in premessa doveva essere Zenti a convincere la Hack e non viceversa.
Ben più articolato invece il commento su “Avanti” del 27 gennaio, a firma di Ermanno Caccia, il quale così esordisce: «Accendi la Tv per rilassarti e trovi un vescovo tutto d’un pezzo, mons. Giuseppe Zenti, deciso a dimostrare l’esistenza di Dio, che “duella” con un’atea professa come la scienziata Margherita Hack, con un pubblico che ha la parvenza di essere un fantasma ammutolito. Segui l’incontro fino alla fine e ti rendi conto di avere assistito a un non incontro, dal quale ciascuno se ne torna a casa propria con l’amaro in bocca per non avere appreso un bel fico secco rispetto a quello che già sapeva. E ti domandi, che senso e che utilità abbiano questi incontri».
La colpa dell’inutilità, manco a dirlo, è del vescovo Zenti, che «ha sorvolato sulle questioni poste dalla scienziata che si espressa in modo molto accessibile e comprensibile anche all’ignaro spettatore. A voler ben guardare ci si aspettava molto di più da un vescovo, che due anni fa dalle colonne del giornale locale, “L’Arena”, aveva lanciato questa sfida, asserendo di avere 15 tesi ‘razionali’ atte a dimostrare alla Hack l’esistenza di Dio. Zenti non ha dimostrato molto, ha mostrato la sua fede, certamente ragionevole e razionale, ma nulla di più».
Il rimprovero al vescovo non viene tuttavia esteso da Caccia alla fede in se: «Fede e scienza nascono, dunque, entrambe da una stessa caratteristica fondamentale dell’uomo, che è quella di porsi delle domande su se stesso e sul mondo che lo circonda. Chi sono? Perché esisto? Cos’è la vita? E la morte? Cosa c’è dopo la morte? Cosa è giusto? Cos’è l’universo? Qualcuno lo ha creato? È finito o infinito? Sono quesiti, questi, che non possono lasciare indifferenti né i credenti né gli atei. […] Erroneamente, secondo il mio modesto parere, si concepisce il cammino della scienza come il “reale” e compiuto cammino verso la verità, mentre il cammino religioso, quello che fa riferimento alla fede, sia solo robetta da vetero-oscurantisti». In definitiva «è erroneo definire la fede come un affare solo per donne, uomini e bambini dal cuore tenero, o per poveri sprovveduti e sempliciotti; rimane invece una dimensione di tutto l’essere umano. La fede, dunque, necessita della ragione non meno della scienza.[…] La scienza è necessaria alla fede affinché non scada in integralismo o in credulità, in modo da recuperare il ruolo insostituibile dell’intelligenza nella vita dell’uomo. La fede, a sua volta, è necessaria alla scienza perché essa mantenga una certa umiltà e non perda di vista il punto centrale che è l’uomo, mantenendosi al suo servizio».
Si tratta, ovviamente, di opinioni assolutamente personali, abbastanza vicine a quelle espresse nella “Fides et ratio” da Giovanni Paolo II, e che certo non riflettono quanto emerso dal confronto fra Zenti e la Hack, nel quale solo il primo invocava questo mutuo sorreggersi dei due ambiti, mentre la seconda al più attribuiva alla fede un ruolo di supplenza all’incompletezza della scienza ed un potere consolatorio a buon mercato.

Sul WEB
Anche scorrendo il WEB si ha l‘impressione che il dibattito abbia piuttosto deluso. I commenti del popolo dei blog sono in maggioranza critici verso l’insufficienza argomentatoria del vescovo. Quei pochi che provano a sostenere le ‘ragioni’ di Zenti, non riescono a mettere in campo argomenti più convincenti, e si astengono dal proporre personali prove sull’esistenza di dio. Come ad esempio Davide Galati su umbradei.wordpress.com: «il nostro vescovo ha preferito seguire un approccio più generale sulla fede, portando la propria testimonianza, senza rispondere nel particolare alle affermazioni della Hack. A mio avviso paragonare la fede in Dio alla credenza in Babbo Natale è innanzitutto profondamente irrispettoso di una fede, quella cristiana, che vede tra le sue fila milioni di martiri in ogni tempo della sua storia. Quando qualcuno dà la vita per una fede, per un credo, quel credo, quella fede merita rispetto, almeno il rispetto che si deve alla vita umana. Non sono a conoscenza di martiri o di sangue versato per Babbo Natale, per la Befana o per una favola. Certo, alle volte si può dare la vita per una fede sbagliata, ma quella fede anche se sbagliata, merita rispetto. Certo, la scelta di fede è una scelta fatta sul dubbio e quindi il credente potrebbe anche scoprire di essersi illuso, ma essersi illuso non vuol dire aver creduto a una favola».
Si tratta, ancora una volta, di una presa di posizione emotiva più che razionale; come se il ‘rispetto’ delle idee altrui avesse qualcosa a che fare con il loro grado di ‘certezza’. Una idea fra l’altro pericolosa, perché legittima fondamentalismi di qualsiasi tipo.
Ma, ricordiamolo, l’oggetto del contendere non era stabilire se sia legittimo credere personalmente ad un dio, quanto discutere ed eventualmente provare se questo dio esiste o non esiste. Infatti, come ben espresso su www.newnotizie.it: «scienza e fede possono coesistere, anche in una stessa persona. Ma non c’è punto di unione quando si mette in discussione il punto cardine di qualunque religione: l’esistenza del divino. La struttura crolla, priva della chiave di volta che la sosteneva, e nulla rimane». Ed oltretutto occorrerebbe poi dimostrare che questo eventuale dio sia proprio quello cristiano e non un altro.
Un altro blogger già prima del dibattito (13 gennaio 2010) aveva lamentato con supponenza, su misteritalia.myblog.it, l’insostenibile «leggerezza del chiacchierare a vuoto», sottolineando che «si perde una fantastica occasione per tacere. E’ vero che talvolta il silenzio è d’oro, o anche incenso e mirra». Infatti «parlare di Dio o di Dei in genere dovrebbe spettare a chi lo/li conosce almeno in parte e credo sinceramente che né i dipendenti del Vaticano né uno scettico convinto come la Hack possano vantare tale privilegio. Semplicemente, parleranno del nulla, come spesso fanno i sostenitori del cristianesimo di maniera o dell’islamismo di maniera eccetera. Oppure i portabandiera dello scetticismo-ateismo organizzato e militante. Costoro parlano e sparlano di religioni e religiosità senza mai toccare il tasto fondamentale: chi o cosa e perché ha creato i religiosi e la religione, e da dove veniva». Ma quanto valga questo commento si chiarisce poco dopo, allorché il blogger sostiene che «la Bibbia, per esempio, è un manuale di ufologia antica e che non serve il progetto SETI per capire che non solo l’Universo pullula di vita ma che noi stessi siamo giunti qui sulla Terra tramite DNA alieno. Il vero problema è che sia la Chiesa cattolica, sia l’UAAR mentono sapendo di mentire. E chiacchierando del nulla, fanno un gran favore a chi del Nulla si nutre e nel Nulla prospera felice». Come dire, non chiacchiere ma proprio spazzatura.
C’è poi chi sottolinea, su veronacittaaperta.blogspot.com che «l’incontro è avvenuto in campo avverso, la Verona di Tosi e di Zenti, e con manifesta disparità numerica tra le squadre. Infatti sul campo, sul palco, da una parte il presentatore, un sacerdote direttore della Fondazione ‘Toniolo”’, poi il moderatore Michele Brambilla giornalista de “La Stampa” già vicedirettore di “Libero”, autore di alcuni libri come “In nome del Padre”, “Gesù spiegato a mio figlio” ecc, poi il medico-ricercatore cattolico Caviraghi, il preside dell’istituto ‘”Stimmate” noto polemista cattolico e, infine, don Fasani editorialista di “Verona Fedele” e portavoce del vescovo, dall’altra parte la Hack e la filosofa Adriana Cavarero. Cinque a due».
Ciononostante, come era largamente prevedibile, il risultato è stato quello che, senza mezzi termini, il giornale “Il Verona”, ha sinteticamente riassunto così: «Hack-Zenti uno a zero. Momento da ricordare: don Fasani fa un intervento che vorrebbe essere polemico ma risulta un po’ ingarbugliato e la Hack, serafica : “non ho capito niente” e costringe l’irritatissimo don Fasani a ripetere la domanda. In conclusione il vescovo Zenti, gentile, dice alla Hack “ci rivedremo in paradiso”. Io non me ne intendo molto ma il vescovo è proprio sicuro di andarci in paradiso? Amico di Tosi, che non è amico dei diseredati, silente sulle malefatte dello stesso, consente che il suo giornale, “Verona Fedele” sostenga, che “non è giusto prendersela con Berlusconi solo perché gli piacciono le donne”. Fossi in lui, sull’ingresso in paradiso, avrei qualche dubbio. Tre giorni dopo il vescovo ha scritto su “L’Arena” il consueto articolo però questa volta quasi totalmente condivisibile fin dal titolo “La disoccupazione è una polveriera sociale”. Il testo era conseguente al titolo. Effetto Hack? Hack taumaturga?».
Anche sul blog www.larena.it la maggior parte dei commenti è pro Hack; fra quanti appartengono alla sua diocesi, la delusione per la condotta di Zenti appare profonda. Leggiamone qualcuno: «Sembra che ci sia stata una buona dose di umiltà da parte della scienziata, il cui interesse è parso essere solo quello del la possibilità e libertà della scienza di continuare il cammino della ricerca e che ,peraltro, non ha in alcun modo sottovalutato i temi etici, e un comprensibile atteggiamento di carattere conservativo da parte del vescovo, la cui funzione è in ogni caso caratterizzata da una imprescindibile esigenza di mantenere integro il consenso dei fedeli, su cui si regge l’intera struttura religiosa, il suo prestigio e il suo potere». «Personalmente penso che incontri del genere, che comunque sono sempre più auspicabili di questi tempi, servano molto di più ai credenti che ai non-credenti. Il credente, infatti, proprio perché animato da un atto di fede deve giornalmente alimentare e rinnovare questa fede (lo dicono espressamente i religiosi nelle loro omelie e raccomandazioni ai fedeli ed é anche riportato nelle scritture) mentre il non-credente non deve fare nulla per rinnovare un’assenza di atto di fede». «Ho seguito il dibattito in TV. Un dialogo terra terra. La Hack ha portato delle ragioni semplici, chiare, condivisibili. Zenti ha usato un linguaggio incomprensibile, tipico delle omelie vecchio stampo. Mi ha ricordato le domeniche di quando ero fanciullo e adolescente, in cui ero costretto ad andare in chiesa. Trovavo le omelie incomprensibili e prive di ogni senso logico». «Le ragioni della fede potrebbero essere meglio sostenute, se dietro, almeno, ci fosse una solida preparazione filosofica e teologica: Zenti non ha dimostrato neanche questo. Ha parlato un linguaggio povero e oltretutto incomprensibile. Secondo me si è fatto un autogol». «Mi chiedo se era proprio indispensabile far fare questa figuraccia al vescovo?? …..qualcuno dei suoi consiglieri ….non poteva fagli notare che forse era meglio evitare??». «Serata godibilissima, che mi ha fatto estasiare per una donna splendida, dall’intelligenza e dallo spirito illuminanti. Che sia atea non mi toglie il sonno per nulla, anzi. Grande Signora Hack!».
Un caso a sé, assolutamente sorprendente, hanno suscitato poi alcune affermazioni di mons. Zenti, che hanno fatto arrabbiare non poco i cattolici più attenti, come risulta da questo passaggio su uno dei loro più noti forum, www.cattoliciromani.com: «Mi ha anche colpito un intervento del Vescovo: “dire se Dio esiste o no è una questione che mi interessa poco. La questione vera è se esiste per me. Solo quando entra nella tua vita Dio esiste e a me l’ha rivelato Cristo che se non fosse il Figlio di Dio sarebbe il più grande impostore della storia poiché ci dice ‘io sono la via, la verità e la vita’, e devo dire che stiamo bene insieme”. Questo sembra rientrare pienamente in un discorso sul relativismo: non importa tanto se Dio (o magari la legge morale) esistono in assoluto, importa se esistono per me. Sorprendente!».
In effetti, lo scivolone non è da poco. Ed infatti un altro credente veronese commenta sarcasticamente su www.giornale.ms: «Clamorose rivelazioni del vescovo di Verona mons. Zenti: il paradiso e l’inferno non esistono come luogo, bensì come condizione creata da se, e che Dio non è un giudice. Sicuramente gli atei, gli agnostici, i miscredenti e i pagani che mercoledì 20 gennaio hanno partecipato al confronto sui temi della religione e della razionalità tra l’astrofisica Margherita Hack e il vescovo di Verona, sono tornati a casa rasserenati. Probabilmente qualcuno di loro, prima dell’incontro avrà sicuramente nutrito qualche dubbio circa il giudizio di Dio dopo la morte, l’esistenza del diavolo e delle fiamme eterne. Ma dopo la sensazionale professione di fede del pastore di Verona, hanno avuto la certezza che gli evangelisti, le sacre scritture, la tradizione, i catechismi, e pure il figlio di Dio, mentivano».
Un altro, su groups.google.com, stigmatizza la condotta del vescovo, più che le sue parole: «Sarei curioso di sapere cosa ne pensate del patetico incontro Hack Zenti! personalmente confesso che ho tifato per la Hack, tanto era l’impreparazione e la goffaggine del vescovo di Verona. Ma si può dire ad un’atea comunista abortista e filogay: “ne riparleremo in paradiso”? Meno male che la Hack ha onestamente risposto che lei in paradiso non ci andrà!!! se non fosse stato per don Fasani e il preside Fasol che hanno salvato la reputazione dei credenti, sarei stato tentato di convertirmi all’ateismo!!! la cosa che mi ha dato più fastidio, è stato vedere il vescovo calarsi le braghe per rendersi più simpatico all’atea Hack, che giustamente non ricambiava…anzi, raddoppiava la dose!!! spero che comunque qualcuno segnali a chi di dovere, le gravissime affermazione del vescovo di verona circa l’inesistenza del paradiso e dell’inferno come luogo fisico! VERGOGNA!!!!!!!».

Ma il vescovo non ci sta
Dopo la figuraccia rimediata, mons. Zenti non si da comunque per vinto, e qualche giorno dopo rilancia, con un articolo su “L‘Arena” (3 febbraio 2010) che assai immodestamente esordisce così: «Se nell’incontro del 20 gennaio tra il vescovo di Verona e l’astrofisica Margherita Hack il tempo a disposizione avesse permesso di rispettare l’intero palinsesto messo a punto, la conclusione avrebbe infiammato l’assemblea. Prevedeva infatti domande a sorpresa e risposte ad hoc tra i due interlocutori. Ne avevo in serbo un bel gruzzolo»; e addirittura rimprovera alla Hack di avere liquidato banalmente domande non eludibili, ad esempio: «Che fondamento scientifico ha l’evoluzione dall’atomo fino all’uomo? Come si giustificano i salti abissali evolutivi, dal meno al più?».
Poi mons Zenti si arrampica sugli specchi, con una manovra diversiva rispetto a quello che avrebbe dovuto essere invece il centro del dibattito, ovvero la dimostrazione del’esistenza di dio: «Mi ha obiettato che la mia fede non è fondata razionalmente. Conviene precisare che razionale non si identifica con scientifico. Razionale è tutto ciò che è motivato razionalmente. Ha cioè il supporto di ragioni. Ponderate. In questo senso la mia fede è razionale, come è razionale un atto di fiducia tra amici. Essa si fonda su una serie di ragioni. La prima è data dal fatto che riempie la mia vita e le da pienezza di senso. Mi inducono inoltre a credere non solo l’esistenza di Dio, ma a credere in Lui, altre motivazioni razionali. Il fatto, ad esempio, che tutta la Sacra Scrittura abbia come protagonista Dio. Se Dio non esistesse, la Bibbia sarebbe un libro di favole e non certo ciò che è: il fondamento del vivere civile ad alta quotazione. Se poi penso a Gesù Cristo che ha parlato di Dio come suo Padre ed è stato crocifisso per essersi dichiarato Figlio di Dio!».
Ma ne aveva già parlato nel corso del dibattito, senza convincere.
Nessuno si sorprenderà, dunque, di questo lucido commento su giorgiobragaja.blogspot.com: «Ultima ora: Dopo il confronto perso con la Hack alcuni giorni fa, su “L’Arena» di questa mattina il vescovo Zenti disputa la rivincita. Ma alle sue condizioni: senza avversario, senza arbitro, senza pubblico e in casa. Due intere colonne di giornale. Perde ancora. Per autogol».

Francesco D’Alpa

7 febbraio 2010

© Proprietà letteraria riservata. Liberamente riproducibile in versione integrale e con indicazione dell’autore e della fonte (www.uaar.it).

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