“La religione è l’oppio dei popoli”? Nessun dubbio. Però…

Bruno Gualerzi*

Bruno Gualerzi

Non è stato molto difficile (magari da parte di ‘atei devoti’) ‘dimostrare’ che, fra i tanti oppiacei, quello rappresentato dalla religione in fondo non era poi così alienante se solo lo si fosse paragonato all’alienazione dovuta a certe ideologie. Per esempio al materialismo storico.
Non è stato difficile perché, oppio per oppio, quello rappresentato dalla religione conserva pur sempre una grande forza di suggestione in quanto reca con sé una promessa di salvezza eterna che nessuna proposta di liberazione ‘materiale’ può ovviamente promettere o surrogare. Non certo comunque a tempi lunghi. E quando si prescinde della trascendenza la cui vera dimensione è l’eternità, cioè qualcosa al di là di ogni possibile esperienza terrena, i tempi storici, quelli dell’esperienza effettiva, sono sempre insopportabilmente lunghi perché si abbia la pazienza di aspettare più di tanto, e comprensibilmente (non è che si viva in eterno), un qualche riscontro, ’andare a vedere’. Basta il succedersi di un paio di generazioni e nessun progetto alternativo al ‘paradiso’ prospettato dalla religione è in grado di reggere come progetto alternativo… e di fronte al fallimento rappresentato dalla mancata realizzazione di un qualche ‘paradiso in terra’, l’esigenza di un oppiaceo ancora più allucinogeno si renderà necessario e se ne reclamerà una dose doppia – di cui ogni religione ha la dispensa ben fornita –  proprio per far fronte, per sopportare, la nuova delusione che si è aggiunta alle altre.
E non importa se in realtà da parte delle menti più lucidamente propositive non si sia mai parlato o promesso alcun ‘paradiso in terra’ (se mai, meno ‘inferno’), perchè l’assuefazione all’oppio dovuta alle religioni non tollera brusche astinenze. E se poi, per esempio, l’ateismo diventa addirittura ‘di stato’ (di fatto anche se non costituzionalmente), cioè imposto dall’alto da un potere pur sempre ‘metafisico’ (lo stato come l’ente da cui tutto dipende)… se alla crisi di astinenza si aggiunge questa ulteriore dipendenza… il ricorso ad una dose sempre maggiore di oppio diventa inevitabile. Anche perché questo preteso ateismo, essendo senza vera storia come pratica collettiva, non può contare su quella lunga tradizione di umanizzazione che ha portato alcune religioni, per adattarsi ai tempi, a rivedere gli aspetti più anacronistici del loro impianto dottrinario. Spesso in modo più formale che sostanziale, solo fumo negli occhi, ma sufficiente per non perdere la presa sulle coscienze.
Tutto ciò è puntualmente accaduto – e può sempre accadere – a quelle masse che, consenzienti o meno che fossero, hanno fatto l’esperienza di questa traumatica sostituzione della religione tradizionale con l’imposizione di un’ideologia che aveva, nonostante le apparenze, ancora pur sempre i caratteri della religione… senza però averne la suggestione. Quella suggestione che aveva comunque costituito il salvagente del quale intere popolazioni si sono servite nell’illusione di rimanere a galla
Il fatto è che la disintossicazione può avvenire solo per progressive prese di coscienza… e fra queste ce n’è una tutta particolare, che magari nell’euforia di una avvenuta liberazione da vincoli secolari, in genere non viene ritenuta necessaria. E’ necessaria invece la consapevolezza  che un qualche filtro tra noi e certi aspetti dell’esistenza è indispensabile. Un filtro da porre tra noi e tutto ciò – che è sempre troppo – che va messo in conto alla fatica di vivere, alla paura di fronte alla precarietà dell’esistenza, è necessario per non rischiare di rimettere in gioco la religione, che su questa ‘fatica’, su questa ‘paura’, ha costruito la propria ‘fortuna’.
E in cosa consiste questa presa di coscienza? Nell’evitare con cura di sostituire un filtro con un altro che non sia la ragione, e che sia invece solo un surrogato del filtro costituito dalla religione! Per usare le parole di Nietzsche: “L’uomo ha ucciso dio e poi si è messo ad adorare un asino’.
Lasciamo perdere adesso cosa intendesse veramente Nietzsche per ‘asino’… in sostanza è tutto ciò che comporta pur sempre una qualche forma di alienazione, di sudditanza, la sostituzione di un culto con un altro culto, il ricorso al quale serve pur sempre per realizzare la propria umanità non per se stessa, ma in ‘altro da sé’. Per alienarsi, appunto. Quale che sia l’oggetto del culto… per esempio un’ideologia vissuta ‘religiosamente’!.
L’esigenza che ha dato origine alle religioni, se viene  rimossa, o se comunque si ritiene di non metterla in conto alla condizione umana, permette alla religione, cacciata  dalla porta, di rientrare dalla finestra. Magari camuffata fa ideologia.
E’ solo un sostituire oppio con oppio. Ancora peggiore, il secondo, se lo si ritiene la definitiva disintossicazione dal primo quando invece lo è solo apparentemente…

* Già insegnante di storia e filosofia nei licei, è ora in pensione. E’ fresco di stampa il suo libro Ateismo o barbarie? (autoanalisi di un’ossessione)

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.
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