Stati Uniti, i nuovi eletti vogliono frenare il ricorso all’aborto

Un articolo del New York Times a firma di Erik Ekcholm analizza le conseguenze che sulla legislazione dell’aborto avrà l’esito delle ultime elezioni negli Stati Uniti. Spinti dal successo elettorale di novembre, i conservatori nelle assemblee legislative di decine di Stati americani si stanno muovendo per porre limiti alla possibilità di abortire. Fra le proposte di legge, la proibizione dell’aborto a partire dalla ventesima settimana, pressioni sulle donne che contano di abortire perché guardino ecografie in vivo del feto, o limiti alla copertura assicurativa. Dai nuovi governatori e dai deputati delle assemblee ci si aspetta che sostengano la “cultura della vita”.
Al Congresso i repubblicani sperano d’impedire il finanziamento pubblico, anche indiretto, dell’aborto, ma sono le leggi degli Stati che hanno più efficacia. Molti nuovi eletti, governatori o deputati delle assemblee degli Stati, sono nettamente antiabortisti, con grave preoccupazione dei sostenitori del diritto all’interruzione di gravidanza. Non si può ancora prevedere quali leggi potranno passare, soprattutto perché molti stati si trovano impantanati in difficoltà di bilancio, che li indurranno a passare misure restrittive.
I difensori del diritto all’aborto sostengono che, poiché la campagna elettorale verteva principalmente sull’economia e sul ruolo del governo, gli eletti non possono dire d’aver ricevuto un mandato per un’ampia modifica delle leggi in ambito sociale. Risponde l’associazione Americans United for Life che già da tempo gli Stati hanno introdotto leggi restrittive e che questa tendenza sarà rafforzata nei prossimi anni.
Il tasso d’aborti negli Stati Uniti, in costante discesa dalla punta del 1981 (più di 29 aborti su 1000 donne) s’è stabilizzato a poco meno di 20 su 1000 fra il 2005 e il 2008.

Ermanno Morgari

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