Il diffondersi dell’ateismo, conseguenza della costante emorragia di fedeli dalle Chiese tradizionali, sta finalmente spingendo molti ricercatori a dedicare le loro energie allo studio del fenomeno dell’incredulità. La pubblicazione di libri articoli sul tema si va facendo sempre più frequente, e può essere utile effettuare una breve panoramica su quelli più interessanti.
Darrel Ray e Amanda Brown sono i primi che hanno cercato di rispondere a una domanda ‘calda’: una volta lasciata la religione, la pratica sessuale aumenta o diminuisce? La risposta giusta è la prima: nel libro Sex and Secularism. What Happens When You Leave Religion?, di cui dà notizia Hugh Kramer su Examiner.com, sostengono di aver dimostrato come non solo il sesso ‘migliori’, ma che una volta lasciata la fede diminuiscano anche i sensi di colpa. Ray si dice sorpreso di come i sensi di colpa svaniscano velocemente dopo che ci si è lasciati alle spalle l’appartenenza religiosa, anche la più settaria. Le Chiese che risultano perdere il maggior numero di fedeli, stando ai 14.000 questionari inviati online da ex fedeli, sono quella cattolica e quelle protestanti non tradizionali.
Bradley R. E. Wright, Dina Giovanelli, Emily G. Dolan e Mark Evan Edwards hanno recentemene pubblicato sul Journal of Religion and Society un lungo articolo dal titolo Explaining Deconversion from Christianity. A Study of Online Narratives. Hanno analizzato cinquanta racconti pubblicati online da ex cristiani, nessuno dei quali passato ad altre religioni, cercando di individuare le caratteristiche comuni alla maggior parte di essi. Tre sono le ragioni dominanti alla base della decisione di abbandonare il cristianesimo: problemi intellettuali e teologici (in particolare, la scarsa accettabilità della dottrina da un punto di vista razionale e scientifico, la presenza del male con il concetto di inferno, l’inconsistenza del racconto biblico), l’implausibilità della figura di Dio, e infine l’interazione con i cristiani, che finisce per amplificare anziché tacitare i dubbi preesistenti, perché si limitano a rispondere con frasi fatte e a rifugiarsi nella parola ‘fede’ quando non sanno come rispondere. Di minore impatto è invece l’interazione con i non cristiani. Le conseguenze della ‘deconversione’ sono sia negative che positive: i costi sociali sono alti, ma compensati dal benessere psicologico conseguente all’aumento della libertà personale e alla stabilità psicologica conseguita. Gli studiosi hanno avvertito che nel campione analizzato sono sovradimensionati, rispetto alla media, i maschi giovani, istruiti ed esperti di informatica: una caratteristica di molti increduli che si ritrova peraltro anche in altre ricerche. Anche in questo caso gli autori hanno lamentato la mancanza di studi più dettagliati sulla ‘deconversione’, che pure è un fenomeno che colpisce fino a un americano su tre nel corso della vita.
Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due articoli sulla capacità dei non credenti di costruirsi un’identità e di dare un senso alla propria esistenza: Becoming an Atheist in America: Constructing Identity and Meaning from the Rejection of Theism, di Jesse M. Smith, su Sociology of Religion, e Meaning-Making in an Atheist World, di Tatjana Schnell e William J.F. Keenan, su Archive of Psychology of Religion. Entrambe le ricerche mostrano come l’autoidentificazione come atei e il conseguente ‘coming out’ siano parte del processo di costruzione di senso da parte di coloro che rifiutano il teismo: il percorso non porta ad alcuna “crisi di senso”, perché i non credenti sono per l’appunto capaci di creare e dare un significato alla propria vita, anche se (ovviamente) tendono meno dei credenti ad attribuire significati. Lo studio di Schneel e Keenan, in particolare, mostra come un maggior coinvolgimento nel proprio ateismo porta a più alti livelli di benessere, relazionalità, libertà, conoscenza, individualismo e comfort.
Infine, Amarnath Amarasingam, già curatore di Religion and the New Atheism, ha pubblicato sull’Huffington Post un contributo dal titolo With Reason on Their Side: Is Secularism a Movement? Partendo dalla recente notizia dell’apertura di un corso di studi sul secolarismo (cfr. Ultimissima del 10 maggio), Amarasingam scrive che il secolarismo è “una tradizione viva e attiva con le sue sfide, le sue articolazioni dei problemi della società, e le sue proprie soluzioni per rendere il mondo un posto migliore”. Il ricercatore ha svolto numerosi studi sulle associazioni incredule USA, in particolare all’interno dei college, e rileva come la partecipazione a tali realtà, “fornendo un luogo sicuro per la conversazione, impegnandosi in attività di socializzazione, cambiando le reti sociali degli individui, e creando la sensazione di avere opinioni combattute, promuovono la formazione di un’identità secolarista”. Le ragioni che hanno spinto ad aderire sono sostanzialmente due: trovare persone che hanno punti di vista simili, e trovare uno spazio sicuro in cui discutere con loro, che aiuti a superare la sensazione di solitudine che talvolta si prova quando si è non credenti e non se ne conoscono altri. La partecipazione a queste organizzazioni non aiuta soltanto a creare nuove relazioni sociali, che vanno anche oltre l’impegno attivo, ma coinvolge l’associato in un impegno attivo condiviso e gratificante, perché sono molte le persone (in questo caso gli studenti) che ringraziano chi svolge un’attività ritenuta meritoria. Il secolarismo, conclude l’autore, è dunque un movimento sociale “che senza dubbio continuerà a essere una forza con cui avere a che fare”.
Raffaele Carcano
