Alcuni difetti diffusi tra i non credenti

Raffaele Carcano*

Raffaele Carcano

Un’autentica montagna di studi, come hanno recentemente ricordato Paul Zuckerman e Gregory Paul sul Washington Post, mostra che su tutta una serie di questioni – uso della tortura, pena di morte, punizioni corporali ai bambini, razzismo, sessismo, omofobia, antisemitismo, degrado ambientale, violazione dei diritti umani – gli atei risultano essere più etici dei credenti (e non solo negli USA, ma in tutto il mondo democratico). Risultano inoltre raggiungere risultati più alti nei test sull’intelligenza. Sono più giovani, più istruiti, più dinamici, più tolleranti, meno etnocentrici o nazionalisti. E apprezzano maggiormente la libertà di pensiero.
Ciononostante risultano spesso essere tra le minoranza più odiate. Alla base di questo pregiudizio c’è sicuramente la siderale distanza che separa credenti e non credenti: ogni fedele, di qualunque religione egli sia, sa che l’ateo rappresenta la più sistematica e completa negazione della fede che professa. E, si sa, i credenti più fanatici tendono letteralmente a demonizzare chi non la pensa come loro. La libertà e l’autonomia di giudizio dei non credenti suscitano probabilmente anche un po’ di invidia in chi crede. Che rispondono con un’umana (troppo umana) stigmatizzazione.
Non ho idea se e quanto sia diffusa questa sorta di inferiority complex. E quanto sia giustificata. Molte delle ‘virtù’ di atei e agnostici potrebbero essere semplicemente il frutto del loro essere meno numerosi: persino Benedetto XVI ha affermato che le minoranze sono spesso assai «creative». Tanto per fare un esempio, i cattolici francesi sono indubbiamente intellettualmente più vivaci di quelli italiani: probabilmente, proprio perché il loro potere effettivo è infinitamente minore.
I cattolici cerchino di averlo presente: se il papa è ritenuto «infallibile» (perlomeno quando parla ex cathedra) e se la Chiesa è ritenuta «perfetta» (quantomeno in cielo), i non credenti non sono certo né infallibili né perfetti. Per convincerli di questo ho deciso di redigere un piccolo vademecum di alcuni difetti particolarmente diffusi tra i non credenti. O meglio: di caratteristiche diffuse tra i non credenti (il cui ambiente ‘militante’ penso ormai di conoscere abbastanza bene) che ritengo siano ‘difetti’. In fondo siamo nel regno delle opinioni, e anche diversi credenti ritengono che non essere un omofobo costituisca una carenza.
Un primo ‘difetto’ è stato riscontrato già anni fa da uno studio degli psicologi sociali Bruce Hunsberger e Bob Altemeyer. Gli atei, una volta che sono diventati atei, diventano anche molto più refrattari a cambiare opinione. Tant’è che, nonostante gli auspici di Fisichella, Ravasi e Ratzinger, il numero di adulti che torna alla religione è, secondo quasi tutte le inchieste svolte, praticamente irrilevante. Il problema è che la scarsa propensione a cambiare opinione non si limita all’inesistenza di Dio, ma si allarga a tutti gli aspetti della vita umana. I credenti ritengono di possedere la Verità su Dio, ma sembrano tutto sommato maggiormente bendisposti a rivedere le proprie posizioni su tutto il resto.
Difficile invece trovare un ateo che dica «mi sono sbagliato». Il che talvolta giustifica le accuse di arroganza rivolte loro dai credenti: lo sfoggio di eccessiva sicumera è assai diffuso, l’uso del condizionale alquanto parco. Tendono un poco troppo a considerarsi intellettualmente al di sopra dei credenti, arrivando talvolta a considerarli degli «iddioti» o dei «credini». Un superiority complex che si oppone diametralmente con la volontà di costruire insieme a loro una società compiutamente laica. Cosa si può mai costruire insieme a chi si passa il tempo a insultare? Non vale molto la controreplica che ricorda come anche i credenti (e a cominciare dallo stesso papa) insultino e demonizzino spesso e volentieri i non credenti dipingendoli come «disperati privi di qualunque etica». Chi si esprime così, tra i credenti, non ha alcun interesse a costruire una società laica. Come pensare di far cambiare loro idea, schernendoli in lungo e in largo? E perché inserire nel mazzo anche gli altri, tutti quei credenti che non insultano?
Scherzandoci sopra, si potrebbe dire che sbaglia, Benedetto XVI, quando accusa gli atei «di volersi sostituire a Dio»: in realtà vogliono sostituirsi al papa (che, chissà, forse li teme proprio per questo). L’UAAR riceve almeno un messaggio al giorno contenente l’invito perentorio a fare qualcosa ritenuto fondamentale: con una certa frequenza si ricevono anche programmi dettagliati. Le e-mail contenenti premesse quali «consiglio all’UAAR di…» sono non più di un decimo di quelle con incipit quali «l’UAAR deve!! ora!!». Messaggi di questo tipo non sono peraltro quasi mai accompagnati da una nemmeno larvata promessa di un impegno diretto: un vero papa ordina, mica esegue. Il solo fatto di non credere in Dio non esenta per forza di cose dal sostenere graniticamente altre «verità», siano esse personali, ideologiche o con la ‘v’ minuscola.
Una caratteristica saliente dei non credenti è senz’altro lo spirito critico. Una ‘virtù’ indubbiamente importante e utile nella vita, ma che in alcuni casi può avere anche fastidiosi effetti collaterali. Specialmente quando è portato all’eccesso. Tanti atei, quando sono in dubbio se fare una critica o non farla, scelgono di farla: ma quando sono indecisi se fare o no un complimento, decidono quasi sempre di soprassedere. Quante volte abbiamo dato notizia sulle Ultimissime di alcune belle iniziative, e la maggioranza dei commenti si sono soffermati sull’uso della punteggiatura, o su proposte metalinguistiche alternative?
«Ma come siete permalosi, voi dell’UAAR!», starete già per rispondere. Sbagliato. Per difetto. Qui mi sbilancio: quasi tutti i non credenti sono permalosi. Lo spirito critico è interpretato soprattutto come libertà di criticare, e non di ricevere critiche. I flames sono all’ordine del giorno, le escalation conflittuali sono frequenti, i «non mi vedrete più!» anche. È questo l’aspetto in cui i non credenti sono più simili ai militanti di sinistra (e spesso le due situazioni coincidono). Chissà se succede anche all’estero. E chissà se questo atteggiamento costituisce la principale ragione per cui sia i non credenti, sia i militanti di sinistra trovano difficoltà a unirsi, e tendono a considerarsi eterna minoranza.
G.K. Chesterton sosteneva che «da quando gli uomini non credono più in Dio, non è vero che non credano più in nulla: credono in tutto». Frase a effetto, ma anche sciocchezza solenne. La credenza nella telepatia e  quella nella reincarnazione, oppure la consultazione degli oroscopi sono assai più diffuse tra i credenti che tra i non credenti. È più facile che sia vero il contrario: che i non credenti siano più scettici e diffidenti verso chiunque e qualunque cosa. Sia essa la versione ufficiale sull’Undici settembre, le motivazioni di una raccolta fondi per un’iniziativa laica o la congruità dell’etichetta di un formaggino.
Se le nazioni che più contribuiscono nell’invio di fondi ai pesi in via di sviluppo (Olanda, paesi scandinavi) sono caratterizzate da una popolazione massicciamente secolarizzata, i paesi ‘ricchi’ più religiosi sono invece in testa quanto a donazioni individuali. Una circostanza che trova conferma anche in molti comportamenti che ho potuto osservare: sono, diciamo così, ‘diversamente’ altruisti, e in questo specifico caso meno individualisti dei credenti, il cui dono è spesso espressamente finalizzato alla propria personale salvezza eterna. A mio parere, abituati come sono a cavarsela da soli o comunque a cercare di risolvere sistematicamente i problemi, i non credenti sono meno abituati a capire le difficoltà e le richieste di aiuto del loro singolo prossimo.
E infine. Il pluralismo è la maggior ricchezza dell’incredulità. Non vi albergano certo il conformismo del gregge e il pregiudizio. La tipologia umana è variegatissima. Se la religione, dal latino religare, è fenomeno nato per «unire» (anche attraverso conversioni forzate), gli eterodossi, gli eccentrici e finanche gli asociali sono invece più numerosi tra i non credenti. Può dunque anche darsi che l’abitudine a incontrare personalità diversissime e originali porti a non intuire immediatamente la mentalità disturbata di alcuni personaggi problematici, e quindi ad avere qualche difficoltà di troppo a riconoscere per quello che sono sia gli atei psicolabili, sia le farneticazioni che scrivono. I credenti sembrano invece avere un problema di altro tipo: non sono poi pochi gli atei ‘sani’ (Ron Hubbard, Claude Vorilhon…) che si sono ‘genialmente’ inventati redditizie religioni.
A questo punto passo la palla a voi. Aggiungete o modificate la lista a vostro piacimento, e siate assolutamente liberi di criticarmi (anche per il mio eventuale autolesionismo). Del resto sono anch’io conscio di avere numerosi difetti. Ma non vi dirò quali: almeno finché il sito istituzionale di una qualunque organizzazione religiosa non pubblicherà e lascerà commentare qualcosa di simile. Giusto per vedere se, tra chi ha fede e chi no, c’è grande differenza anche nella temerarietà.

* Studioso della religione e dell’incredulità, curatore di Le voci della laicità, coautore di Uscire dal gregge, segretario UAAR

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.
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