Interruzione terapeutica di gravidanza: la nostra esperienza

Andrea Cataldi e Simona Dalmazio*
Fotina Cataldi e Dalmazio

Lettera inviata al responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico Regione Marche Asur Zona 10, Camerino, e al Direttore dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia, Ospedale B. Eustachio, San Severino Marche. E, per conoscenza: al Tribunale per i diritti del Malato, Ancona; all’Osservatorio sulle Diseguaglianze, Ancona; all’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, Roma

Una storia. Uno sfogo. Mi auguro vogliate mostrare indulgenza e seguirmi sino alla fine.
Martedì 31 maggio, a letto con una tonsillite acuta, privo di forze, non mi alzerei per nulla al mondo. In soggiorno mia moglie, alla diciottesima settimana di gravidanza, cerca di tenere a bada il nostro primogenito. Daniele non le concede tregua. E’ inarrestabile. Fa il suo lavoro e lo fa egregiamente. Nella frenesia, si fa largo il trillo di un telefono che non avremmo voluto sentire. Simona alza una cornetta che non avrebbe dovuto alzare, quantomeno non lei: “Signora buonasera… sono arrivati i risultati dell’amniocentesi… dovremmo parlare con voi…”. Tutto si fa buio, improvvisamente. Pochi minuti dopo ci precipitiamo attoniti in Ospedale. La tonsillite è già una questione vecchia.
Trisomia 13, Sindrome di Petau. Un caso su diecimila. Incompatibile con la vita. Già, incompatibile con la vita, un coro comune, una osservazione che ci sentiremo ripetere sempre, da tutti, di lì ad una settimana. Poi, piano piano, bisbigliando quasi, ci viene illustrato l’unico scenario plausibile, proprio quello più impensato, proprio quello che non avremmo mai preso in considerazione.
Sì perchè quasi si fa fatica a pronunciarla la parola Aborto, persino il personale medico accenna, ammicca, ricorre agli acronimi: IVG, ITG. Figuriamoci poi quando devono confessare che: “no, noi qui di cose così non ne facciamo, cioè sì, eseguiamo l’amniocentesi, poi però… poi però in Ascoli Piceno no…  potete andare a San Severino Marche, Ancona, Pesaro… qui no, qui siamo Obiettori…”
E pensare che sul momento ci sembrava persino normale. Poco male, si farà di necessità virtù. Ancona dunque? No, in Ancona la lista d’attesa è lunga. Pesaro magari. E San Severino?
Solo c’è poco tempo perché alla diciottesima settimana, come dire: più si va in là più il parto può rivelarsi esperienza difficile. Il parto… l’aborto… l’aborto… il parto… Eh sì, perché non c’è altro modo. In età gestazionale così avanzata l’aborto si sostanzia in un parto indotto! Una sorpresa dopo l’altra, una matrioska del dolore che ad ogni stadio mostra una bambola sempre più raffinata.
Epilogo. Ci decidiamo: San Severino Marche. In un giorno ci organizzano il ricovero e Lunedì 6 giugno ore 8.30 siamo lì. Le prime carte, le prime firme, il prelievo del sangue. Il colloquio con la psichiatra. Routine. “Tornate nel pomeriggio poi per il ricovero vero e proprio”. Alle 17.00 quindi siamo in reparto, di nuovo. Abbiamo anche delle domande da fare, in fondo nessuno ci ha illustrato la trafila. Ci riceve un’ostetrica, la caposala ci informa qualcuno, ma chi può dirlo con certezza: “nessuno vi ha detto niente??…” Ok, sembra dire, tocca a me. Si chiude la porta alla spalle e spalanca l’inferno: “l’interruzione di gravidanza è una vostra scelta volontaria… non ci piove… potevate decidere di portare avanti la gravidanza e poi se non ve la foste sentita esiste sempre l’affidamento… dovete capire che noi rispettiamo la vostra scelta, ma voi dovete rispettare la nostra… anch’io, sì anch’io, sono obiettrice… vi verrà data assistenza ma dovete capire che esistono delle priorità… dovremo privilegiare chi dà la vita… se la sala parto fosse occupata dovrete aspettare… tutto chiaro?” . Beh sì, anzi no, ma sì.
Ed il padre, accenna mia moglie, potrà assistere al parto, potrà aiutarmi? Con Daniele è stato così, non ci siamo lasciati mai… “assolutamente no, in sala parto assolutamente no… ed il bambino non lo potete vedere…”
Poi, in un alito, l’ultima domanda, di quelle che non si sanno da dove vengano, fatte così, di getto:  il bimbo nascerà vivo?
“Signora lei ha fatto una scelta, queste cose non la riguardano… non più. E poi no, Signora nascerà morto… e poi… e poi andrà all’inceneritore… come dite? Lo volete portare a casa? Sì, si può anche fare ma dovete pensare a tutto voi ed avvisarci per tempo anche se poi, dove lo trovate un prete compiacente… sebbene di questi tempi… ieri sono stata ad una comunione con un prete… da prendere a schiaffi”.
Quanto può resistere un uomo senza reagire? Ve lo dico io: un tempo infinito. Un po’ l’ha promesso a se stesso, un po’ la moglie lo aveva supplicato di non trascendere, un po’ non vuole peggiorare la situazione, un po’ non trova le parole adatte. Alla fine però su tutto: non ne ha la forza! Fisica e morale. Trova spazio e modo solo per subire.
Il resto della rappresentazione ricalca perfettamente il copione. L’unica vera visita la fa un dottore non obiettore affacciatosi appositamente la mezzanotte del lunedì, poi grossomodo più nulla. Niente epidurale, niente analgesici, nonostante se ne fosse parlato. Gel, fiale di Nalador, un primo ciclo. Poi mercoledì alle sette di mattina le contrazioni, attese come si può attendere il patibolo.  “Non si alzi signora”, ci raccomandano tutti,  “…non si alzi. L’espulsione poi può essere improvvisa. A letto, in bagno… Se dovesse verificarsi non vi spaventate…”
Sei ore dopo, sei ore di spasmi, di sofferenza, di abbandono, di impotenza, di rabbia, di amarezza, di rancore, sperimentando in stille, quasi fosse una flebo, l’intera gamma di sfumature del dolore, la sorte si ricorda di noi. La sala parto, per l’intera mattinata congestionata, è finalmente libera. Diventiamo d’un tratto importanti.
Ed infine sarà mancato il tempo o forse sarà che nessuno se la sia sentita di chiedermi di uscire, o sarà che Simona mi stringeva come se fossi la sua unica speranza, assisto al parto, ed al raschiamento che segue. Vedo nascere mio figlio Francesco e lo vedo morire. Se non fosse stato per quell’ultima fortunata mezz’ora, in pratica l’interruzione di gravidanza l’avremmo dovuta gestire autonomamente, nella più totale solitudine di una stanzetta le cui pareti incombono ancora sui ricordi. Poi tutto finisce e ci chiediamo di dimenticare, dobbiamo dimenticare. Ma si può?
Forse no. Come d’altronde, altra faccia della Luna, non potrò mai dimenticare la carezza spontanea  di un’infermiera ad una Mamma in lacrime quel lunedì mattina durante il prelievo, la normale e quindi inconsueta disponibilità di un’altra infermiera che mi ha consentito di salutare un figlio per la prima ed ultima volta, e la grazia infinita, la squisita comprensione ed i gesti gentili di una anestesista, incontrata pochi secondi prima di varcare la sala parto. Non ne conosco i nomi, ma ne serbo le immagini.
Non mi rimane altro. Nessuna denuncia. Vi chiedo unicamente una replica. Ve lo imporrebbe la Legge (cfr. L. 241/90). Già, la Legge…

* Cittadini.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.
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