Lo stragista norvegese e la religione

Le stragi di Oslo e Utoya hanno sconvolto, per la loro ferocia e insensatezza, le coscienze di uomini e donne di tutto il mondo. È dunque senz’altro importante comprendere le ragioni che hanno spinto Anders Breivik ad agire.
L’uomo si ritiene un “cristiano al 100%” e, benché battezzato nella Chiesa luterana, scrive che occorre facilitare la destrutturazione della Chiesa protestante, ritenuta troppo progressista, e far tornare i suoi membri alla Chiesa cattolica. Vede nella croce il simbolo “storico e culturale più importante” (“la croce è l’Europa”, scrive) con cui ricominciare una stagione di crociate, e critica l’iniziativa legale, sostenuta dall’UAAR, contro la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche.
Il progetto dello stragista mirava a ricostruire un’Europa esclusivamente cristiana. Gli unici atei e agnostici per lui accettabili sono quelli che accettano la supremazia storico-culturale cristiana, ma sono comunque destinati a convertirsi in punto di morte. Breivik ha inoltre esplicitamente individuato come suoi nemici quelli che definisce “umanisti suicidari”: nel video da lui prodotto sono classificati sotto il simbolo dell’happy human, il più adottato dalle associazioni di non credenti di tutto il mondo. Tra queste anche quella norvegese, a cui appartenevano diverse vittime.
Non è dunque accettabile che si diffondano interpretazioni che cozzano con le evidenze disponibili, come quelle rilasciate sulla scia dell’informazione che “Breivik minacciava il papa”. Benché ritenesse Benedetto XVI “codardo” e “illegittimo”, per non aver puntato a un’alleanza militare anti-islamica, Breivik non lo ha in realtà esplicitamente minacciato.
L’UAAR invita tutti i mezzi di informazione a riferire obbiettivamente questi particolari. È indispensabile e doveroso che l’opinione pubblica sia correttamente informata, e non si veicolino interpretazioni di parte che tendono oltre misura a sminuire, se non negare, l’influenza dell’appartenenza cristiana nell’operato di Breivik. La vicenda mostra semmai, ancora una volta, come l’uso identitario del cristianesimo in funzione anti-islamica non sia la risposta adeguata ai mutamenti che le nostre società sono chiamate ad affrontare.

Comunicato stampa UAAR