Monti, Berlusconi, e l’onestà dei credenti

Raffaele Carcano*

Raffaele Carcano

Per la prima volta nella storia dell’Unità d’Italia le organizzazioni cattoliche sono entrate in massa nel governo. Non era mai accaduto nemmeno ai tempi della Dc. I cui ministri erano sicuramente cattolici, ma erano anche politici di mestiere, e solo raramente leader del collateralismo.

Su diciotto ministri dell’esecutivo Monti, ben tre (Andrea, Riccardi, Lorenzo Ornaghi, Renato Balduzzi) sono invece direttamente passati dalla dirigenza di realtà ecclesiali a incarichi di governo. E tre di essi (ancora Riccardi e Ornaghi, più Corrado Passera) sono stati relatori al forum delle associazioni cattoliche a Todi, autorevolmente introdotto dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Anche altri neo-ministri sono vicini al Vaticano: Dino Piero Giarda insegna alla Cattolica, mentre Giampaolo di Paola ha ricevuto dalla Santa Sede l’onorificenza di “commendatore con placca dell’Ordine equestre di San Gregorio Magno”. Lo stesso Monti, dopo aver ricevuto l’incarico, è andato diligentemente a messa: libero di farlo, ovviamente, ma in quanto presidente incaricato poteva cercare di ridimensionare l’enfasi mediatica che ha circonfuso la sua partecipazione. Ora, altro non sembra che la logica premessa di quanto accaduto il successivo venerdì, con il premier che si reca a Fiumicino a salutare il papa in partenza, poco prima di ricevere la fiducia dalla Camera. Per parlare chissà di che.

Più che un sostegno indiretto, sembra proprio di assistere a un impegno diretto della Chiesa cattolica nella gestione degli affari correnti. Si sta andando ben oltre l’investitura: da questo punto di vista, il concordato di Worms (1122) era forse più avanzato. Eppure, da diversi e insospettabili lidi giunge l’invito a non soffermarsi su queste “pagliuzze”, e a osservare meglio la bellezza delle “travi”: a Palazzo Chigi ci sono finalmente un premier e un governo completamente diversi dai precedenti, più presentabili, sobri, onesti e competenti, e sarebbe dunque meglio che i laici si accontentino di ciò.

Ora, a parte che (per esempio) il curriculum del politologo Ornaghi nella gestione dei beni culturali non è certo migliore di quello del suo predecessore Galan, resta il fatto che, come ha commentato già qualcuno, nessuno ha mai chiesto ai laici di diventare democristiani, nell’immediato dopoguerra, solo perché De Gasperi era indiscutibilmente meglio di Mussolini. Persino Eugenio Scalfari si è sentito in dovere di fissare dei paletti nei confronti dei componenti della nutrita delegazione di governo cattolica, chiedendo loro se si ritengono «cattolici adulti, come si definì Romano Prodi, che non accettano deleghe da parte della gerarchia»: perché «anche questo è un conflitto di interessi, ideali e per questo ancor più importanti».

Ironia della sorte, il governo dei “banchieri di Dio”, come l’ha ribattezzato Il Manifesto, si è insediato al termine di una settimana in cui il mondo cattolico non ha dato gran prova di sé, quanto a onestà: don Verzé indagato per il crack del San Raffaele, Don D’Ercole indagato per truffa sui fondi per la ricostruzione, il tribunale di Potenza che ha respinto l’istanza della diocesi di costituirsi parte civile per la “mancata diligenza nel controllo e gestione dei locali” dove è stato (chissà quando) trovato il corpo di Elisa Claps. Senza dimenticare, ovviamente, le ormai ricorrenti “mosche bianche” coinvolte in casi di pedofilia, da Don Seppia rinviato a giudizio per abusi su ragazzi al prete brindisino indagato per violenza sessuale su una bambina.

Quale “salvatore della patria”, il mondo cattolico non sembra disporre di credenziali particolarmente significative. Eppure le magnificazioni acritiche della dottrina morale e sociale cattolica continuano a imperversare, con una pervasività che ricorda da vicino i meccanismi dei regimi totalitari. Tanto che finiscono per tradursi in squadre e programmi di governo, anche a dispetto delle evidenze, e del fatto che certi comportamenti disonesti, quantomeno dal punto di vista morale, si notano anche a livelli più alti della Chiesa cattolica. Tanto per limitarci anche in questo caso alle ultimissime settimane, come dimenticare l’editorialista di Avvenire che, confrontando due ricerche sociologiche effettuate a distanza di anni, concludeva assertivamente che i credenti sono in aumento, quando invece i dati mostravano che i credenti sono in calo? O il cardinal Bagnasco che, per ricevere la sua quota di oneri di urbanizzazione dal Comune di Genova, è arrivato a dichiarare il falso, scrivendo nero su bianco che il numero di fedeli cattolici in città è superiore al numero dei suoi abitanti? O di Benedetto XVI che. senza uno straccio di prova continua a ripetere che l’ateismo conduce al nazismo e ai campi di concentramento? C’è da chiedersi come facciano i credenti e i loro leader a mentire (e, nei casi estremi, a non rispettare la legge) con così tanta naturalezza.

Per arrivare a una risposta può essere d’aiuto un recente studio pubblicato sull’International Journal for the Psychology of Religion, intitolato Mean Gods Make Good People: Different Views of God Predict Cheating Behavior. I due ricercatori hanno innanzitutto notato che, come peraltro rilevato anche da precedenti ricerche, credenti e non credenti tendono a barare in egual misura. Già questo smonterebbe un po’ tante pretese cattoliche. Ma i due ricercatori, Azim F. Shariff & Ara Norenzayan, sostengono di aver trovato un dato ancora più interessante: coloro che credono in un Dio misericordioso sono molto più propensi a imbrogliare rispetto a chi crede in un Dio punitivo. Se ne trae implicitamente un terzo dato: i non credenti sono più onesti dei credenti che credono in un Dio che perdona.

In Rompere l’incantesimo Daniel Dennett ha riproposto una battuta del comico Emo Phillips: “Quando ero ragazzo, pregavo sempre Dio perché mi regalasse una bicicletta. Poi ho capito che Dio non funziona in questo modo: allora ho rubato una bicicletta e ho pregato perché Dio mi perdonasse”. Forse quella di Phillips non era soltanto una battuta: per molte persone Dio funziona realmente così. Se ne può avere un’ulteriore conferma constatando come le nazioni dalle radici cattoliche e le regioni italiane dove la religiosità della popolazione è più alta non si contraddistinguono per livelli particolarmente elevati di moralità: è semmai vero il contrario. E come dimenticare che la Riforma protestante esplose proprio in occasione dello scandalo delle indulgenze?

Tuttavia, anche il più rigoroso protestantesimo, specialmente se unito al letteralismo biblico, non è esente da lati oscuri. Perché spinge a pretendere analogo rigore anche dagli altri, volenti o nolenti. La Ginevra di Calvino si trasformò rapidamente in un posto ben peggiore della Roma dell’edonista Leone X, diventando invece la gemella di quella del controriformistico, “sobrio” e “integerrimo” Pio V, l’allievo più dotato e prestigioso della scuola-quadri dell’Inquisizione.

Non sono stati pochi i giornali che, scrivendo di Mario Monti, hanno accennato a una sua presunta anima “calvinista”. Quasi che la società italiana avesse bisogno di una purificazione, dopo gli anni del cattolicesimo alla Berlusconi: un clericalismo mignottesco come non si vedeva da  molti secoli, dall’epoca di certi mercanti rinascimentali che si compravano il titolo nobiliare e, nello stesso tempo, facevano erigere sontuose cappelle patrizie per la propria e altrui espiazione. Senza che le gerarchie ecclesiastiche prendessero mai le distanze. E tuttavia, occorre anche ricordare che né i profeti, né i governi tecnici, sembrano avere gli anticorpi necessari per durare a lungo. Dopo i Savonarola tornano spesso i Medici, dopo i Ciampi arrivano sovente i Berlusconi.

Per chi non crede, discettare se sia meglio avere a che fare con la fede personalizzata dei credenti di facciata piuttosto che con i furori integralisti dei più fanatici è, tutto sommato, un mero esercizio accademico. Che riserva  però anche qualche soddisfazione, constatando come, in fin dei conti, siano proprio i non credenti a essere i più normali del lotto, a non mentire oltre il lecito e a non chiedere la fustigazione di chi pecca. Anzi: a ben guardare, anche le società più ‘normali’ e civili sono quelle che usano un approccio laico per risolvere i conflitti, e la ragione per risolvere i problemi.

Il prof. Monti si tenga dunque pure i suoi technocath. Ma cominci a utilizzarli per tagliare gli oltre cinque miliardi di euro che ogni anno transitano dalle casse pubbliche alla Chiesa cattolica. Del resto, non è stato proprio lui a sostenere che la partecipazione ai sacrifici necessari sarà richiesta “soprattutto alle categorie che finora meno hanno dato in termini di contributo al risanamento e all’ammodernamento”?

È, anche questa, una questione di onestà. Morale, ma non solo.

* Studioso della religione e dell’incredulità, curatore di Le voci della laicità, coautore di Uscire dal gregge, segretario UAAR. Nelle scorse settimane è uscito il suo nuovo libro, Liberi di non credere.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.
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