Bruno Gualerzi

Si parla di giustizia quando si fa l’esperienza della negazione di qualcosa che, proprio nel momento della sua negazione, ci si manifesta in tutta la sua necessità, ci fa percepire quanto sia indispensabile per essere accettato dalla nostra coscienza… per cui si rivendica la ‘restituzione’ di ciò che viene negato. E cosa viene negato in modo tale da farci parlare di ingiustizia e quindi da farci considerare la giustizia un’esigenza insopprimibile, un valore? Viene negato, infranto, un ordine. Viene interrotta una sequenza vissuta come necessaria nei suoi momenti consequenziali. Viene alterato il ritmo di un divenire interiorizzato nei suoi caratteri vissuti come inalterabili.
Nella sua rappresentazione del mondo la coscienza, che non può prescindere dal vincolo temporale, ordina tutto ciò che gli si para davanti in una successione che, per certi suoi caratteri, diventa subito l’ordine naturale delle cose. Ad esempio la nostra esistenza – l’esperienza che ne facciamo, la memoria che ne conserviamo – è vista come un fluire obbligato e necessario di passaggi che consideriamo naturali in quanto sempre riscontrabili e irreversibili, quale che sia il nostro modo di definirli e di comportarci nei loro confronti: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia (o scansioni analoghe) rappresentano nell’esperienza di ognuno la sequenza più prevedibile, più certa, proprio nel rispettare questo, o analogo, ordine che la vita riserba ad ognuno. Così come, fuori di noi, niente per la nostra esperienza risulta meno imprevedibile del susseguirsi dei cicli naturali, e comunque di ogni altro fenomeno che, proprio per la loro constatata puntuale ricorrenza, chiamiamo naturali. Questo, prima ancora del sospetto, genera la certezza, anch’essa ‘naturale’, dell’esistenza di un ordine, cioè di una realtà che si manifesta a noi, è vissuta da noi, in noi stessi e al di fuori di noi, come successione ordinata e prevedibile di eventi. La coscienza è in sintonia con l’evento quando questo accade proprio quando ‘deve’ accadere, quando è previsto che accada. Quando ‘è giusto’ che accada. La coscienza è pacificata quando l’hic et nunc (il ‘qui e ora’) è conforme a ciò che essa ha raccolto nella sua scorribanda nel tempo, conforme alla sua memoria. La giustizia è il mantenimento di questo ordine, di cui però sentiamo l’esigenza quando l’ordine è infranto, quando qualcosa di naturale, che ‘è naturale che accada’, non accade come dovrebbe accadere.
E allora cosa succede, cosa può succedere, quando nel mondo nel quale trascorriamo la nostra esistenza (l’unico di cui facciamo reale esperienza) la possibilità di verificare questo ordine sembra svanire perchè le nostre conoscenze – per potenziate indefinitamente che siano, ad esempio, dalla ricerca scientifica… che comunque a sua volta non può prescindere, nella sua ricerca, dall’esistenza di un ordine rintracciabile nei fenomeni naturali – debbono arrestarsi di fronte all’ignoto, di fronte ad eventi che sembrano dominati solo dal caso, dal caos? Trovandosi in difficoltà nel dover rinunciare a quell’ordine che sembra inscindibile dalla nostra esperienza, per non rinunciare all’ordine si può ‘risolvere’ tutto col rimando ad un Ordine Superiore, che è il modo per ‘rendere giustizia’ all’esigenza che esista sempre e comunque un ordine. Esiste, ‘deve’ esistere, un Ordine Superiore, che è ‘superiore’ proprio perchè come tale si trova aldilà di ogni possibile esperienza diretta, non verificabile nei modi abituali. In realtà – quando ciò avviene… e avviene sempre quando si tira in ballo l’ID, quale che sia il modo di intenderlo – di cosa si tratta? Della proiezione inconscia della propria attività ordinatrice, per cui si cerca di ‘superare’ questa impotenza conoscitiva di fronte al mondo ‘immaginando’ una dimensione in cui un ordine… anche se non direttamente percepibile… non può che esistere, in modo da ‘rendere giustizia’, appunto, all’esigenza che esista. La suggestione è forte… e anche se viene scientificamente dimostrato di volta in volta che un rapporto di causa-effetto esiste per tanti fenomeni in apparenza ‘caotici’, si sfrutta la strutturale, necessaria, progressività della conoscenza scientifica… soprattutto il suo procedere induttivo che rifiuta ogni deduzione da una qualche ‘causa prima’ o ‘fine ultimo’ (‘fine’ inteso sia come scopo che come traguardo definitivo di un percorso)… per ipotizzare che esiste, che ‘deve’ esistere, Qualcosa, Qualcuno che si situa oltre i traguardi mai ‘definitivi’ raggiungibili dalla scienza. E che ‘spiegherà’ ciò che la scienza non potrà mai spiegare. E dal caos (disordine), si passa così al cosmo (ordine). Giustizia è fatta… non importa come.
E il discorso nella sostanza non cambia anche quando l’ordine infranto, non rispettato, riguarda direttamente la nostra esistenza come individui. In due modi, che comunque riflettono uno stesso meccanismo: uno di tipo esistenziale, l’altro storico-sociale.
Per quanto riguarda la nostra esistenza. E’ vero che la sequenza che scandisce le tappe della nostra vita coscientemente vissuta (come si diceva, le più convenzionalmente accettate: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia, comunque definite e articolate) è percepita come sequenza naturale, come ordine irreversibile, ma c’è anche un esito di questa sequenza, la morte, che si stenta, quando non ci si rifiuta, di accettare come ‘naturale’. E lo si rifiuta, o lo si accetta con sofferenza, proprio perché è percepito come l’interruzione traumatica di quell’ordine che ci eravamo abituati a considerare naturale. Si può provare in tutti i modi a convincere se stessi che la morte è un evento naturale, conseguenza naturale dell’esaurirsi di ogni carica vitale, ma poi proprio la nostra coscienza ci obbliga a pensarla (a viverla pensandola) come quanto di più innaturale ci possa capitare, in quanto ci fa ‘sentire’ la morte come il momento in cui viene improvvisamente a mancare quella dimensione nella quale solamente l’ordine ha senso, cioè il divenire. Il nostro personale divenire. Ecco allora che la morte, cioè l’evento che ci si sforza di considerare il più naturale di tutti in quanto inscindibile dalla vita biologicamente intesa, è visto, meglio, è sentito, anche come l’evento più ‘ingiusto’ di tutti. Ed è per ristabilire questo ordine infranto, per rilanciare questa sequenza interrotta della vita, che si è indotti a postulare una vita anche dopo la morte fisica. Cosa significa infatti ‘postulare’ (termine kantiano) l’immortalità dell’anima se non ‘chiedere giustizia’? E visto che questa giustizia non può essere amministrata da noi, ci si appella ad un Giudice Superiore, divino. Il quale potrà anche condannarci in eterno (l’inferno come residuo inconscio di una ingiustizia di cui – in quanto noi stessi natura – ci si sente oscuramente, oltre che vittime, anche colpevoli), ma intanto l’ingiustizia somma, la fine definitiva, per ciascuno di noi, di tutto, viene esorcizzata. Addirittura, come visto, accettando (in realtà autoinfliggendosi) la prospettiva paradossale di soffrire in eterno…
Infine l’ingiustizia come evento storico-sociale. Qui si debbono considerare almeno due livelli. Uno riguarda sempre l’esistenza fisica, la vita, il cui corso però, in questo caso, viene interrotto non dalla natura, ma da altri uomini. Questo, non solo non si può accettare, ma, trattandosi di una ingiustizia commessa dagli uomini, l’ordine infranto può, anzi deve, essere ristabilito dagli uomini. E fino a quando certi uomini erano visti come rappresentanti nella storia di poteri superiori (in realtà i detentori del potere, comunque esercitato, ma legittimato – nella sua sintesi più simbolica – dal diritto divino dei re a governare), si poteva anche accettare (ri-conoscere) che disponessero personalmente della vita altrui, considerando la morte da loro provocata pur sempre alla stregua di un evento naturale in quanto immodificabile… ma quando questa sorta di delega ha cominciato ad essere messa in discussione e progressivamente ritirata, il primo dovere di ogni ordinamento tendente a ristabilire la giustizia violata è stato considerato la salvaguardia e il rispetto della vita. La giustizia deve essere esercitata prima di tutto per salvaguardare il diritto di tutti alla vita. Ma il problema principale è diventato allora il ‘come’… soprattutto come definire il limite di questo rispetto della vita quando tale rispetto significasse il mettere in pericolo altre vite: questione ancora aperta, dal momento che si discute ancora della legittimità o meno della pena di morte, (e, per estensione, della legittimità della guerra, difensiva o preventiva che la si intenda) presente in molti ordinamenti. Per proteggere la società, si dice da parte dei suoi sostenitori, ma più che altro ancora, miticamente, per ristabilire contraddittoriamente un equilibrio, un corso degli eventi, un ordine, turbato da qualcuno in modo irrimediabile.
Ma, oltre che interrompendo la vita, l’ingiustizia si manifesta anche impedendone uno svolgimento ‘normale’, cioè nel rispetto di norme, regole, divieti, codici di comportamento. Stabiliti da chi? E’ ponendosi questa domanda che, intanto, risulta d’obbligo constatare come il problema della giustizia è storicizzabile: è nel tempo storico, e in modo spesso anche radicalmente differenziato da società a società, da cultura a cultura, oltre che da epoca a epoca, che questi codici di comportamento si sono, prima definiti, poi generalizzati, infine sono diventati punti di riferimento di una legislazione. Ma è sempre ponendosi questa domanda che diventa anche d’obbligo constatare come il problema della giustizia è da vedersi come problema politico… anzi, come in realtà l’uno rimandi necessariamente all’altro, con una accentuazione, quando si parla di problema politico in relazione alla giustizia, del problema della legittimità nella gestione del potere, e quindi del diritto di stabilire le norme e la ‘forza’ per farle rispettare.
Ma il tutto è pur sempre ancora da vedersi come risposta da dare alla possibilità dell’ingiustizia, possibilità che nel tempo, lungi dall’attenuarsi, si ripropone con sempre rinnovata drammaticità. Perchè? Colpa di una natura umana irrimediabilmente propensa ad esigere sì la giustizia, ma solo come esigenza personale, da soddisfare anche se ciò comporta, come sembra inevitabile, situazioni di ingiustizia per altri? Ma è proprio questo che si deve combattere, che ci si sforza di combattere perché non sia l’uomo stesso ad ostacolare le vita degli altri uomini… per cui individuare la causa dell’insuccesso nella natura umana è lo stesso che dichiarare inutile la battaglia, incagliarsi in un circolo vizioso. In realtà non è tanto una presunta natura umana immodificabile da chiamare in causa, ma, se mai, la condizione umana, la quale porta a doversi confrontare col paradosso della giustizia (e della politica) e a superarlo con l’illusione che esista una ‘giustizia naturale’ (che invece non esiste, e proprio per la nostra coscienza che pure la esige, e tanto meno è identificabile col ‘corso naturale delle cose’) sulla base della quale ritagliare degli ordinamenti in grado di instaurare la giustizia nei rapporti fra gli uomini… identificando poi quasi sempre questa ‘giustizia naturale’ con il diritto del più forte, comunque riconosciuto come tale, a governare! Fin che non ci si libererà da questo mito della ‘giustizia naturale’, sempre riemergente sia pure in forme sempre nuove, ci si attenderà dalla giustizia ciò che essa non può dare, e siccome la sua esigenza (come l’esigenza di non morire) resta, nessun ordinamento tendente ad instaurare la giustizia come ristabilimento di un ordine violato, si dimostrerà adeguato. Se si vuole considerare la giustizia come ‘rispetto’ di un ordine naturale da cui ricavare un ‘diritto naturale’, gli esiti di questa concezione, per diversi, o anche opposti, che possano sembrare, portano ad un’unica conseguenza: che si faccia riferimento alla natura o a Qualcuno che ha ‘creato e governa la natura’ si finisce per operare un’ingiustizia reale nell’illusione di rispettare un giustizia teorica.
E questo è accaduto e accadrà perché risulterà il prodotto di un discorso astratto per una umanità virtuale: l’uomo reale, storico, resterà sempre tagliato fuori: da altri uomini cui si delega un potere – non molto diverso nella sostanza anche in tempi successivi a quelli in cui si delegava il potere ai re per diritto divino – che non è esercitabile da nessuno, cioè quello di ristabilire ‘l’ordine naturale delle cose’… e che verrà invece usato – in buona o mala fede, comunque sempre ‘in rappresentanza’ di una sorta di divinità (la ‘dea bendata’, e bendata proprio perché ‘non guarda in faccia a nessuno’, guarda solo se stessa) – per stabilire un ordine che sarà solo il loro, o di ciò che li si delega a ‘difendere dall’ingiustizia’. Spesso non a caso quelle entità astratte, ‘metafisiche’, che sono, o che comunque possono diventare, le Istituzioni. Indispensabili, necessarie alla convivenza umana, ma fonte solo di ingiustizia se non se ne tengono nel dovuto conto i limiti strutturali, il pericolo che possono costituire. Invece di essere le istituzioni a porsi al servizio dell’uomo, è l’uomo che è posto al servizio delle istituzioni: l’ingiustizia sociale massima.
Nota: Ripreso e adattato dal libro di recente pubblicazione: “Bruno Gualerzi – PENSIERI CIRCOLARI (un’avventura filosofica)” – Ed. Aemilia University Press.
