Teoria e Prassi

Stefano Marullo

Fotina Marullo 2

Un caso emblematico, a titolo meramente esemplificativo, per capire di cosa stiamo parlando. Un uomo in ginocchio appena fuori dal tempio (e che tempio, la Basilica di Sant’Antonio a Padova, gremito di gente) in una domenica solenne, e un altro che si china verso di lui, gli prende la mano con la sua sinistra mentre la sua destra la appoggia sulla spalla dello sventurato e lo rincuora dicendo: “Ricordati che hai un Padre che ti vuole bene”. Ripasso pochi minuti dopo, l’uomo che mendica è ancora lì a chiedere l’elemosina, il Buon Samaritano è scomparso. Ancora lì, con un Padre che lo ama, ma senza il fratello che si è volatilizzato, forse senza manco dargli una moneta.

Un esempio lampante, più che per sottolineare lo iato tra annuncio e pratica cristiana, per marcare la distanza che spesso ci può essere tra il dire e il fare. Complementari, unicum, a volte irriducibilmente confliggenti, Teoria e Prassi confondono e avvincono. Come districarsi? La Teoria senza prassi è demagogia pura. La Prassi senza Teoria è antagonismo di maniera, militanza senza speranza, pura testimonianza. La cifra della distanza tra le promesse e la loro realizzazione ce lo danno le estenuanti campagne elettorali (in questi giorni un po’ dappertutto) che di fronte al disincanto di sempre più elettori, sdegnati dalla bugie dei politici-politicanti, paradossalmente premiano non più chi la spara più grossa, memori delle amnesie di chi ha governato, ma chi dà prova di realismo, capovolgendo il noto slogan facendo sì che ormai si chieda l’impossibile solo restando realisti. La promessa (mancata) sembra consustanziale al sistema della rappresentatività basata sull’elettorato passivo, per delega. Curzio Malaparte, in un libello di qualche anno fa, “In difesa dell’Anarchia”, scriveva a ragione, che un sistema veramente democratico dovrebbe potere dare la possibilità ad un popolo di giudicare (magari con un sistema elettronico, allora fantascienza oggi no) in tempo reale le decisioni dei propri governanti esprimendo il gradimento come si fa con le trasmissioni televisive. Senza entrare nei meandri della scienza della politica, il peccato originale, più che nel sistema discende probabilmente nell’insanabile frattura tra Teoria e Prassi, marcatamente spiccata nella nostra cultura di ponente.

Inutile negarlo, siamo stati abituati ad operare una vera e propria scissione tra Teoria e Prassi, siamo portati per deformazione concettuale o semplificazione scolastica a dare talvolta pregnanza alla Teoria, di cui la Prassi non sarebbe che mera conseguenza, altrove a conglobare in una Prassi operosa la stessa Teoria. In teologia, l’indirizzo militante di talune pratiche liberazioniste ha talmente enfatizzato la cosiddetta ortoprassi da ritenere la stessa riflessione teologica un atto secondo, spesso neanche tanto necessaria (molti teologi della liberazione, a dirla tutta, più che ad elaborare un pensiero, hanno scritto per difendersi da accuse, e uno dei rimproveri più serrati a questo tipo di teologia è propriamente la debolezza teorica. Sulla Civiltà Cattolica un articolo a suo tempo parlava, a proposito della Teologia della Liberazione, di una sorta di “deriva pragmatistica della Scienza di Dio”). Annoso problema stabilire, per restare in campo teologico-morale, se sia più vicino alla Verità padre Zanotelli che si è “immerso negli inferi” (per usare parole sue) vivendo per anni nella più grande bidonville africana, o Benedetto XVI che pontifica dai suoi Sacri Palazzi.

Nella moderna scienza, come ha mostrato con ineguagliabile maestria Stephen Jay Gould (a cui L’Ateo ha dedicato uno dei suoi ultimi numeri), non c’è un diverso livello gerarchico di certezza tra Fatto e Teoria, e se le teorie sono costruzioni mentali per spiegare i fatti, i fatti medesimi non hanno la garanzia della certezza assoluta, anzi se l’avessero non sarebbe più scienza (rimando al principio della falsificabilità di Popper). In letteratura, particolarmente interessanti sono le riflessioni di Jean Paul Sartre sul ruolo dello scrittore, mirabilmente espresse nel saggio “Che cos’è la letteratura?”. L’intellettuale esistenzialista che per lungo tempo considerò “la penna come una spada”, era fermamente convinto che nello scrittore impegnato la parola fosse azione, e che, per dirla con Sergio Moravia, “svelare è cambiare”.

Ma più di tutti, in ambito filosofico, nel Novecento, si deve segnalare il contributo di Theodor Wiesengrund Adorno, esponente illustre della Scuola di Francoforte, che sul rapporto Teoria-Prassi ha scritto diffusamente. La sua ostentata ostilità verso la ragion pratica, la diffidenza verso certo azionismo studentesco, nasce da una non celata delusione della storia (che ricorda Albert Camus) e dall’esito tragico delle prassi trionfanti di fascismo e stalinismo, si carica di un giudizio politico (e storico) senza appello riguardo al suo tempo. Scrive infatti Adorno: “L’ostilità contro la teoria che è nello spirito del nostro tempo, la sua estinzione, la quale non è per nulla accidentale, la sua messa al bando da parte dell’impazienza, che vuole cambiare il mondo senza interpretarlo, avendo dichiarato sull’istante che i filosofi finora avrebbero meramente interpretato il mondo, tale ostilità per la teoria diventa la debolezza della prassi”.

Teoria versus Prassi, Prassi versus Teoria, o semplicemente TeoriaPrassi. Attorno a questi concetti si gioca forse uno degli ultimi baluardi della nostra consapevolezza di essere coscienza critica nel mondo contemporaneo. Senza aspettare Godot. D’altronde di “Che” Guevara non ne nascono tutti gli anni.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

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