Meditazioni crepuscolari

Stefano Marullo

Fotina Marullo 2

Si ritiene, a torto, che gli ateo-agnostici evitino di parlare della morte. Finanche la dea Ragione sembra avere le armi spuntate contro di essa. Paolo di Tarso, l’apostolo autodidatta, che baldanzoso gridava: “Dov’è, o  morte, il tuo pungiglione?” (1Cor 15,55) ammetteva anche che “l’ultimo nemico  ad essere annientato sarà la morte”(1 Cor 15,26). Neanche il Cristo poté sfuggire alla discesa agli inferi di tale inesorabile destino.

Che gli atei trovino disagio ad affrontare l’argomento è quantomeno smentito dalla bellissima monografia che “L’Ateo” ha dedicato proprio alla morte nel numero 2/2011. La recente dipartita di Marco Accorti, a cui idealmente sono dedicate queste righe, hanno dato ulteriore stimolo a porre domande attorno all’epilogo che ci attende tutti. A dire il vero, se ne era già ritornato a parlare con riferimento ad alcune morti eccellenti (ovvero eccellenti vite) di notori atei e laici che hanno scelto la strada della morte autoprocurata  e qualcuno aveva provato a specularci sopra sostenendo che, in fondo, per un non credente, il suicidio sarebbe un atto coerente per chi ritiene che l’eternità sia una bugia e questa vita priva di significato.

Lo scandalo vero non è tanto la scelta di porre fine alla propria esistenza, ma l’hybris di avere deciso in piena libertà, fuori dalla tutela di Numi e Dei, ritenuti ipotecari della vita e della morte. Sempre che ci sia una consecutio logica tra l’ammissione che non ci aspetti alcun aldilà con lo svilimento di qualsiasi interesse per questo mondo laddove potrebbe essere vero il contrario. Molti mistici anelavano alla morte e ritenevano la vita un esilio interminabile che li separava dalla visione celeste. Quanto all’ossessione del memento mori, solo chi si prefigura un redde rationem, giudizi universali con premi e castighi, può temere qualcosa dal passaggio finale dell’esistenza

E’ certamente riscontrabile una mancata enfasi riguardo la fatal quiete da parte degli atei. In larga misura ciò è dovuto ad una consapevole accettazione di un destino universale ineluttabile . Un mero ritorno al Nulla (qualcosa ho scritto qui tempo fa ) da dove si è provenuti che però non è una stoica e amorale rassegnazione. Solo un “folle per Cristo” (e comunque folle) come il poverello di Assisi poteva avere l’ardire di chiamarla sorella, la morte. A onor del vero, diversi secoli dopo, userà la stessa locuzione un celebre poeta (Ungaretti). E persino un poeta rock come Jim Morrison in The end, sembra quasi vezzeggiarla. La morte è nell’ordine delle cose, in uni(multi)versi che continuamente si spengono per riaccendersi, niente di più naturale insomma, eppure continuiamo a percepirla come sommamente innaturale. Laddove di innaturale, latu sensu, vi è la vita o il briciolo temporale di coscienza di esistere che ha strappato l’uomo al cono d’ombra che ammanta i suoi estremi (l’origine e la fine segnati dalla non-coscienza) attesa la deviazione della scimmia ominide che fa dell’uomo “l’unica creatura che non accetta di essere quello che è” come voleva Camus. Ma il senso di tanta inquietudine di fronte alla morte può spiegarsi anche con un’ancestrale paura, su cui hanno prosperato e prosperano le religioni, di una cesura irreparabile con l’umanità che resta. Foscolo nel suo mirabile carme Dei sepolcri, nega che ciò possa avvenire, una religione civile lega i vivi ai morti, il ricordo delle grandi imprese degli uomini sono destinate a perpetuarsi nel ricordo di quelli che vengono. Ma un velo di mestizia avvolge il suo carme, inutile negarlo. Lo stesso che si prova al Pantheon di Parigi. Ma sì, Voltaire, Rosseau e tutti i grandi, un’aria gelida avvolge il  monumento che li accoglie, il modo migliore di onorarli è nelle loro splendide opere, immortali, piuttosto che nelle loro povere spoglie, avvolti da marmi e scritte auliche.

Non è facile superare la paura della morte, che pure è un ignoto che ci era noto quando non eravamo al mondo. Un famoso libro di Eugen Herrigel, divenuto presto un best seller, che introduce allo zen l’uomo occidentale, individua tra i traguardi di lunghi anni di ininterrotta meditazione il non provare più alcuna angoscia per la vita, pur vivendo volentieri nel mondo, e l’assenza di timore per la morte, il cui pensiero non turba più. Vivere morendo e morire vivendo, ha scritto efficacemente Carlo Tamagnone. Nessuno scandalo, anzi, A’livella di Antonio de Curtis/Totò vede il momento fatale come paradigmatico e quasi auspicato di sommo egalitarismo tra tutti gli esseri umani, divisi in ceti e lignaggi senza senso.

Già Russell, che pure si dispiaceva della consapevolezza della non-eternità, si consolava pensando che anche gli uomini della peggior specie dovranno rassegnarsi ad una cessazione naturale delle loro iniquità, per il gran sollievo delle loro molteplici vittime.

In fondo, diciamocelo senza remore, non la vita, non la morte, è mistero. Non Dio, ipotesi, o meglio, ipostasi sublimata delle nostre paure e speranze. Mistero  è piuttosto la gratuità della Compassione, nel suo più alto significato etimologico (con-patire) che ci lega ai nostri simili, altrove declinata da filosofie e religioni con Amore, Carità, Amicizia, termini tutti trasudanti anatocismo. Quella che ci fa scegliere di dedicare la nostra esistenza ad una, più persone, condividendo insieme lo stesso destino. Il soffio di vita entro cui questo mistero si compie, alieno di ogni pretesa di immortalità, immerso nel fango della quotidianità (e che rifulge come il fiore di loto). Già, l’immortalità, che come ci insegna Fosca, tragico personaggio di Tutti gli uomini sono mortali della De Beauvoir, può essere mortalmente noiosa. Compassione, la vera chiave di volta del nostro vivere. E’ la lezione che ci viene da Antonius, cavaliere de Il settimo sigillo di Bergman, film senza tempo quindi sempre attuale, seppur sconfitto dalla Morte, invero vincitore morale su di essa. L’Universo, il Destino, la Natura, la Storia non ci amano né ci odiano (il sole si spegnerà tra quattro miliardi e mezzo di anni, senza curarsi di chi abiterà la terra allora) ma sono meri demiurghi che ci usano come materia prima e, se potessero, invidierebbero la nostra capacità di commuoverci per i nostri simili, caratteristica probabilmente non solo umana ma che, come molti etologi ammettono, condividiamo (in barba al nostro tracotante specismo) con altri esseri animali abitanti del nostro mondo. E’ la lezione di Gabriel Conroy, celebre protagonista de I morti di Joyce, che circondato dalle ombre dei vivi e dei morti, mentre la neve cade “come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti” (like the descent of their last end, upon all the living and the dead), intuisce che l’amore perduto/donato è la cifra del valore di ogni esistenza presente e trapassata.

Ce ne andremo spogli esattamente come siamo arrivati, ma comunque sazi di avere assaporato la gioia della gratuità, in mille espressioni. Il nichilismo non ci salverà, mi diceva un amico, ma se ci dà coscienza della disfatta a cui siamo votati non per questo annulla l’irripetibile ricchezza  di  ogni profumo alla cui fragranza abbiamo attinto.  Se mi dicessero che mi manca un minuto per morire, forse avrei il tempo di dire che lo sguardo di mia figlia che mi sorride vale tutto quello che ho fatto, errori compresi, e  da solo può riempire l’esistenza e darne un senso sufficiente. E… scusate se è poco.

NB: le opinioni espresse in questa sezione non riflettono necessariamente le posizioni dell’associazione.

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