Atei e impegnati: le tante strade per darsi da fare

Fatta eccezione per alcuni paesi integralisti, il numero di non credenti è in crescita in tutto il mondo. Anche l’attivismo non è mai stato così diffuso e visibile. Tanto che il problema comincia a essere soprattutto un altro: quale tipo di impegno per gli attivisti atei e agnostici?

La questione è stata riproposta sull’ultimo numero del Free Inquiry, la più diffusa rivista incredula del pianeta (consultabile, come tante altre riviste estere, presso la Biblioteca Uaar). Il “nuovo attivismo”, il “trovare nuove vie di impegno” è stato infatti l’argomento trattato nella parte monografica. Nell’introduzione, Lauren Becker ricorda che “aver ragione su un argomento non significa necessariamente cambiare la testa di una persona”. E una strada per riuscirci, a suo dire, è quella di “tradurre i nostri buoni argomenti in buone azioni”.

E il numero è infatti denso di “buoni attivisti” che svolgono “buone azioni”. Da Mindy Miner degli atei del Michigan, che si impegnano contro la povertà e per la pulizia delle sponde di un fiume, a Franklin Kramer e Derek Miller, di un gruppo ateo universitario, che si sono attivati per raccogliere sangue (“Non ci impegniamo per un mondo che sia migliore per noi. Ci impegniamo per un mondo che sia migliore per chiunque”). Bob Stevenson è attivo in un gruppo che affronta “laicamente” il problema degli alcolisti. Rebecca Hensler racconta di come, in seguito alla morte di un figlio, ha deciso di fondare un’associazione dedita ad affrontare i lutti da un punto di vista non religioso. Alix Jules (un afroamericano non credente, dunque “una minoranza in una minoranza”) ne ha invece fondata un’altra  che cerca di educare alla diversità.

Da un punto di vista più generale, James Croft ricorda l’impatto sociale che ebbero, un secolo fa, gli Ethical Culturists, il cui motto era “Deed Before Creed” (“L’azione viene prima della fede”), nonché American Grace, l’importante studio di Putnam e Campbell (ancora non tradotto in Italia) che mostra come frequentare comunità di fede aumenti il proprio capitale sociale, ma soltanto perché consente momenti di socializzazione. Ne consegue che anche network sociali non religiosi possono avere un impatto simile sull’impegno civico. E infatti ce l’hanno: Bill Cooke porta alcuni esempi positivi tratti da paesi come l’India, il Kenya o l’Uganda.

E il vecchio ateismo “arrabbiato”? Ne parla EllenBeth Wachs, un’attivista atea arrestata tre volte per motivi risibili da uno sceriffo che, guarda caso, è anche un fondamentalista  cristiano. Scrive Wachs: “non sono mai stata un’atea arrabbiata… finché i cristiani non hanno cominciato a perseguitarmi”. Per contro, Hemant Mehta, blogger di Friendly Atheist,  parla dell’aggressività degli atei… verso altri atei: “dov’è il rispettoso disaccordo basato sulle evidenze e la ragione? Perché ogni critica dev’essere corredata da scherno e sarcasmo? Perché alcuni atei ricorrono agli stessi metodi che detestiamo nei nostri nemici culturali?” Mehta è tornato a battere su questo tasto, facendo proprie le critiche che lo stesso Derek Miller ha formulato nei confronti di r/atheism, lo spazio su Reddit che farebbe di tutto per confermare nei non-atei la pessima reputazione di cui “godono” gli atei.

Entrambi i percorsi (l’attivismo sociale, un linguaggio diverso) appaiono tentativi di risposta all’atteggiamento ostile della popolazione statunitense, che soltanto recentemente sembra disponibile a votare un presidente ateo, e che comunque considera un ateo degno di minor fiducia di uno stupratore.  La situazione italiana sembra migliore dal punto di vista della società, ma non lo è dal punto di vista dell’immagine pubblica dei non credenti: che non trovano spazio né sui mezzi di infor­ma­zione né nei discorsi di politici e rappresentanti delle istituzioni e, quando lo tro­vano, è sol­tanto per venire ostra­ciz­zati (se non ridicolizzati, basti pensare agli assolutamente non rappresentativi “atei devoti”).

Ciò non toglie che i problemi Usa non siano poi così tanto dissimili da quelli nostrani, tanto che se ne è già scritto in queste pagine. Non è certo razionale cercare di convincere qualcuno a cambiare idea dandogli ripetutamente del cretino. L’Uaar non ritiene però che fare “volontariato sociale ateo” sia una strada da seguire per migliorare l’immagine degli atei: sarebbe un po’ farlo per secondi fini. E’ tuttavia vero  che c’è un urgente bisogno, in Italia, di mostrare come una parte probabilmente maggioritaria del volontariato “vero”, quello che non vive soltanto grazie ai contributi pubblici, sia  aliena da ogni influenza religiosa. Pur impegnandosi primariamente in altre attività, in linea con i suoi scopi sociali, e mostrando comunque attenzione per interventi di solidarietà internazionale, l’Uaar intende semmai seguire la strada di mettersi al servizio degli atei e degli agnostici italiani nel senso più ampio possibile: di qui la scelta di organizzare cerimonie laico-umaniste e di attivare l’assistenza morale non confessionale negli ospedali. Esclusivamente a chi lo richiede espressamente.

Nel frattempo c’è già tanto impegno da dover dispiegare per difendere i propri diritti. L’ha recentemente ricordato Greta Christina su AlterNet, facendo notare come molto spesso ci sia bisogno di battersi per diritti già riconosciuti, e che battersi  significa spesso andare incontro a ulteriori discriminazioni. Ma i diritti non piovono dal cielo: vanno conquistati giorno dopo giorno.

L’associazione

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