Cristianofobia in Gran Bretagna? Quattro casi a Strasburgo, che riguardano anche noi

Ben quattro casi concernenti la laicità sono stati discussi ieri alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Sono tutti e quattro inglesi, e i ricorrenti (e i loro sostenitori) lamentano la “cristianofobia” della società britannica. Ma è proprio vero? 

Sembra proprio preannunciarsi, anche Oltremanica, una battaglia culturale, portata avanti dalle componenti più integraliste, intorno alla possibilità di indossare simboli religiosi sul luogo di lavoro. Nonostante vi siano regole che vietano di indossare ammennicoli, veli e simili. Il caso più noto riguarda Nadia Eweida, addetta al check-in della British Airways, che non si era adeguata alle regole interne valide per tutti che proibivano i simboli religiosi. Il secondo quello dell’infermiera Shirley Chaplin, che insiste nell’indossare il crocifisso nonostante le disposizioni dell’ospedale, anche per questioni di salvaguardia della salute, non lo permettano. Ci sono poi Lillian Ladele, un’addetta ai registri pubblici che si era rifiutata di ufficializzare una partnership omosessuale perché contraria alla sua fede ortodossa. E Gary McFarlane, che non aveva trattato le coppie gay come quelle etero nel suo lavoro di counsellor presso Relate.

Come rileva Terry Anderson, portavoce della National Secular Society, i media martellano sulla presunta “discriminazione” nei confronti dei cristiani. E fanno intendere che portare un crocifisso sia vietato, alimentando il circolo vizioso del vittimismo e intossicando il dibattito.

È già accaduto in altri casi, come quello del dottor David Drew. Il quale ha invocato la persecuzione religiosa per opporsi a provvedimenti disciplinari presi nei suoi confronti per comportamenti non corretti, estranei a questioni di fede. Mentre capitano casi di medici, meno trattati dai mezzi d’informazione, che fanno proselitismo in ospedale, situazione in cui si approfitta anche della condizione di debolezza del paziente.

Andrew Copson, della British Humanist Association, evidenzia come questi casi siano stati liquidati dai tribunali inglesi proprio perché non sono state riscontrate discriminazioni nei confronti dei cristiani.

Per le sorti della laicità inglese, già messa a dura prova dalla supina accettazione del modello comunitarista, non sembra per nulla promettente nemmeno l’ultimo cambiamento nella compagine di governo. Sayeeda Warsi, co-presidente del partito conservatore, è stata infatti rimossa dall’incarico ma, da ministro senza portafoglio, è ora stata mandata al Foreign Office con l’incarico di “ministro per le fedi e le comunità”. Warsi, una baronessa islamica cristianista, è un personaggio noto per l’astio che mostra nei confronti del “laicismo militante”: ne fece sfoggio soprattutto in occasione di una visita a Benedetto XVI, paragonando le posizioni degli attivisti laici a quelle dei regimi totalitari.

Anche in Italia vi è il rischio di una deriva ancor più marcatamente confessionalista. A parte il crocifisso imposto negli uffici pubblici (recentemente, anche nella Regione Lombardia) e spacciato come simbolo di laicità, la crescita di comunità islamiche porta i magistrati a sdoganare pratiche come l’imposizione del velo integrale o la circoncisione sui neonati. Un approccio che indebolisce fortemente il principio di laicità, favorendo le comunità tradizionali e i loro leader religiosi e intaccando le libertà degli individui.

I quattro casi inglesi, proprio perché portati davanti alla Cedu, rappresentano dunque un test importantissimo non solo per la laicità britannica. Le sentenze avranno ricadute anche sulle nostre battaglie per i diritti civili laici nel nostro paese. È dunque il caso, ancora una volta, di seguire con attenzione cosa decideranno i giudizi di Strasburgo.

La redazione

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