Imu e Chiesa, Consiglio di Stato boccia il governo

Dopo mesi di tentennamenti, slitta ancora il decreto per far pagare l’Imu agli immobili ecclesiastici. Il governo Monti tentenna ormai da mesi. Troppi, considerata la prontezza con cui invece interviene in altri settori, quando si tratta di fare tagli o attingere dalle tasche dei cittadini.

Ma evidentemente non tutti hanno una rete di protettori in Parlamento, come la Chiesa cattolica in Italia. E non è un mistero che questo governo sia formato da diversi esponenti cattolici in buoni rapporti con la Conferenza episcopale, tanto che lo definimmo ‘governo Bagnasco‘ e ‘clerical-tecnico’.

Un balletto, quello tra il governo e la Chiesa intorno all’Imu, che ormai sta stancando. Inizialmente, i vescovi avevano negato che la Chiesa fosse esentata dalla tassa. Il cardinale Angelo Bagnasco prima sulla difensiva era sembrato più disponibile. Si era parlato di un accordo tra Monti e i vertici vaticani, come il cardinale e segretario di Stato Tarcisio Bertone. Finalmente il governo aveva annunciato l’introduzione dell’Imu anche per gli immobili di enti ecclesiastici. Ma da vescovi e scuole cattoliche si erano levati alti lamenti, paventando la chiusura delle scuole paritarie (già largamente foraggiate con fondi pubblici). E il governo era andato ancora incontro ai prelati, giocando sul termine ‘commerciale‘.

Avevamo denunciato da tempo l’atteggiamento dell’esecutivo, chiedendo chiarezza e un intervento che finalmente mettesse in soffitta uno dei tanti privilegi di cui gode la Chiesa nel nostro paese, assicurandole una posizione di potere. Un mese fa si era diffusa la notizia dell’assenza del decreto attuativo per definire i criteri dell’imposizione dell’ex Ici sui beni della Chiesa. Il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, imbarazzato, aveva assicurato che il testo sarebbe stato presto approntato.

Ma il governo non deve aver fatto un lavoro a regola d’arte, visto che stavolta persino il Consiglio di Stato ha bocciato il decreto proposto. I giudici amministrativi hanno respinto il regolamento mettendo in luce come il ministero sia andato oltre i propri poteri. Lo avrebbe fatto elencando in maniera dettagliata le situazioni in cui un immobile è esente dall’imposta. Ed è facile intuire a beneficio di chi.

Persino dall’esecutivo ammettono che è “un parere giusto di cui terremo conto”, come fa il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo. Incompetenza da parte dei ‘tecnici’ o ennesimo tentativo di favorire la Chiesa? Anche alla luce delle conseguenze, l’ennesimo allungamento dei tempi, diventa scontato propendere per la seconda ipotesi.

Ora il governo guidato da Mario Monti promette che per dicembre verrà emanato un nuovo decreto, sulla base delle indicazioni del Consiglio di Stato, scrive Repubblica. Ma, come fa notare Il Sole-24 Ore, la strada per una nuova regolamentazione si fa più complicata. Secondo il governo l’Imu non pagata dalla Chiesa si aggira ogni anno tra i 300 e i 500 milioni di euro. Il mezzo miliardo di euro era la cifra stimata proprio dall’Anci e inserita nell’indagine Uaar I Costi della Chiesa.

Tutto si giocherà sui criteri per stabilire l’esenzione. Limiti che secondo alcuni, come i radicali, il governo pensa di rendere più elastici a favore della Chiesa cattolica, allargando oltre il dovuto le casistiche di immobili che non pagano l’imposta. D’altronde la situazione è ingarbugliata, se si considera che moltissimi edifici della Chiesa hanno in parte un uso non profit e assistenziale ma anche aree riservate a commerci molto lucrosi. Senza contare un’ingiustizia di fondo che riguarda le unità abitative: mentre gli appartamenti per i normali cittadini sono assoggettati all’imposta — lo sanno bene le famiglie italiane che stanno pagando l’Imu — canoniche e abitazioni vescovili erano e, ci sarà da scommettere, rimarranno esentate.

Speriamo che questa sia davvero la volta buona. Ora si richiede davvero serietà, specie verso i cittadini – credenti o meno – che le tasse le pagano e che sono oberati dal carico fiscale. Senza dimenticare che la questione è sotto l’occhio vigile della Commissione Europea per le ricadute sulla concorrenza. Mentre ad esempio in Spagna ci si sta attivando, l’Italia rimane — ancora una volta — indietro, quando si tratta di mettere in discussione i privilegi ecclesiastici.

L’associazione

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