Sesso e disabilità, un tabù al quadrato

“Vivo la mia sessualità come qualunque donna che sta bene con se stessa e ne parlo anche in modo serio per sfatare i tabù sulla sessualità e disabilità. Ne potrei parlare senza problemi anche nei convegni. Forse mi aiuta anche la mia corrente filosofica che vede il sesso in modo molto positivo e naturale, non come la religione cattolica, o come altre correnti spirituali, che lo vedono in modo negativo e peccaminoso”.

Sono affermazioni che Valeria Sirigu, ventottenne affetta da schizoencefalia, ha rilasciato al periodico della Uildm. Valeria si dichiara “atea, umanista e razionalista”, e definisce “il sesso un bisogno primario e naturale del mondo”, da praticare liberamente. Ma è conscia che alcune persone la credono asessuata in quanto disabile, e non nasconde i problemi che la sua situazione comporta: trovare un compagno, certamente, ma anche solo avvisare un’assistente o la madre che sta uscendo con un uomo.

È raro trovare affermazioni simili, in Italia. Che i grandi e piccoli mezzi di informazione non ne parlino è tutto sommato normale, tanto sono condizionati dalle paturnie della Chiesa cattolica. Che accada anche su testate che si vogliono laiche e progressiste suscita tuttavia più sorpresa: è un tabù anche per loro?

Ne scriviamo allora noi, cercando di lanciare un sasso nello stagno. Le persone disabili incontrano molte più difficoltà a trovare un partner. Ed è talmente un’evidenza che, altrove, si cerca di risolvere questo problema.

Già la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità afferma che gli stati sottoscrittori dovranno “fornire alle persone con disabilità la stessa gamma, qualità e standard di servizi e programmi sanitari, gratuiti o a costi sostenibili, forniti alle altre persone, compresi i servizi sanitari nell’area sessuale e riproduttiva”: non è molto, ma si riconosce che il problema esiste. Spetta agli stati andare oltre.

E molti l’hanno fatto. Nei Paesi Bassi l’assistenza sessuale è un servizio completamente garantito dal servizio sanitario nazionale. E la notoria tolleranza olandese ha fatto sì che alcuni comuni inglesi, avvalendosi di un apposito fondo governativo, abbiano inviato ad Amsterdam alcuni disabili al fine di permettere loro di avere rapporti sessuali. Ma anche altri paesi – non solo quelli scandinavi, ma anche la Germania, e persino la “cattolicissima” Spagna – si sono dati regolamentazioni e consentono ai portatori di handicap di avere esperienze sessuali in modo sicuro, quale servizio mutuato o dietro il corrispettivo di un prezzo calmierato. In Svizzera o due associazioni, Sexualité et Handicaps Pluriels e Fachstelle Behinderung & Sexualität, formano assistenti sessuali. Sono attivi anche nel Canton Ticino. E ricevono richieste anche dall’Italia.

Già, l’Italia. Uno dei paesi europei che meno spende per i disabili. Il nostro Stato, quando spende, lo fa “sussidiando” clericalmente i loro viaggi a Lourdes. Invece di finanziare chi per i disabili organizza pellegrinaggi, perché non li interpella direttamente offrendo loro anche la scelta dell’assistenza sessuale?

Se lo Stato finanzia i “viaggi della speranza” cattolici, è purtroppo il responsabile diretto anche di tanti altri “viaggi della speranza”, quelli verso mete più civili, quelle che non solo mettono a disposizione assistenti sessuali, ma consentono anche un ricorso “normale” alla fecondazione artificiale, un divorzio in tempi ragionevoli, un aborto terapeutico in cliniche non condizionate dalla dottrina della Chiesa cattolica. Quella stessa Chiesa un cui rappresentante, il vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli, rifiutò il matrimonio religioso a un paraplegico, in quanto “incapace di procreare”.

Dimenticando, o forse fingendo di dimenticare, che se i paraplegici non possono procreare in maniera naturale possono sempre farlo attraverso le tecniche di procreazione: proprio quelle tecniche che la sua Chiesa, tanto favorevole (a parole) alla “vita”, vuol vietare ovunque. Una Chiesa che si riempie la bocca con tante belle parole e fa, lo riconosciamo, anche tante belle cose (spesso assai noiose) per i disabili, ma i cui vertici hanno deciso di non sottoscrivere la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Siamo ormai abituati in Italia, ad affrontare problemi serissimi in modo poco serio. L’unica iniziativa di cui siamo a conoscenza che abbia offerto una possibilità di soddisfacimento dei desideri sessuali dei disabili è stata lanciata da Federsex, l’associazione che “raccoglie e tutela i club privée”. Probabilmente perché vi avrà intravisto un business. E pensare che, sin dal 1978, esiste una pubblicazione accademica internazionale dal nome eloquente: Sexuality & Disability.

Il profumo di provincialismo si avverte sempre più forte, dalle nostre parti, quando in gioco sono i diritti dei più deboli. Ci auguriamo che questo nostro intervento serva ad avviare anche in Italia un dibattito su una questione che riguarda, ormai, oltre tre milioni di persone. Di cittadini. Perché godano anch’essi di quei diritti che mezza Europa già riconosce.

La redazione

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