Aborto in Irlanda, lo zelo “per la vita” e la morte di Savita

È morta perché l’Irlanda “è un paese cattolico”. Tanto è cattolico, che vi si può morire perché i medici rifiutano un aborto, anche se è in pericolo la vita di una madre. Capita, quando la legge si adegua alla dottrina cattolica. Savita Halappanavar non era né irlandese né cattolica, ma indiana e hindu. E ha trovato le forze e il coraggio di farlo notare ai medici. Ma la legge è uguale per tutti e tutti la devono rispettare, anche se non si è tali. Anche se ci si rimette la vita.

Scoppia il caso per un aborto terapeutico negato

Questa storia è rivelatrice di quanto le ideologie no-choice, in nome della ‘difesa della vita’, neghino l’autodeterminazione e mettano a rischio la vita stessa delle donne, anche con conseguenze tragiche. E tutto ciò per compiacere le gerarchie ecclesiastiche, sostenitrici di una rigidissima dottrina su interruzione di gravidanza, sessualità prima del matrimonio e contraccezione, che non viene rispettata nemmeno dalla maggior parte di coloro che si dichiarano cattolici. Ma qui entra in gioco la colpevole accondiscendenza delle classe politica e dei medici, in paesi fortemente condizionati dalla Chiesa come l’Irlanda e l’Italia.

Savita, giovane di origine indiana che abitava a Galway, è incinta alla diciassettesima settimana. Purtroppo si accorge che sta perdendo spontaneamente il feto e si rivolge al locale University Hospital. Lei e il marito, l’ingegnere Praveen Halappanavar, chiedono ripetutamente ai medici di intervenire con un aborto terapeutico. Ma essendo questi obiettori si rifiutano di agire, perché il cuore del feto batte ancora. Infatti i dottori le avrebbero detto “questo è un paese cattolico” e lei avrebbe risposto “non sono cattolica, né irlandese” per ribadire la sua volontà.

La donna entra in ospedale il 21 ottobre e solo dopo circa tre giorni i medici intervengono, dopo aver atteso che il feto fosse morto per rimuoverlo. Ma intanto la mancanza di un tempestivo intervento, che molto probabilmente avrebbe salvato la giovane, ha per lei conseguenze fatali. La trentunenne muore infatti di setticemia. Secondo il marito si sarebbe salvata se i medici fossero intervenuti prima.

Il tristissimo episodio ha destato grande imbarazzo nel mondo politico, tanto che si moltiplicano le richieste per aggiornare la normativa sull’interruzione di gravidanza in Irlanda, anche con proteste da parte di laici e donne. Il governo di Enda Kenny ha avviato delle inchieste per chiarire la questione. E proprio di recente è stato diffuso un report degli esperti di una commissione governativa per la avere dati e studiare una possibile modifica della legge vigente. Una ricerca voluta dal governo dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Irlanda nel 2010 perché non garantiva l’accesso all’IVG: in questo caso una donna, malata di cancro, era stata costretta ad abortire in Gran Bretagna.

irlanda

Il dubbio legittimo, specie dopo la storia dell’ultimo decesso, è che nelle cliniche irlandesi si tenda largamente ad evitare questo tipo di interventi sulla base di obiezioni religiose, anche quando sono evidentemente necessari. E nonostante sia ammesso l’aborto terapeutico dal 1992, con un pronunciamento della Corte Suprema. Dopo il famoso X Case che coinvolse una quattordicenne rimasta incinta a seguito di uno stupro.

L’opposizione no-choice cattolica contro i diritti delle donne

Ma il caso rientra nella storia della dottrina cattolica, o almeno nella sua versione vigente da qualche secolo a questa parte. Nel Settecento si preferiva battezzare il feto piuttosto che salvare la madre. La pratica, che contribuiva alla strage di donne incinte considerate anche le precarie condizioni igienico-sanitarie dell’epoca, era teorizzata tra gli altri dal teologo Francesco Emanuele Cangiamila. Ma è un modello propagandato tuttora dalla Chiesa. Giovanni Paolo II ha santificato nel 2004 Gianna Beretta Molla, attivista cattolica rimasta incinta ma affetta da un tumore all’utero, che preferì portare a termine la gravidanza perdendo in seguito la vita.

La necessità di avere accesso all’aborto è importante per la salute stessa delle donne. E si sa bene quanto il problema sia sentito nei paesi più poveri e di come sia ferma a livello internazionale l’opposizione di Vaticano e comunità islamica contro i diritti riproduttivi delle donne. Nonostante alcuni studi di dubbia validità — cavallo di battaglia anche degli integralisti cattolici e della propaganda ‘pro life’ — abbiano in passato collegato l’aborto a malattie mentali e uso di droghe, una ricerca più approfondita sui dati sanitari pubblici rivela che è vero esattamente il contrario. Sono le donne a cui non è stato consentito di abortire che successivamente si sono trovate vittime di violenza domestica, droga, disoccupazione, povertà, depressione e malattia. Al contrario, nella stragrande maggioranza dei casi coloro che consapevolmente scelgono di interrompere una gravidanza non hanno ripensamenti né ricadute a livello psico-fisico. Le complicazioni per la salute sono più comuni dopo un parto, se paragonate a quelle dopo un aborto.

Pure in Italia, paese dove le percentuali di ginecologi e anestesisti obiettori hanno raggiunto livelli tali da rendere pressoché inapplicabile la legge 194, c’è ancora tanto da fare per garantire alle donne (anche cattoliche) la propria autodeterminazione. Sono infatti tanti i rischi di un allineamento sempre più evidente della legge e della prassi ad una dottrina dogmatica, sia per la laicità che per la vita stessa delle donne. Anche l’Uaar cerca di fare la propria parte, sostenendo la campagna Il buon medico non obietta e mobilitazioni pro-choice come #save194.

La vicenda di Savita fa emergere ancora una volta la differenza tra uno stato laico e uno stato clericale. Lo stato laico è quello che non impone scelte etiche a nessuno. Lo stato clericale impone invece una visione di parte a tutti i cittadini nel nome di principi supremi trascendenti, negando la libertà di scelta dell’individuo. Savita non ha avuto scelta, e ora è morta, condannata dai ‘difensori della vita’ che hanno scelto per lei.

L’associazione

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