Dogmatismo ateo?

Una nuova querelle sta avendo luogo negli ambienti increduli. Il famoso primatologo Frans De Waal ha scritto un libro che non risparmia attacchi al new atheism, dal titolo The Bonobo and The Atheist: In Search of Humanism Among the Primates. Gli hanno risposto il filosofo A.C. Grayling e il biologo Jerry Coyne. De Waal, noto per i contributi nell’individuazione in chiave evolutiva di elementi di etica ed empatia anche nei primati, si dichiara esplicitamente non credente. Cresciuto come cattolico ma non integralista, è diventato ateo e critica il dogmatismo quale minaccia più grande della religione. A suo avviso però anche tra gli atei militanti c’è dogmatismo.

Molto dell’attitudine di un ateo, aggiunge, dipende da come la persona ha abbandonato la religione o se ne è distaccata culturalmente. Ovvero, se era un credente devoto o piuttosto blando e se questo ha pesato molto sulla sua vita o meno. De Waal quindi distingue due tipi di atei: quelli che non hanno interesse ad approfondire la loro prospettiva e a difenderla, che relegano la questione al privato e non le danno importanza; quelli che invece si oppongono alla religione e ai privilegi che ha nella società. Arriva a sostenere che l’attivismo è conseguenza di un “trauma”, volto a rimpiazzare i vecchi dogmi con nuove sicurezze.

Il primatologo fa alcuni esempi, come l’esponente di American Atheists David Silverman che in tv definisce “scam” (imbroglio) la religione o l’irruenza di Christopher Hitchens. E difende la Chiesa cattolica (da cui non a caso proviene) che non ha condannato formalmente l’evoluzionismo. Ma che, va ricordato, ha avuto molti problemi a digerirlo e verso il quale mantiene ancora oggi una posizione ambigua. Il rapporto tra scienza e religione è “complesso” e include “conflitto, rispetto reciproco e il patrocinio della Chiesa sulle scienze” con università e monasteri. Rievocando infine un dibattito con esponenti religiosi e non nel 2009 a Puebla (Messico) in cui era presente, si schiera con Daniel Dennett: proprio uno studioso considerato tra le fila del New Atheism e autore di Rompere l’incantesimo. Il quale faceva notare che la religione non è solo irrazionale ma è un fenomeno che ha a che vedere con la società e con la natura umana e che merita di essere investigato.

Al naturalista risponde il filosofo inglese Anthony Clifford Grayling, sentitosi evidentemente coinvolto. Visto che è esponente dell’International Humanist and Ethica Union (l’organizzazione internazionale che riunisce le associazioni di non credenti nel mondo e di cui fa parte l’Uaar) e della British Humanist Association, quindi realtà di miscredenza militante. Perché diversi atei e agnostici sono così impegnati? Grayling snocciola una serie di esempi: i dogmi religiosi sono errati a livello scientifico; i bambini subiscono ancora un “lavaggio del cervello” con credenze superstiziose e arcaiche; molte organizzazioni religiose sono ancora contro la scienza, omofobe e contro le donne; in alcuni paesi del mondo le donne vengono ancora lapidate per adulterio o stregoneria e le religioni fomentano conflitti e violenze. Insomma, la religione ancora oggi e troppo spesso non è un semplice passatempo privato come ritiene De Waal, vissuto in un contesto dove il fanatismo non è più diffuso e potente come in passato. D’altronde, la miscredenza non viene dallo zelo religioso e ci sono tantissimi non credenti impegnati nel volontariato, come in attività che contribuiscono alla società al pari dei credenti. E i totalitarismi, bollati dall’apologetica integralista come atei, rappresentano di fatto alternative al peggio delle religioni, di cui rappresentano una versione modernizzata.

La Chiesa non ha messo all’indice le opere di Charles Darwin? Ma in tante altre occasioni ha pesantemente ostacolato la scienza: i casi di Giordano Bruno e Galileo Galilei rimangono emblematici nonostante il revisionismo. E tuttora i fondamentalisti vogliono infilare il creazionismo a scuola e ostacolare la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tutto ciò non ha a che vedere con fumose discussioni metafisiche su Dio, c’entrano piuttosto la società e la politica: motivo per cui i non credenti militanti sono impegnati nella tutela della laicità. Alla luce di tutto questo, si chiede Grayling, come fa De Waal a sorprendersi se “certi atei sono evangelici”?

de waal

Dal canto suo Jerry Coyne è perplesso. Si aspettava da De Waal una critica alla religione, visto che la sua riflessione scientifica fonda la moralità su basi biologiche, demolendo de facto uno dei cardini della religione. Invece ha preferito una tirata verso gli atei. Coyne riporta che, in base alla sua esperienza, la maggior parte degli atei non è affatto militante soltanto perché ha uno zelante passato ale spalle. E fa notare che la Chiesa ha tardivamente accettato l’evoluzione. Giovanni Paolo II in un discorso all’Accademia Pontificia delle Scienze nel 1996 delineava una ben strana versione di evoluzionismo, guidata da Dio e in cui gli umani sono resi tali solo nel momento in cui viene insufflata l’anima.

C’è persino chi da parte cattolica nega che il papa abbia mai pronunciato quel discorso. Tra l’altro in questi ultimi anni Benedetto XVI non ha dipanato le ambiguità, flirtando con l’intelligent design. Adamo ed Eva sono ancora considerati nostri “progenitori” realmente vissuti (quando, non si sa): tanto che nel 2010 un biblista, il sacerdote Ariel Alvarez Valdes, è stato rimosso dal suo incarico per aver sostenuto pubblicamente che i due “progenitori” non sono mai esistiti. È noto poi che tra molti fedeli e negli ambienti del cattolicesimo integralista si considera tuttora errata la teoria evoluzionistica. Segno di un evidente scollamento tra affermazioni di principio ed encicliche (che negli ultimi decenni hanno posto fin troppi distinguo per una serena accettazione dell’evoluzionismo) e ciò che viene insegnato ai fedeli, con buona pace di De Waal.

Dopo aver ripreso le argomentazioni di Grayling, Coyne ha la sua idea sul perché De Waal sia così contro i “neo-atei”. Fa notare che spesso proprio i “faitheists“, più benevoli verso la religione, sono stati in passato molto credenti ma senza riuscire a prendere le distanze dalla vecchia fede, come appunto Chris Stedman. Sembra più uno stereotipo che siano i ferventi credenti a diventare degli atei “furiosi”.

Il confronto in corso evidenzia ancora una volta come gran parte dell’intellighenzia mondiale sia formata da non credenti: una volta, secoli fa, erano i teologi che baruffavano, ora c’è una seria possibilità che il ventunesimo secolo sia ricordato come il primo in cui i dibattiti intellettuali più importanti hanno luogo tra atei dichiarati.

Nel merito, a nostro avviso sbaglia De Waal parlando di dogmatismo ateo, così come sbagliano coloro che parlano di integralismo e fondamentalismo ateo. Perché gli atei non hanno una dottrina dogmatica a cui far riferimento (come accade per esempio per la Chiesa cattolica). E non hanno una concezione integrale e integrata della società (come può accadere all’islam). Non hanno nemmeno alcuna purezza originaria da rivivere, dei “fondamentali” a cui tornare (come capita alla destra evangelica Usa). Se non si prendono in considerazione queste differenze, si rischia di annegare il discorso in definizioni allargate a proprio piacimento, fino a diventare inservibili. Una prospettiva, quella di De Waal, che ci sembra quindi tranchant e troppo manichea. Ma, occorre ammetterlo, tra i non credenti sono diffusi anche pregiudizi, semplificazioni e astio eccessivo nei confronti delle religioni.

È più corretto dire che certi atei sono al massimo settari, in quanto appartenenti a piccole organizzazioni che possono accentuare la propria autoreferenzialità. Ma non è questo il caso delle accuse di De Waal, che fa di tutta l’erba un fascio e accusa di “militanza” pure chi non risulta proprio “militare”. Le affermazioni à la Silverman più che dogmatismo ricordano piuttosto il vecchio — ed effettivamente sempre esistente — anticlericalismo. Ha ragione De Waal a lamentarsene, come ha il diritto Silverman di farsene alfiere. Anche se non si sa quanto giovi alla causa insistervi: difficile far cambiare idea a qualcuno dandogli ripetutamente e con gusto dell’idiota, come già facevamo notare.

È innegabile comunque che De Waal usi toni troppo assoluzionisti nei confronti della religione e che gli attacchi siano incoerenti col tema generale del suo libro. La nostra ipotesi è che probabilmente è solo preoccupato: la morale biologica non basta, quella religiosa ha fallito e nel mondo “ateo” ci si attarda ancora a polemizzare contro la religione, quando invece c’è tanto da fare e da costruire. Il problema è che una risposta sul futuro dell’etica ancora non c’è e non ce l’ha nemmeno lui, perché non avanza proposte chiare. Ma come abbiamo già scritto questa è una sfida impegnativa ma affascinante, che sta anche a noi saper cogliere. Anche se tutto sommato la base di partenza laica su cui riflettere, interrogarsi e confrontarsi è una buonissima base di partenza lontana da ogni dogmatismo. Anche De Waal la fa probabilmente propria, nella vita di ogni giorno.

La redazione

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