“Un cristiano ucciso ogni cinque minuti”: verità o propaganda?

Diversi mezzi d’informazione, in particolare Rainews24 in heavy rotation durante le vacanze pasquali, hanno rilanciato con sempre più frequenza il meme per cui nel mondo “un cristiano viene ucciso ogni cinque minuti”. Con particolare enfasi è stata diffusa questa informazione durante la via crucis: un accostamento che ha un impatto facilmente intuibile, specie nel clima di papolatria che sta facendo seguito all’elezione di Francesco I al soglio pontificio.

Anche la Chiesa cavalca i “centomila” martiri

Da qualche anno si parla di questa massa enorme di cristiani che verrebbero uccisi. Recentemente Avvenire le ha dato nuovo risalto, citando l’associazione “Luci sull’Est” e il suo Osservatorio sulla cristianofobia. Un sito che raccoglie con dovizia casi di vera o presunta persecuzione nei confronti dei cristiani, ma che a sommarli neanche lontanamente si avvicinano al computo di centomila e passa martiri che viene diffuso. “Cifra spaventosa”, come l’ha rilanciata il cardinale Angelo Bagnasco durante la prolusione della recente commissione permanente della Cei, a fine gennaio. Il prelato ha colto l’occasione per criticare l’Occidente “che proclama sì i diritti umani ma poi sembra volerli applicare ed esigere con pesi e misure diverse”. A farne le spese, secondo il presidente della conferenza episcopale, sarebbero proprio i cristiani.

Anche in Vaticano si batte su questo tasto. Il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, in un’intervista all’Osservatore Romano all’inizio di quest’anno ha ribadito che “ogni cinque minuti un cristiano viene ucciso a causa della sua fede”. È quindi un dato, quello dei centomila cristiani martirizzati ogni anno, che gira da anni e viene citato come cavallo di battaglia anche dalla Chiesa cattolica. Menzionato correntemente anche dall’associazione ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’ e da quella statunitense Open Doors, che stila una World Watch List ogni anno, nonché da altri documenti. La confusione aumenta quando si scopre che Open Doors però parla di cento milioni di cristiani “perseguitati” l’anno, non di “martiri”. In un continuo gioco di rimandi e (auto)citazioni, il dato assume credibilità per il solo fatto di rimbalzare tra numerosi articoli, interviste, rapporti, servizi televisivi.

Introvigne e gli strani calcoli degli evangelici

Andando indietro nel tempo, si scopre che, molto probabilmente, il dato è stato diffuso per la prima volta in Italia verso la metà del 2011 da Massimo Introvigne, noto tradizionalista cattolico anti-sette nominato rappresentante all’Osce per la lotta contro razzismo, xenofobia e discriminazione. Lo studioso ne aveva parlato durante la conferenza internazionale sul dialogo interreligioso fra cristiani, musulmani ed ebrei a Gödollö (Budapest), incontro promosso dalla presidenza ungherese dell’Unione Europea. E dal cardinale Peter Erdo, animatore dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa. Per capire il livello, proprio l’organismo che aveva diffuso report che snocciolava senza alcun imbarazzo risibili “discriminazioni” subite dai cattolici in Italia e negli altri paesi. L’Ungheria, già avviata verso la contro-riforma costituzionale che l’ha trasformata in un regime autoritario e clericale, era il palcoscenico perfetto per la kermesse cristianista.

All’epoca, avevamo osato porre dubbi sulle stime dei cristiani uccisi. Ci siamo accorti solo di recente che Introvigne aveva spiegato da dove venivano, non risparmiando una punzecchiatura alla “solita Uaar”. Introvigne si basa sui lavori del Center for Study of Global Christianity diretto da David B. Barrett, che sarebbero, a suo dire, “i più citati nel mondo accademico, e non solo, per le statistiche internazionali sui membri delle diverse religioni”. Barrett e Todd M. Johnson hanno pubblicato, nel 2001, World Christian Trends AD 30 – AD 2200, in cui appunto stimano i martiri cristiani (è anche disponibile un estratto). Scopriremo che sono ampiamente citati perché rilanciati da altre organizzazioni cristiane e che il computo è tutt’altro che preciso, impedendo un processo di peer review. Lo stesso Introvigne, intervistato da Radio Vaticana a dicembre, ha rilanciato la vulgata.

Si tratta, per chiarezza, di studiosi che fanno riferimento al Gordon Cornwell Theological Seminary, una istituzione evangelica con tendenze fondamentaliste già nota per aver sostenuto sulla base di dubbi calcoli che i cattolici erano in aumento mentre gli atei in calo. In contrasto rispetto alla maggioranza delle ricerche sociologiche, che mostrano invece un aumento generale dei non credenti nel mondo.

Le critiche dell’evangelico Schirrmacher

Quanto siano traballanti le cifre sul numero complessivo di martiri lo mettono in evidenza proprio altri credenti più moderati, che ne prendono le distanze. Basti citare la disamina di Thomas Schirrmacher, professore universitario e portavoce della commissione teologica dell’Alleanza evangelica mondiale, che si occupa anche di persecuzioni di cristiani nel mondo. Di certo, non è un ateo anticlericale.

Egli nota come questi numeri siano citati acriticamente da varie istituzioni, come appunto ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’, ma provengano unicamente dalla stessa fonte: il solito report di Barrett e Johnson. Non senza una punta di imbarazzo, lo studioso scrive: “trovo difficile criticare questo numero in considerazione del suo uso diffusissimo, in particolare per il fatto che proviene da due ricercatori rispettabili nonché buoni amici”. Come riscontrato da diversi altri esperti (cristiani e non), i numeri sono troppo elevati e non è chiaro come siano stati raccolti e calcolati. Non c’è traccia di un resoconto utile agli altri ricercatori per controllare le fonti e le cifre, né c’è la suddivisione per stato, aggiunge l’accademico.

Schirrmacher comincia con il prendere in considerazione il decennio 1990-200, per i quali i report evangelici parlano di 156-178mila martiri all’anno. Si presume che la maggior parte di questi morti venga dalle guerre civili nel Sud Sudan e Ruanda. Ma in Ruanda hutu e tutsi erano entrambi per la stragrande maggioranza cattolici e c’è stato almeno un prete di etnia hutu che incitava al genocidio dei tutsi. Non va dimenticata d’altronde la responsabilità della Chiesa nel fomentare la divisione etnica, sulla scorta delle logiche colonialiste e razziste, contribuendo a far detonare lo spaventoso conflitto. Per il Sudan si dovrebbe presumere che i morti siano unicamente cristiani perseguitati dagli islamici, escludendo la folta componente animista e la repressione politica nei confronti dei partiti locali.

Nel periodo 2000-2010 la fetta più grossa dei presunti martiri verrebbe dalla guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo. Di certo moltissimi cristiani sono morti in quel conflitto, “ma che siano morti in quanto cristiani è qualcosa che non viene sostenuto da nessuno, in letteratura”, aggiunge Schirrmacher. Inoltre, senza una base metodologica definita, queste stime possono fluttuare anche di decine di migliaia. Altro punto che mette in discussione è la definizione scelta di “martiri”: sono “i credenti in Cristo in una situazione di testimonianza”, ma i ricercatori si impegnano a “definire ed enumerare i martiri nel senso più ampio possibile”. La definizione teologica è infatti più ampia di quella sociologica e si presta ad annoverare anche chi non sceglie volontariamente o consapevolmente di morire.

C’è poi la questione delle notizie: le stragi di cristiani sono riprese da giornali e tv e hanno il meritato risalto, ma non accadono tutti i giorni. Se ci fosse un massacro al giorno con 50 vittime, si arriverebbe a poco più di 18mila morti: Schirrmacher considera più realistica la media di 20 morti al giorno, cosa che fa scendere i “martiri” a 7.300 all’anno. Inoltre, grandi stragi sono rare. Addirittura, alcune stime fondamentaliste parlano tuttora di decine di martiri all’anno in paesi come Svizzera, Germania, Olanda, Australia, Canada, Gran Bretagna. Schirrmacher, studioso del nazismo, fa un paragone con la Seconda guerra mondiale, e riconosce che la quasi totalità dei cristiani morti nel conflitto non sono stati uccisi per la loro fede come martiri. A parte alcune migliaia, le cui storie sono state ampiamente ricostruite e studiate.

Schirrmacher mette in dubbio le stime nel corso delle guerre civili facendo notare che per l’Organizzazione mondiale della sanità, per esempio nel 2004, ci sono stati circa 184mila vittime di conflitti. Davvero arduo, scomponendo i dati per paese, pensare che la quasi totalità sia di “martiri”. Va aggiunto che, come riporta l’Onu, meno di 500mila persone sono vittime di omicidio nel mondo ogni anno. Difficile credere che addirittura un quinto sia composto unicamente da cristiani uccisi proprio a causa della loro fede.

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Martiri e propaganda integralista contro la “cristianofobia”

Nessuno vuole negare che, periodicamente, avvengano stragi di cristiani, né giustificare o minimizzare in qualche modo l’odiosa uccisione di esseri umani a causa della loro fede. D’altronde, proprio noi abbiamo in alcune occasioni sostenuto appelli contro gli attacchi e la repressione che subiscono in varie parti del mondo. Massacri che hanno luogo soprattutto nei paesi islamici, in particolare in Pakistan e Nigeria, dove peraltro non mancano stragi di musulmani a opera di cristiani, in una spirale di ritorsioni alimentata dall’odio religioso. In paesi come Iran o Arabia Saudita è prevista la condanna a morte per gli apostati, quindi anche per coloro che abbandonano l’islam per diventare cristiani (ma anche atei). Si tratta quindi di violenze scatenate proprio da fondamentalisti religiosi. Invece, in qualche altro paese comunista e autoritario, come la Cina o la Corea del Nord, la situazione appare diversa. I cristiani raramente vengono uccisi: ma sono discriminati, imprigionati, sottoposti a rigidi controlli e viene loro impedito di professare liberamente la propria fede. Tutte azioni che non abbiamo mai avuto problemi a condannare, da convinti sostenitori dei diritti umani e della libertà di credere come di non credere. Ma ci pare fuori dalla realtà sostenere, come fanno Barrett e Johnson, che gli “atei” abbiano martirizzato ben 31 milioni di cristiani in 2.000 anni.

Quando si affrontano certe questioni che coinvolgono emotivamente i credenti e che fanno parte strutturale del loro immaginario, bisognerebbe andare più cauti. D’altronde, se non si ritengono attendibili certe cifre, si viene accusati di non avere sentimenti di umanità o di giustificare le persecuzioni, o persino di essere veri e propri collaborazionisti. E questo genera anche una sorta di tabù in tanti laici che vengono messi all’angolo e colpevolizzati: ciò inibisce la riflessione critica e il controllo delle fonti. Diversi integralisti, piuttosto imbevuti di sacro sadomasochismo, sono persino convinti che gli atei manchino di qualsiasi senso morale e godano nel sapere che i cristiani vengono uccisi o perseguitati. O che ci sia un complotto globale che vede pure le istituzioni internazionali complici nel nascondere questa montagna di morti. Non stiamo al gioco sporco di chi, in maniera manichea, ci vorrebbe proni ad accettare tutto della religione, bollandoci altrimenti per persecutori di martiri.

Da quanto risulta sulla base dei fatti documentati, quelli abbondantemente rilanciati anche dai media più importanti (proprio gli stessi che magari lamentano la scarsa copertura dell’informazione su questi temi) il numero dei martiri nel mondo non dovrebbe superare le qualche migliaia l’anno. Una cifra che comunque rattrista, ma ci sembra davvero azzardato parlare però di 12 morti all’ora, che fanno 288 al giorno e più di 105mila ogni anno. Ricordiamoci infatti che stiamo parlando dei “martiri”, ovvero quelli secondo i sostenitori di queste stime sono inermi e vengono uccisi per il solo fatto di essere cristiani. E non per morte accidentale, omicidio per altri moventi, durante conflitti di natura politica o etnica in qualità di combattenti o vittime civili.

Non è un caso che queste statistiche vengano pubblicizzate senza alcun controllo proprio da realtà più integraliste — cattoliche, evangeliche e di altre confessioni cristiane — con il sostegno esterno delle istituzioni religiose come la Chiesa cattolica. Numeri che vengono utilizzati per lanciare campagne contro la “cristianofobia” e che paventano persecuzioni anche nei paesi occidentali. Intendendo in maniera orwelliana per “persecuzioni” e attentati alla “libertà religiosa” i tentativi di arginare proprio l’invadenza e l’imposizione del clericalismo negli ambiti pubblici. Come il proliferare dell’obiezione di coscienza negli ospedali, dell’indottrinamento religioso a scuola o l’ostentazione di simboli e atti religiosi nei luoghi di lavoro in maniera privilegiata. Anche favorire la laicità in questa logica diventa un attentato.

D’altronde, la storia del cristianesimo è fin dalle origini riccamente corredata dagli apologeti di innumerevoli storie di martiri, ma una quota consistente di questi racconti è palesemente inventata o si dimostra scarsamente attendibile. Tanti diventano martiri a loro insaputa, convertiti in carburante propagandistico e ideologico delle Chiese. Ma come emerge per esempio da un’analisi storico-critica dei primi secoli dell’era cristiana, le stesse persecuzioni durante l’impero romano furono sporadiche. E tuttavia, nell’immaginario collettivo le leggende apologetiche sui martiri torturati da boia sadici e le rappresentazioni cinematografiche stile Quo Vadis hanno scavato profondamente. La cosa più grave è che i mass media riprendano certi numeri senza alcuna analisi critica, contribuendo alla confusione. Sarebbe interessante avere il conteggio dettagliato di tutte questi centomila e più morti stimati dalla ricerca. I diretti interessati possono farceli avere: non mancheremo di aggiornare i nostri lettori sull’argomento. Per il momento, però, non ha tutti i torti chi ritiene che l’affermazione “un cristiano ucciso ogni cinque minuti” stia più dalla parte della propaganda, che da quella della verità.

La redazione

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