La nostra Costituzione è la più bella del mondo?

Domani si terrà a Roma la manifestazione nazionale “Costituzione via maestra“. Una mobilitazione che ha coinvolto molte associazioni, diversi partiti e personalità di spicco della cultura e della politica, uniti nella difesa della costituzione italiana. Tra i promotori dell’appello i giuristi Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà e Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti di Libera, il sindacalista Fiom-Cgil Maurizio Landini.

Molti ci hanno chiesto se l’Uaar parteciperà. Qualunque socio è chiaramente libero di manifestare, ma la presenza come associazione è un altro discorso. Pur condividendone alcune istanze, l’attenzione irrinunciabile per la difesa dei diritti che il testo costituzionale afferma e l’esigenza di vigilare per non fare pericolosi passi indietro, riteniamo però che la Costituzione vada rivista e migliorata in alcuni punti. Come d’altronde abbiamo ribadito nelle nostre tesi, dove mettiamo in evidenza quelle che sono le criticità.

A nostro modesto avviso, un approccio razionale e critico non dovrebbe infatti contemplare testi sacri intoccabili o dogmi indiscutibili. Non possiamo non chiederci quindi, mettendo da parte le sensibilità politiche e la retorica, se la nostra sia davvero la Costituzione “più bella del mondo”, per parafrasare Roberto Benigni. Qualsiasi testo in teoria è migliorabile, anzi, deve essere costantemente migliorato nell’estendere dignità e diritti man mano che la società cambia. Per venire alle questioni che riguardano più da vicino l’associazione, va detto che la nostra Costituzione dal punto di vista laico è sempre stata alquanto deficitaria. Già l’articolo 7, pur dichiarando formalmente che Stato e Chiesa sono “ciascuno nel suo ordine, indipendenti e sovrani”, blinda un concordato originariamente sottoscritto da Vaticano e regime fascista che garantisce ampi privilegi alla religione cattolica.

L’articolo 8, che dà alle altre confessioni religiose la possibilità di stipulare intese con lo Stato, introduce un multiconfessionalismo multilevel che pone un gradino sotto la Chiesa. Atei e agnostici non vengono citati, né si presta attenzione alle loro istanze. Più auspicabile sarebbe una riforma costituzionale che vada nel senso di una reale parificazione tra credenti e non, con l’abolizione di privilegi per le comunità di fede.

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Inoltre, la laicità non è espressamente enunciata nel testo costituzionale, e questi decenni di vita politica hanno dimostrato quanto sia difficile far valere tale principio e come il clericalismo sia ancora influente. Lacuna che ha pesanti ricadute proprio su tutta una serie di temi che stanno a cuore ai manifestanti e che riguardano da vicino i diritti degli individui. Per esempio, come gestire la propria sessualità, scegliere se avere un figlio e avere la possibilità di interrompere una gravidanza, vedere tutelati i propri legami affettivi per coppie di fatto e gay, non vedersi imposta a scuola l’ora di religione, poter scegliere in autonomia le direttive per il fine-vita.

L’impianto della Costituzione rispecchia purtroppo un approccio datato e con un sottofondo tradizionalista anche su questioni che riguardano la famiglia, definita all’art. 29 come “società naturale” e “fondata sul matrimonio”, circostanza che rende difficile il riconoscimento di altre forme di famiglia, in una società in cui convivenze (anche omosessuali) sono ormai fenomeni di massa. Anche la formulazione dell’art. 33, in cui si garantisce a enti e privati “il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”, è ambigua e lascia aperta la porta ai finanziamenti pubblici per il mantenimento delle paritarie, non a caso in parte cospicua cattoliche.

Altro punto dolente è la sussidiarietà (art. 118 e 120), incardinata con la riforma del Titolo V del 2001, che per come si è venuta a evolvere in Italia corrisponde in pratica alla dottrina sociale della Chiesa e permette di lasciare in appalto a organizzazioni legate al clero diversi settori. Tutto questo ha pesanti ricadute in termini di laicità e di efficienza dei servizi pubblici.

Comprendiamo che, in questo momento, il rischio di modifiche peggiorative è concreto, e che occorre pertanto prestare la massima attenzione per la salvaguardia dei diritti e dei principi su cui si fonda la nostra democrazia. Ma ciò non toglie che la difesa di quanto vi è di buono non può comportare una sacralizzazione della Costituzione tutta intera. Per questo motivo non riteniamo sostenibile la difesa della Costituzione senza se e senza ma: sarebbe diverso se invece si puntasse a difendere una serie di paletti che non la rendano facilmente modificabile in base agli umori della maggioranza di turno.

La redazione