Difficoltà (superabili) di comunicazione tra atei

Il 2013 si chiude con i risultati di un sondaggio internazionale, condotto da Bertelsmann Stiftung in tredici paesi, che mostra per l’ennesima volta come la religiosità sia in declino, la secolarizzazione avanzi, e una massa ormai maggioritaria di persone chieda la separazione tra Stato e confessioni religiose. L’incredulità non è ormai più un fenomeno fondamentalmente elitario, come accadeva sino a pochi decenni fa. Inoltre, il dibattito intellettuale vede oggi protagonisti soprattutto non credenti: il pensiero teista non sembra essere più in grado di incidere in maniera significativa.

Non è tuttavia il caso di suonare la grancassa. Innanzitutto perché, in molti paesi, alla diffusione dei non credenti non corrisponde un ampliamento dei diritti loro riconosciuti: atei e agnostici rimangono, generalmente, cittadini di serie B, anche laddove possono esprimersi (quasi) liberamente. Stesso problema per la laicità: le società sono più secolarizzate e plurali, ma quasi tutte le legislazioni continuano ad assegnare un ruolo privilegiato (e remunerato) alla confessione religiosa “tradizionale” e un’attenzione particolare alla sua dottrina, generando forti resistenze all’uguaglianza giuridica di donne e omosessuali e al finanziamento della ricerca.

Accanto a questi problemi, di cui diamo costantemente conto su questo blog, ce ne sono anche altri, decisamente minori, ma su cui vale la pena soffermarsi un poco.  Uno di questi è la vera e propria diffidenza da parte dei pensatori più in auge nei confronti di chi è quotidianamente impegnato “sul campo”.

Frans de Waal è il più noto primatologo al mondo: nel suo Il bonobo e l’ateo continua a demolire la pretesa religiosa di detenere il copyright della morale. Ma nel contempo critica gli atei “dogmatici” che si limitano a criticare la religione dando dell’idiota a chi non la pensa come loro, senza impegnarsi a costruire una società umana migliore: ai suoi occhi, è come se protestassero davanti ai cinema dove proiettano Titanic per far sapere a tutti che Leonardo di Caprio non è realmente morto.

ehrman

Bart D. Ehrman è attualmente lo scrittore dei libri “accademici” sui vangeli più diffusi al mondo: in Gesù è davvero esistito ribadisce che il Gesù della storia non è certo quello “contrabbandato” dalle Chiese cristiane. Ma si stupisce che tanti atei e agnostici militanti “continuino a sostenere — a torto e in modo controproducente — che non è mai esistito”.

Jonathan Haidt è uno psicologo estremanente influente: in Menti tribali spiega perché la morale religiosa “unisce e acceca”. Ma critica “i nuovi atei che sostengono che la religione sia alla radice di quasi tutti i mali”. Nel frattempo, nel mondo anglosassone è uscito postumo l’ultimo libro di Ronald Dworkin, uno dei grandi filosofi del diritto dell’ultimo secolo. Si intitola Religion Without God, e vi si ribadisce che non occorre credere in Dio per dare un senso alla vita. Ma anche in questo caso non si lesinano critiche all’ateismo militante, e in particolare a Richard Dawkins.

Ciò che sembra accomunare tutti questi autori (e non solo questi) è, da una parte, il ridurre il fenomeno dell’ateismo impegnato a tre autori particolarmente pepati (Dawkins, Hitchens, Harris) nonché alla spesso vociante comunità web. Dall’altra, una certa paura dell’anomia: la morale religiosa ha ormai perso presa e credibilità “divina”, ma ha lasciato un vuoto che i nuovi atei non sono ritenuti capaci di colmare (non a caso l’autore più citato da Haidt è Émile Durkheim). Una preoccupazione tra l’altro di vecchia data: risale come minimo a Crizia, venticinque secoli fa, e nel corso dei secoli ha trovato prestigiosissimi sostenitori — un nome per tutti, Voltaire. Una preoccupazione che l’esperienza dei paesi scandinavi “senza Dio” sta comunque cominciando a fugare.

Tuttavia, molto resta da fare, in particolare per le associazioni di atei e agnostici. Spetta soprattutto a loro ridurre la distanza tra “base ed élite”. Anche l’Uaar ci proverà, cercando di organizzare anche altri momenti in cui discutere di un mondo senza Dio, e favorendo l’incontro (o quantomeno la reciproca attenzione) tra pensatori, militanti e cittadini non credenti. Non dimenticando, come sostiene Derek Parfit in Ragioni e persone, che “la credenza in Dio o in più dei ha impedito il libero sviluppo delle persone. L’eclissi di tali credenze è un evento molto recente e non ancora concluso. È per questo che l’etica non religiosa si trova a uno stadio primitivo. Noi non siamo ancora in grado di prevedere se, come sul terreno della matematica, raggiungeremo tutti quanti l’accordo. Ma non è irrazionale nutrire speranze ambiziose”.

La redazione

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