Meriam non deve solo vivere, deve anche essere libera

Forse il fratello di Meriam, la donna sudanese incinta attualmente detenuta insieme al figlio, nemmeno immaginava le conseguenze che avrebbe avuto il suo gesto. È stato lui, infatti, a denunciarla per adulterio, e ciò rende ancora più grottesco il quadro complessivo. La colpa di Meriam sarebbe quella di aver sposato un cristiano, lei che è nata sì da una madre cristiana, ma il cui padre, che alcune fonti danno per fuggito di casa quando la donna era ancora bambina, è musulmano. Tanto basta per la legge coranica per essere considerati appartenenti all’islam, clan a senso unico dove è possibile entrare ma mai uscire.

O forse l’unica cosa che non avrebbe immaginato, il fratello di Meriam, era solo il risalto che la vicenda avrebbe avuto nelle cronache globali. Magari era perfettamente consapevole del fatto che dall’incriminazione per adulterio a quella per apostasia, reato punibile con la pena di morte in moltissimi paesi islamici, il passo sarebbe stato breve e quasi inevitabile. Non stupirebbe se così realmente fosse, non sarebbe la prima volta che un fervido musulmano denuncia un proprio congiunto, e sicuramente non sarà nemmeno l’ultima. Quando il fanatismo religioso è così radicato nel tessuto sociale, quando la stessa parola “laicità” diventa priva di senso, ci si può aspettare questo e altro.

Pochi giorni fa è arrivata la sentenza di primo grado emessa da un giudice locale. A Meriam erano stati concessi tre giorni di tempo per abiurare la sua fede cristiana, ma la giovane ha fermamente rifiutato spiegando di non ritenersi apostata perché cristiana da sempre, e così il giudice è stato altrettanto inflessibile: 100 frustate e la forca. La notizia ha presto fatto il giro del mondo: Amnesty International ha subito lanciato un appello per chiederne l’immediato rilascio, seguita a ruota da diverse organizzazioni e paesi di tutto il mondo, a cominciare dagli Usa. L’evolversi degli eventi ha fatto sì che intervenisse il presidente del Parlamento sudanese, Al Fateh Ezzedin, per lamentare un attacco alla reputazione del Sudan e per denunciare la diffusione di notizie false, come quella secondo cui Meriam sarebbe cresciuta in un ambiente cristiano.

meriam

In casa nostra, alla mobilitazione di Italians for Darfur ha fatto eco il quotidiano Avvenire con il lancio di una campagna sotto l’hashtag #meriamdevevivere, a cui ha successivamente dato la propria adesione il premier Renzi. Anche la ministra Mogherini, in trasferta presso l’Onu, ha fatto sapere che avrebbe parlato della questione con il segretario Ban Ki-moon, nell’ambito dell’impegno internazionale dell’Italia contro la pena di morte. A leggere queste posizioni si direbbe che mentre il mondo chiede il rispetto dei diritti umani, tra cui evidentemente rientra anche la libertà di religione, da noi l’unica questione rilevante sia la condanna a morte. Ovviamente è quella più importante, ma non riteniamo sia corretto focalizzarsi unicamente su quella e mettere da parte, come se fosse di importanza marginale, il principio secondo cui ogni persona ha il diritto di scegliere da sé la propria appartenenza religiosa.

Non solo. È doveroso aggiungere che in questo diritto rientra anche quello di non scegliere alcuna appartenenza. Non bisogna dimenticare, infatti, che le leggi clericali colpiscono molto più i non credenti dei diversamente credenti. Questo è particolarmente vero nei paesi islamici che hanno adottato leggi ispirate alla sharia, come nel caso di Raif Badawi in Arabia Saudita, paese dove l’ateismo è addirittura equiparato al terrorismo, o come in quello di Khalid Saeed, ateo pakistano. E laddove non si viene incriminati per apostasia intervengono le leggi anti blasfemia, altra odiosa forma di limitazione della libertà di pensiero, prima ancora che di religione: Alexander Aan in Indonesia, Alber Saber in Egitto, le Pussy Riot in Russia, Jabeur Mejri in Tunisia e i blogger atei in Bangladesh sono solo alcuni dei casi noti. Dak Kazakistan giunge la notizia che l’ateo Aleksandr Kharlamov rischia sette anni di carcere per aver criticato le religioni: e quindi, secondo l’interpretazione delle autorità, “suscitato tensioni religiose”.

Sulla vicenda dei blogger bengalesi l’Uaar ha anche scritto al governo allora in carica, oltre ad aver consegnato all’ambasciata dal Bangladesh  le oltre 1.500 firme raccolte in una petizione, ma nessuna presa di posizione ufficiale delle istituzioni è stata registrata. Che la libertà dei non credenti valga meno di quella dei cristiani? Forse sì, se si considera che perfino la Mogherini ha sentito la necessità di precisare: «Ci deve preoccupare […] questa ondata di violenza nei confronti delle comunità cristiane».

L’altro ieri è stata celebrata la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, istituita dall’Onu per contrastare ogni forma di discriminazione verso le persone LGBTIQ. E, manco a dirlo, proprio questa è un’altra categoria di cittadini a rischio nei paesi islamici (e non solo), come ricorda ad esempio il blog Il grande colibrì. Che sia arrivato il momento giusto anche per una giornata internazionale a tutela della libertà di religione e dalla religione? A tutela, quindi, di tutte le persone, di qualunque orientamento filosofico/religioso, ingiustamente discriminate e perfino condannate. A tutela di tutti i Raif e di tutte le Meriam, che non devono semplicemente vivere; devono essere liberi di credere e non credere quello che pare loro.

La redazione

Archiviato in: Generale