La messa a punto della pratica religiosa

Il sito dell’Istat mette a disposizione una pagina in cui analizza l’andamento della frequenza dei luoghi di culto nel corso del tempo, tra il 1995 e il 2010. Da essa si individua una tendenza: il calo costante di chi dichiara di andare a messa almeno una volta alla settimana. In quindici anni si è infatti passati dal 39,7% al 32,0%, mentre quelli che non ci vanno mai sono saliti dal 15,2% al 26,7%. Numeri significativi, peraltro più bassi del reale a causa del fenomeno della desiderabilità sociale: siamo in un campo in cui gli intervistati tendono a dare una risposta che ritengono piaccia all’intervistatore, adeguandosi cioè a quella che ritengono sia “la norma” — andare a messa. Una ricerca di qualche anno fa, commissionata dal Patriarcato di Venezia, ha mostrato come le frequenze dichiarate sono quasi il doppio di quelle reali.

I processi di secolarizzazione, riscontrabili ormai in ogni paese democratico, vanno avanti anche da noi e incidono indifferentemente al nord e al sud, come ha mostrato anche il sondaggio Doxa realizzato per conto dell’Uaar. A fare la differenza è il ricambio generazionale: dalle statistiche scompaiono gli anziani devoti sostituiti da giovani increduli. Contrariamente a quanto vorrebbe far credere molta stampa poco avvezza all’uso dei numeri, non è una questione di attitudini giovanili iconoclaste che nel corso della vita si smorzeranno pian piano. In realtà sia gli anziani sia i giovani del 2010 sono meno praticanti degli anziani e dei giovani del 1995, e lo dichiarano con sempre minore riluttanza.

Su Wired, periodico trendy, Davide Mancino ha titolato a effetto Addio chiesa, i giovani italiani non vanno più a messa. Sottolineando che “Papa Francesco vanta una popolarità senza precedenti tra i giovani, ma provate a chiedere a un sedicenne se va a messa”. I dati più recenti sono del 2010, quando Bergoglio era soltanto un semisconosciuto arcivescovo di Buenos Aires sconfitto nell’ascesa al trono di Pietro da Joseph Ratzinger: non è quindi deterministicamente detto che non si assisterà a un’inversione di rotta. Ma papa Francesco, empatico e à la page, piace per ragioni per nulla religiose. Non risulta che il suo avvento abbia fatto lievitare la credenza nella transustanziazione.


L’osservazione è dunque corretta: perché un giovane dovrebbe andare a messa? La pratica religiosa ha sempre fatto perno soprattutto su cinque elementi: il conformismo sociale, l’obbedienza, il rispetto della tradizione, l’esigenza di superare difficoltà esistenziali, quella di socializzazione. Nelle società democratiche odierne sono tutti elementi in crisi, e come se non bastasse tendono a restare i soli. Una volta l’unica alternativa — e solo per i maschi — era l’osteria, non a caso demonizzata. Oggi vi sono milioni di potenziali alternative. Non sta a noi giudicare tali alternative ma, come ha notato persino Bill Gates (non certo un militante laicista) “in termini di allocazione delle risorse di tempo la religione non è molto efficiente. Potrei fare molte più cose la domenica mattina”.

L’atteggiamento prevalente, oggi, è di dichiararsi “cattolici non praticanti”. Fa piacere a tanti atei, perché mostra come la maggioranza degli italiani non sia devota. E torna buono anche alla Chiesa, che può rivendicare il fatto che, nonostante la secolarizzazione, il 75% degli italiani continua a dichiararsi cattolico. Ma è comodo soprattutto per i “cattolici non praticanti”, perché permette di far propri valori sempreverdi (anche se discutibili) come identitarismo e tradizione, senza dover perdere tempo a seguire noiose liturgie e a ottemperare a incomprensibili dogmi. Spesso con i piedi in due staffe: laici con gli atei e clericali con i cattolici praticanti.

Tutto molto italiano, si noterà. Già. I sociologi inseguono il Paese Reale, ma troppi abitanti del Paese Reale inseguono l’apparenza. Non è un caso se il palinsesto di Rai Uno è zeppo di fiction religiose: per completare l’opera, l’Inno di Mameli dovrebbe essere sostituito da The Show Must Go On. Un normale Paese Reale sarebbe quello dove chi si dichiara cattolico va anche a messa, chi si ritiene ateo non ha timori a esprimerlo e, soprattutto, dove i parlamentari legiferano sulla base delle istanze della popolazione. Chissà se riusciremo prima o poi a vederlo.

La redazione

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