Il paradossale diritto di reprimere i diritti altrui

Partendo dal presupposto che ogni persona deve poter esprimere la propria identità, cultura e religione senza essere oggetto di discriminazione, si pone un problema di tutela nel momento in cui emerge un’incompatibilità nell’esercizio di questo elementare diritto da parte di due persone di estrazione diversa. Ad esempio, negare l’esistenza degli dei rientra nella libertà di espressione di un ateo, ma allo stesso tempo viene spesso ritenuto offensivo da chi è credente. Tale problema può essere gestito in due modi diversi: il primo è quello di stabilire che nessuno ha il diritto di non essere offeso, il secondo è al contrario quello di tutelare in qualche modo tutti dalle offese ricevute da tutti gli altri, istituendo di fatto dei compartimenti stagni. Noi, naturalmente, rigettiamo la seconda modalità. Le università britanniche l’hanno invece fatta propria.

Il principio attualmente vigente è quello del “safe space”, che sembra affondi le sue radici nell’esigenza di proteggere i campus statunitensi degli anni ‘70 dai reclutatori delle forze armate. Nel tempo questa prassi si è evoluta — o forse sarebbe più corretto dire “involuta” — dal principio “no platform”, secondo cui l’ambiente studentesco dovrebbe essere interdetto a chiunque voglia fare propaganda di ideologie o proselitismo di qualsiasi genere, fino ad arrivare man mano all’assunto secondo cui chiunque può dichiarare violato il proprio “safe space” nel momento in cui all’università viene invitato un relatore giudicato ostile. Un articolo apparso su The Guardian nel febbraio 2015, quindi a breve distanza dalla strage allo Charlie Hebdo (triste coincidenza), analizza in dettaglio le assurdità generate da questo sistema ormai assimilato fino al punto che chi non riesce a ottenere soddisfazione alla richiesta di annullamento di un appuntamento, si sente in diritto di boicottarlo ricorrendo a manifestazioni, picchettaggi e quant’altro.

Non è nemmeno necessario che il contenuto dell’intervento in sé abbia qualcosa a che fare con il principio dichiarato offeso, è sufficiente che il relatore in questione si sia distinto in precedenza per posizioni ritenute offensive. In altre parole, il relatore ha tutto il diritto di esprimere le sue opinioni all’esterno, ma se ad esempio oggi critica pubblicamente le unioni omosessuali domani potrebbe essergli vietato di tenere conferenze in università sulla chimica qualora un’associazione di studenti gay si appellasse alla “safe space policy”. Non si tratta di un’iperbole, ci sono casi reali molto più assurdi e pretestuosi. Un dibattito antiabortista è stato annullato dall’Università di Oxford solo perché sarebbe stato condotto da due giornalisti maschi. A South Bank è stato censurato un poster pastafariano perché potenzialmente offensivo. Il brano “Blurred lines” di Robin Thicke è stato giudicato maschilista e per questo bandito da diverse università. Siamo tristemente al primato della censura sulla cultura.

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L’argomento è tornato d’attualità nei giorni scorsi dopo che l’associazione degli studenti atei (Ash) della Golsmiths University ha organizzato una conferenza, il cui titolo era “Apostasia, blasfemia e libertà d’espressione nell’era dell’Isis”, invitando a parlare Maryam Namazie, la nota attivista laica di origini iraniane portavoce del Council of Ex-Muslims of Britain. Non è stata nemmeno la prima contestazione verso un evento universitario con Namazie, giusto il settembre scorso era stata disdetta una sua partecipazione alla Warwick University. L’associazione degli studenti islamici (Isoc) ha immediatamente chiesto all’Ash di revocare l’invito a Namazie definendola “nota islamofoba”, e l’Ash ha a sua volta risposto invitando l’Isoc a partecipare al dibattito. In effetti l’Isoc ha poi partecipato, ma non esattamente nel senso che intendeva l’Ash; la sua partecipazione aveva infatti lo scopo di disturbare l’evento, su cui peraltro l’Isoc non aveva mai stato chiesto un intervento dell’unione studentesca.

Porte sbattute, cellulari squillanti, grida e interruzioni continue sono andate avanti per tutta la durata dell’incontro, e mentre sullo schermo venivano proiettate vignette della striscia satirica Jesus and Mo (che per inciso era già stata oggetto di controversia alla London School of Economics) uno studente è immediatamente andato a spegnere il proiettore. Un altro relatore, Reza Moradi, è stato perfino minacciato esplicitamente di morte. Nei comunicati ufficiali l’Isoc ha naturalmente rivoltato la frittata esprimendo «categorica condanna della vile provocazione dell’Ash» e sostenendo che «i punti di vista islamofobi come quelli diffusi da Namazie creano un clima di odio e bigottismo contro gli studenti musulmani». Nessun problema se invece si invitano dei predicatori islamisti, cosa che proprio l’Isoc ha fatto in passato secondo quanto affermato proprio da Namazie: «Assurdamente, lo stesso gruppo che parla di “safe spaces” ha in passato invitato Hamza Tzortzis dell’Iera, il quale afferma che non c’è rimorso nel decapitare gli apostati, e Moazem Begg di Cage Prisoners che si dice favorevole al jihad difensivo».

Come se non bastasse, due associazioni rappresentanti categorie che certo non vanno a braccetto con l’islam hanno espresso solidarietà nei confronti dell’Isoc. L’associazione femminista ha scritto sul suo canale Tumblr che «condanna l’azione dell’Ash e conviene che ospitare noti islamofobi all’università crea un clima d’odio», mentre l’associazione lgbtq+ ha diffuso attraverso Facebook un comunicato contenente frasi che hanno dell’assurdo: «Se loro [l’Ash] si sentono intimiditi gli consigliamo di guardare alle basi della loro ideologia. Noi riteniamo che gli attacchi personali e sociali condotti in nome della “libertà d’espressione” sono deplorevoli e vanno a discapito del benessere di studenti e staff del campus». Dal canto suo l’unione studentesca ha fatto sapere di aver avviato un’inchiesta interna, e nel frattempo ha chiesto a Maryam Namazie di rimuovere il video dell’evento dai suoi canali. Namazie ha argomentato un netto rifiuto.

Il mondo in Gran Bretagna sembra proprio girare al contrario, quantomeno nelle università. Ma quel che è peggio è che derive simili stanno avvenendo anche altrove, come negli Stati Uniti dove si affermano altri principi simili nella sostanza ma diversi nella denominazione. Si parla di “microaggression” quando ci si riferisce a frasi o piccole azioni che pur innocue potrebbero essere percepite come maliziose, come ad esempio quando si chiede la provenienza a una persona con tratti somatici atipici. I “trigger warnings” vengono invece usati per informare sui contenuti potenzialmente problematici per alcune categorie di persone, come potrebbe essere il racconto di uno stupro per una ragazza che ha subito molestie. Un sistema così iperprotettivo ha però effetti collaterali peggiori dei problemi che si propone di risolvere, perché obbliga le persone a stare molto attente a quello che dicono e al tempo stesso diffonde l’idea, palesemente errata, che le parole possono essere armi dalle quali proteggere gli studenti.

È evidente che la pacifica convivenza tra persone con idee diverse e talora contrastanti non può passare dal riconoscimento universale del diritto di veto. È esattamente il contrario: nessuno deve poter invocare la censura per le idee e le espressioni altrui. Farlo non significa difendere la libertà ma piuttosto negarla. Per usare le indovinate parole di A. C. Grayling: «Un’università dovrebbe essere un safe space (spazio sicuro) per la libertà di parola». In realtà il principio va ben oltre l’ambito universitario; va infatti ricordato che nel Regno Unito vige un sistema multiculturale in cui le varie comunità possono contare su deroghe alla legislazione generale e perfino su una sorta di diritto alla legislazione di secondo livello, che guardacaso porta all’istituzione di tribunali islamici la cui funzione sembra essere principalmente quella di controllare e reprimere le aspirazioni di donne che intendono divorziare. Chissà se l’associazione femminista della Golsmiths ne è al corrente.

Massimo Maiurana

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