Là dove i presepi sono più che un semplice simbolo

Le festività natalizie hanno sempre portato con loro, oltre ai regali, le altrettanto consuete polemiche sui presepi. Non solo sui presepi, per la verità, anche su tutto quello che fa da contorno religioso a una ricorrenza che ha in sé una consistente parte laica, il che in ambito scolastico si traduce in canti, recite, benedizioni e, soprattutto, messe. Capita la scuola che, sbagliando, sposta il baricentro più sull’interpretazione confessionale; capita il genitore a cui la cosa non va giù, perché giustamente non ci sta a essere considerato utente di serie B per il semplice fatto di non essere cattolico; capita l’integralista di turno a tuonare che bisogna togliere le mani dalle sue tradizioni, che a un tratto diventano universali e perfino coatte.

Quest’anno però il dibattito è forse stato un po’ più acceso che in passato. A fare notizia non sono state solo le contestazioni di chi chiedeva una scuola statale più laica, più rispettosa di tutte le culture e le tradizioni, ma sono state quelle di chi invece la vorrebbe come una sorta di madrasa cristiana, dove l’indottrinamento pre­cede l’inse­gna­mento delle scienze e della cultura universale. Contestazioni, queste ultime, in genere più violente delle prime, per via della superiorità numerica di chi considera l’italianità sinonimo di cattolicità ma anche per la spiccata propensione degli identitaristi all’esibizione muscolare. Vedasi per esempio il caso Rozzano, balzato velocemente alle cronache, con annesse incursioni di leghisti e compagnia crocifissante, e altrettanto velocemente sgonfiatosi per conclamata insussistenza dei fatti.

Chiuse le aule per le vacanze, un susseguirsi di azioni e reazioni con il presepe come oggetto ha caratterizzato tutta la fase centrale del periodo festivo, con le reazioni sempre molto al di sopra delle azioni e in qualche caso perfino gratuite. Non si può definire diversamente la polemica sulla vignetta in cui Vauro ha accostato la natività, visto che comunque di periodo natalizio trattavasi, e la legalizzazione delle unioni civili in Grecia. Inopportuna per Il Giornale, addirittura illecita per Avvenire secondo cui non tutto è permesso in nome della libertà di stampa — ma scrivendolo dimostra allo stesso tempo il contrario — e offendere non è un diritto di nessuno. Almeno non per gli uomini veri, cioè loro. In realtà quello che non può essere un diritto è invocare una tutela dalle offese. Ci si può certamente sentire offesi, si può criticare per la presunta offesa pur tenendo presente che questa è sempre negli occhi di chi la riceve ma non sempre in quelli di chi la fa, ma arrivare al punto da dire che chiunque ha il dovere civile di non offendere no, questo è troppo.

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Più comprensibile l’indignazione per i vari casi di vandalismo contro i presepi. Deturpare con il favore dell’ombra le cose altrui è sempre un gesto vile e deprecabile, ma sappiamo tutti che la madre dei deficienti è sempre gravida e ci rassegniamo al fatto che ci saranno sempre dei vandali a prendere di mira le cose pubbliche, e a volte anche quelle private. Non potremo invece mai rassegnarci alle reazioni spropositate quando a essere argomento di discussione sono cose ritenute sacre. Se la pensilina della fermata del bus viene divelta è solo vandalismo, la targa del locale circolo Uaar frantumata dai teppisti che risparmiano tutte le altre vicine non fa nemmeno notizia, ma se il portone della chiesa viene schizzato con le bombolette di vernice allora diventa improvvisamente un atto irriverente, offensivo e con chissà quale significato. Così quando degli idioti mettono le mani su qualche presepe esposto al pubblico si inizia subito a parlare di “furia contro i presepi” e finanche di “disegno misterioso contro i cattolici”.

Il caso più eclatante è stato in questa fine d’anno quello del Gesù bambino di Pitelli (SP), di fatto un bambolotto di plastica, asportato da un vicino presepe in piazza e appeso per il collo a un albero con una corda da impiccato. È proprio il caso di dirlo: apriti cielo! Stampa e televisione nazionale tutti a parlare del bambinello impiccato, il vescovo di La Spezia a prendere subito carta e penna per manifestare la propria vicinanza al parroco e ai fedeli, neanche fosse morto qualcuno. E naturalmente il balletto delle prese di posizione dei politici, posizione più o meno genuflessa in tutti i casi nella speranza di ottenere qualche punticino cattolico in occasione dei prossimi appuntamenti elettorali.

Per il presidente della Liguria Giovanni Toti si è trattato di un gesto “folle” (?) e «con grave valenza in un momento in cui attorno ai nostri valori e simboli che rappresentano la nostra cultura si consuma uno scontro molto grave». Ti pareva che nessuno ne approfittasse per tirare fuori la minaccia terroristica, laddove il terrorismo sembra entrarci quanto i proverbiali cavoli con la merenda? Ancora Toti prosegue: «Mi auguro che la magistratura, nel caso si individuino i responsabili, sappia giudicare con il rigore che episodi come questo meritano». Addirittura?! Per una bravata?! Non sono da meno gli esponenti del Pd Paita e Patriarca; la prima ribadisce, peraltro con scarsa originalità, che sono stati offesi «i nostri valori e le nostre tradizioni», mentre il secondo si spinge fino a definire i simboli religiosi «portatori di pace e riconciliazione».Ho la sensazione che durante le ore di storia Patriarca (nomen omen?) abbia avuto altro da fare. La riconciliazione sotto il simbolo di una parte ha un nome ben preciso: si chiama prevaricazione.

Alla fine, tra una polemica sulla natività “profanata”, aggettivo che fa tanto Indiana Jones, e una sensazionale notizia su una gatta che crede di essere un bue o un asinello, che fa tutt’altro ma mi avvalgo della facoltà di non argomentare oltre, ci è toccato pure vedere la natività cristiana in bella mostra durante il discorso di fine anno del presidente Mattarella, per leggere poi i commenti di chi plaude e chi contesta. Il tutto dopo la carrellata di presepi già esposti al Quirinale. Mi chiedo che sarebbe successo se alle spalle di un presidente ebreo avesse fatto capolino una menorah; sai i titoloni del giorno dopo sull’attentato alle radici culturali? Di certo il presepe non era lì per caso, perché non esiste il caso quando si parla di discorsi ufficiali. E visto che stiamo parlando della più alta carica dello Stato, rappresentativa di tutti gli italiani e garante dell’unità nazionale, la presenza di un simbolo di parte, di qualunque parte, è decisamente fuori luogo in quel contesto. Ma auspichiamo che comunque le future iniziative del presidente siano guidate dalla laicità in quanto supremo principio costituzionale. Del resto, non è forse vero che il Presidente della Repubblica ha giurato fedeltà alla Repubblica e osservanza della Costituzione?

Massimo Maiurana

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