Unioni civili: se qualcosa va adottato è un po’ di buon senso

Si stenta quasi a crederci, ma in Senato sta per fare il suo esordio in aula il tema delle unioni civili, fissato per il prossimo 26 gennaio. Dopo anni di annunci disattesi, dopo richiami ufficiali da Strasburgo, dopo una condanna esplicita della Cedu (una analoga contro la Grecia ha già sortito effetti positivi), dopo che in fase preliminare se ne sono sentite di tutti i colori, ecco che finalmente il primo fatidico passo sta per essere fatto. Tuttavia, considerato che l’attuale Parlamento è in carica da quasi tre anni non è proprio il caso di farsi troppe illusioni; l’iter del ddl Cirinnà si arresterebbe immediatamente in caso di scioglimento delle Camere e l’inadempienza del nostro Paese in tema di diritti civili verrebbe semplicemente, oltre che vergognosamente, confermata.

Qualche mese fa l’impianto della proposta di legge, che è già a priori un compromesso poiché l’optimum sarebbe il matrimonio egualitario, fu di fatto depotenziato eliminando ogni riferimento alla famiglia e introducendo la definizione di “specifica formazione sociale”, un artificio che voleva tendere la mano ai cattolici ma che alla fine non è stato nemmeno votato dalle forze clericaliste. Oggi invece a tenere banco è la cosiddetta stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner, invisa ai detrattori della proposta che la considerano come l’anticamera dell’“utero in affitto”, perché aprirebbe all’adottabilità dei figli ottenuti all’estero tramite gestazione di donna portatrice, pratica che allo stato attuale è proibita in Italia dalla legge 40.

A ben vedere non si capisce però in che modo il turismo procreativo verrebbe incentivato, posto che un figlio ottenuto in questo modo sarebbe in ogni caso, stepchild adoption o no, parte di fatto della famiglia — sì, famiglia, non formazione sociale — a prescindere da quel che ne pensano i vari Alfano e Sacconi. Semplicemente, dal punto di vista legale sarebbe figlio di uno solo dei due partner, col risultato che ad essere penalizzato sarebbe proprio lo stesso minore che non potrebbe avere i diritti che spettano a tutti i figli, come ad esempio quello di essere mantenuto dal genitore superstite o di avere la quota di eredità legittima.

23gennaio

L’alternativa proposta dall’ala cattolica del Pd, nel tentativo di mitigare anche i malumori dei partner politici di destra (civilmente uniti al Pd nella maggioranza di governo), è quella dell’affido rafforzato già ipotizzata alcuni mesi fa. L’idea in pratica è la seguente: il minore viene affidato all’altro partner, ritrovandosi quindi con un genitore a potestà piena e con un altro che è solamente affidatario, e al compimento della maggiore età potrà scegliere se essere adottato definitivamente dall’affidatario o se rimanere con un solo genitore. Ma un minore affidato non ha gli stessi diritti di uno adottato, quindi ancora una volta si penalizza il minore per non dare all’adulto la possibilità di essere genitore a tutti gli effetti, nonostante lo sia già di fatto. La questione di principio prevale sulla ragionevolezza. Perché ci vorrebbe una bella faccia tosta per spacciare la negazione di un diritto come riconoscimento di una garanzia.

La batosta della specifica formazione sociale deve comunque aver lasciato i suoi segni visto che Monica Cirinnà, relatrice del ddl, ha fatto sapere che si opporrà fermamente a qualsiasi ipotesi di indebolimento della stepchild adoption. Non che abbia alcuna possibilità di far valere in concreto la sua posizione, l’unica possibilità che ha è quella di negare il suo voto che è uno in mezzo a quelli di tutti gli altri senatori, ma intanto ha tenuto a palesare la sua opinione.

Nel frattempo gli attivisti cattolici affilano le armi e si organizzano per cercare di fare pressione sui propri referenti, affinché le unioni civili non vedano mai la luce in nessuna forma, men che meno con il coinvolgimento di minori. Le sentinelle in piedi hanno organizzato delle veglie di preghiera per chiedere a Dio di illuminare i parlamentari. Di certo questa non sarà la prova del nove sull’esistenza di Dio, nessuna fede è mai stata scalfita da dimostrazioni di inesistenza e non lo sarà nemmeno in quest’occasione. Piuttosto dovrebbe stupire che un movimento sedicente aconfessionale venga meno a quanto dichiarato e svolga attività che si possono definire in molti modi, ma di certo non aconfessionali. Dovrebbe, appunto. In realtà non stupisce affatto, quella di dichiararsi aconfessionali è ormai un’abitudine piuttosto diffusa.

Il comitato “Difendiamo i nostri figli”, anch’esso rigorosamente apartitico (ma pieno di teo-politici) e aconfessionale (no comment), sta invece preparando una seconda edizione del Family Day del giugno scorso, quello che allora agitava lo spauracchio del gender e che adesso vuole concentrarsi più sull’impedire la creazione di famiglie per difendere la famiglia. Vi sembra un paradosso? Allora non conoscete i professionisti della moralità censoria. Del resto, celebrare la famiglia e pretendere al tempo stesso di privare un bambino di un suo genitore non è esso stesso un paradosso?

Sul fronte opposto, quello laico, oltre 350 giuristi hanno già sottoscritto l’appello promosso da Articolo 29, intitolato “Unioni gay: i bambini, innanzitutto”, che chiede di mantenere la stepchild adoption quale misura di garanzia minima per i minori, mentre le associazioni da sempre impegnate nella difesa delle persone Lgbt scenderanno in piazza il 23 gennaio per difendere il principio di uguaglianza per tutti a prescindere dall’orientamento sessuale. A partire dal 26 gennaio, poi, l’inizio della discussione in aula sarà accompagnato dall’installazione di un presidio nei pressi del Senato. L’Uaar ha naturalmente aderito all’appello da rivolgere a governo e Parlamento.

Massimo Maiurana

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