Il velo del rispetto

Nei giorni scorsi hanno suscitato polemiche le fotografie che mostrano Debora Serracchiani, presidente del Friuli-Venezia Giulia (nonché vicesegretaria del Partito Democratico), recatasi in visita ufficiale in Iran per allacciare rapporti commerciali, indossare senza problemi il velo. Curiosamente, una polemica ha contemporaneamente coinvolto anche il premier (nonché segretario Pd) Matteo Renzi, che si è visto regalare diversi Rolex dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita, dove si era recato per incrementare i rapporti commerciali con quel paese.

Iran e Arabia sono sull’orlo di una guerra, e non dubito che Renzi e Serracchiani abbiano avuto modo di accennare alla necessità di una pacificazione della regione. Che, sia detto incidentalmente, fluidificherebbe molto meglio anche i rapporti commerciali. Dubito invece che Renzi e Serracchiani, durante le loro visite, abbiano sollevato il problema del rispetto dei diritti umani. Iran e Arabia saranno anche ai ferri corti, saranno anche differenti per identità etnica, per lingua, per storia e per l’interpretazione della successione del Profeta nel settimo secolo: condividono tuttavia la stessa religione, che applicano in modo estremista. In Arabia, per esempio, condannando a mille frustate il libero pensatore Raif Badawi e addirittura a morte il poeta Ashraf Fayadh, accusato di apostasia. In Iran la condanna a morte di un poeta, Hashem Shabaninejad, definito “nemico di Dio”, risale a soli due anni fa ed è stata ordinariamente eseguita. Più recentemente una coppia di poeti, Fatemeh Ekhtesari e Mehdi Mousavi, hanno invece subito una sentenza a 99 frustate e undici anni di carcere per “propaganda contro lo Stato”, “insulto alla divinità” e per aver stretto pubblicamente la mano a persone dell’altro sesso che non facevano parte della loro famiglia. Inoltre, il codice penale iraniano prescrive tuttora che le donne debbano mostrarsi pubblicamente “indossando un copricapo religiosamente accettabile”, rischiando in caso contrario una detenzione fino a due mesi.

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Inevitabile dunque l’atteggiamento di Serracchiani (che peraltro mi sembra assai meno imbarazzante, per la credibilità internazionale del nostro paese, della “baruffa dei Rolex”). La vicenda può tuttavia proporre diverse riflessioni sulla questione del velo. È questo un tema che continua a suscitare un certo dibattito anche all’interno del mondo laico occidentale, perché mostra un conflitto tra libertà: quella delle musulmane che (giustamente) lo vogliono indossare e quella delle giovani che non si ritengono più (o non abbastanza) musulmane e che (altrettanto giustamente) non lo vorrebbero indossare, ma che sono costrette a farlo da genitori particolarmente osservanti. C’è chi dice che indossando il velo si mostra la propria appartenenza religiosa: ma poi lo si fa indossare anche a chi (come Serracchiani, alfiere del “sentimento religioso che alimenta il senso di comunità”) non vi appartiene. Qualcun altro sostiene che è una scelta di libertà delle donne: ma poi ci sono donne che non sono libere di rifiutarlo. Si sente anche affermare che il velo garantisce sicurezza a chi lo indossa: in Europa, oggi, non ne sarei così sicuro. Il velo è un’imposizione religiosa che ricorda a tutti la sottomissione della donna. Sarebbe il caso di non chiudere troppo spesso gli occhi su questo aspetto.

Si dirà: Serracchiani poteva non andarci, in Iran. Vero. Matteo Salvini ha come al solito espresso in modo brutale questo pensiero, senza rendersi conto che la presidente friulana si è comportata esattamente come lui vorrebbe che si comportassero gli immigrati in Europa: si è adeguata senza fiatare ai costumi locali. La mia opinione è invece che gli incontri non si debbano mai rifiutare: purché siano alla pari, improntati al rispetto reciproco. Incontri in cui si possa far presente, con le dovute forme e argomentazioni, che vi sono valori che, per il nostro modo di pensare, non hanno proprio nulla da invidiare a quelli promossi dai regimi islamisti. Come ha fatto il presidente francese Hollande con quello iraniano Rohani, che (in Francia) non voleva vino a tavola nemmeno per gli altri commensali.

C’è chi avanza pretese ovunque, c’è chi dice “no” e c’è chi cede. Non è forse un caso se ci sono paesi che riconoscono i matrimoni gay e paesi che incontrano enormi difficoltà anche soltanto per approvare una tiepidissima legge sulle unioni civili. Rinunciando a rivendicare i propri valori si fa passare il messaggio (agli occhi dei musulmani come agli occhi della nostra popolazione) che i valori della civiltà occidentale siano il denaro e il petrolio. È questo che voleva la “democratica” Debora Serracchiani?

Raffaele Carcano

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