Il Concordato della discordia

Dalla caduta dello Stato Pontificio a oggi i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sono stati oggetto di diversi adeguamenti. Quasi un secolo e mezzo fa, subito dopo la breccia aperta dai bersaglieri nei pressi di Porta Pia, si partiva praticamente da zero e l’impostazione non poteva che essere apertamente anticlericale: gli organi istituzionali del Regno d’Italia, a partire dallo stesso sovrano, subivano la scomunica da parte del papa ma garantivano comunque alla Santa Sede un contributo economico annuo di poco più di tre milioni di lire annui attraverso la Legge delle Guarentigie. Tale appannaggio fu però rifiutato dai papi che si proclamarono prigionieri politici.

La situazione venne poi ribaltata nel 1929 dal regime fascista con la stipula di un Trattato e di un Concordato che restituivano alla Chiesa piena sovranità, territorialmente limitata alla Città del Vaticano ma sostanzialmente estesa a tutto il Regno. Infatti non solo la Chiesa riacquistava autorità morale in vari ambiti, e non solo incassava un indennizzo di quasi due miliardi di lire dell’epoca, ma otteneva perfino la totale indipendenza dallo Stato. Il principio di non ingerenza dello Stato negli affari ecclesiastici lo si riscontra ben otto volte in tutto il testo, mentre non è presente nessuna occorrenza del principio opposto, ossia del divieto di ingerenza della Chiesa nelle questioni secolari. Per un parziale ridimensionamento di questo squilibrio si è dovuta attendere la Costituzione della Repubblica, con il controverso articolo 7, e la revisione concordataria del 1984 che riprende all’articolo 1 lo stesso principio costituzionale: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Quindi tutto bene in quanto a equilibrio di competenze? Per tacer delle questioni economiche ovviamente, visto che il secondo Concordato ci costa oltre sei miliardi l’anno, ma realmente Stato e Chiesa sono come separati in casa? Magari! In realtà questa separazione di ordini indipendenti è tutta teorica. Se si guarda alla pratica, al di là delle dichiarazioni di principio gli accordi del 1984 hanno portato ben pochi vantaggi. A scuola l’insegnamento della religione è diventato facoltativo, ma a chi decide di non seguirlo si presenta una strada piena di difficoltà; le strutture statali sono invase da cappellani cattolici che provvedono ad assicurare che tutto si svolga come Santa madre Chiesa esige; nonostante l’accordo di reciproca non ingerenza, le gerarchie ecclesiastiche continuano a impicciarsi in questioni che non le riguardano.

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L’ultima invasione di campo è di questi giorni: il numero uno della Chiesa in Italia, ovvero il presidente della Cei Angelo Bagnasco, si è spinto al punto di spiegare al presidente del Senato come dovrebbero svolgersi il dibattito e la votazione in merito alla proposta di legge sulle unioni civili. E naturalmente chiede che ciò avvenga come più conviene a lui, sarebbe illogico il contrario. La presa di posizione è talmente ardita che diversi parlamentari hanno criticato il cardinale, peraltro in modo piuttosto inusuale visto che di solito sono piuttosto restii a farlo. Non sono tuttavia mancati quelli che invece hanno accolto con favore l’ingerenza: Calderoli ha esortato Grasso a “riflettere bene sulle parole del cardinale”, mentre Formigoni ha puntato il dito contro gli “esponenti di governo che polemizzano con Bagnasco”. Il festival del clericalismo spinto.

Il punto è che anche sostenere che Bagnasco non ha il diritto di ficcare il naso negli affari dello Stato sarebbe errato, perché un conto è dire a una persona che non ha il diritto di fare una cosa e ben altro conto è dirgli che ha il “dovere” di fare l’opposto. Nel caso di Bagnasco si tratta appunto del dovere di non impicciarsi, sancito dalla Costituzione repubblicana e dalla revisione concordataria del 1984. Si obietterà che in quanto cittadino Bagnasco ha la stessa libertà di qualunque altro cittadino di dire la propria, ma sarebbe fuorviante perché di fatto Bagnasco non è semplice­mente un cittadino. È il presidente della Conferenza episcopale, organo ufficiale della Chiesa cattolica in Italia, e in quanto tale è tenuto a rispettare i termini dei patti che la sua istituzione ha sottoscritto con la nostra istituzione. La sua carica ufficiale prevale sul suo stato di cittadino, così come qualunque altra carica istituzionale impossibile da disgiungere dalla figura del privato cittadino.

A dirla tutta alcune delle reazioni di quanti hanno puntualizzato l’indipendenza del Senato dalla Cei sono parecchio al di sotto di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Renzi ha sì detto che sul voto segreto non decide la Cei, ma ha anche aggiunto “con tutto il rispetto per il cardinal Bagnasco”. Rispetto per cosa, scusi? Da quando si rispetta l’invadenza? Lo stesso Grasso ha parlato di rispetto delle opinioni, ma non tutte le opinioni sono rispettabili. In particolare non sono rispettabili quelle che non sono anche lecite, perché la seconda condizione prevale sulla prima. Bene Fedeli e Scalfarotto. Benissimo Cirinnà, che ha richiamato Bagnasco e Formigoni al rispetto del Concordato.

Perché poi, alla fine, la questione nasce e si esaurisce proprio nel Concordato, ormai ridotto a copia sgualcita di se stesso e sistematicamente disatteso nei fatti. Pur essendo questo enormemente favorevole alla Chiesa (soprattutto in lire, adesso euro), c’erano comunque dei termini favorevoli alla laicità. È come dire che in un certo senso lo Stato ha acquistato, senza che peraltro ne avesse necessità e pagandola a prezzi fuori mercato, la sua indipendenza dalla Chiesa. Se i soldi sono stati dati e la merce è difettosa questo accordo va stracciato, così che la Chiesa possa acquistare il diritto di parlare come qualunque altra associazione privata e lo Stato possa risparmiare un bel po’ di soldini, oltre che guadagnarci in laicità. Noi lo sosteniamo da tempo e ne abbiamo pure tratto una petizione che ha raccolto oltre ventimila firme, adesso pare che anche altri comincino a rendersene conto.

Massimo Maiurana

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