Corte costituzionale: legittimo il no del governo all’intesa con l’Uaar

Ieri, 10 marzo, con sentenza 52/2016, la Corte costituzionale ha accolto il ricorso della Presidenza del Consiglio contro la decisione della Cassazione a Sezioni unite (16305/2013) che aveva affermato la sindacabilità in sede giurisdizionale della delibera con cui il Consiglio dei ministri, correva l’anno 2003, aveva respinto la richiesta dell’Uaar di avviare trattative finalizzate alla stipula di un’intesa con lo Stato, ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione.

Per la Corte costituzionale spetta al Consiglio dei ministri valutare l’opportunità di avviare o meno le trattative al fine di stipulare un’intesa bilaterale per regolare i rapporti reciproci. La Consulta ha quindi ritenuto fondato il ricorso della Presidenza del Consiglio, inquadrando la vicenda nel potere politico discrezionale non sindacabile (se non dal Parlamento) del potere esecutivo.

«Apprendiamo con molta amarezza della decisione della Corte costituzionale», è il commento della responsabile iniziative legali dell’Uaar, Adele Orioli. «Crea sconcerto sapere che per la Consulta l’impossibilità per i cittadini non credenti di avere enti rappresentativi allo stesso livello normativo delle confessioni religiose non crea alcuna discriminazione e che la facoltà di stabilire con chi stipulare un’intesa bilaterale rientri nello spazio di completa libertà governativa. Insomma dai culti ammessi di fascista memoria, ora sembra che siamo passati ai culti “simpatici”, a libera scelta governativa». «Eppure — prosegue Orioli — lo Stato dovrebbe garantire pari trattamento a tutti i cittadini e le formazioni sociali che li rappresentano. E invece, benché i non credenti siano il gruppo “religioso” più in crescita del Paese, continuano ad avere meno diritti di tutti».

Le motivazioni che, fin dal 1996, hanno indotto l’Uaar ad avanzare la richiesta nascono dalla constatazione che nel nostro Paese il quadro legislativo di riferimento in materia di libertà religiosa e di coscienza è un’insieme composito di fonti che configura un sistema piramidale con al vertice, in posizione dominante, la Chiesa cattolica che, in forza del Concordato, gode di un regime privilegiato.

Un modello, quello concordatario, cui si ispira anche il regime pattizio che l’art. 8 della Costituzione ha stabilito regolare i rapporti tra Stato e confessioni religiose diverse da quella cattolica (cui hanno finora avuto accesso 11 denominazioni religiose).

I vantaggi che derivano dalla stipula di un’intesa sono consistenti (posto che ogni confessione al momento della stipula può stabilire di rinunciare a uno o più di essi). A livello patrimoniale: l’attribuzione dell’8 per mille del gettito IRPEF — meccanismo di cui l’Uaar da anni chiede l’abolizione — e la possibilità di dedurre ai fini fiscali liberalità fino € 1.032,91. Sul piano non patrimoniale: l’accesso al servizio radiotelevisivo pubblico e la riserva di frequenze; l’insegnamento dottrinale su richiesta nelle scuole pubbliche. Nonché una serie di agevolazioni per quanto riguarda l’assistenza spirituale nelle carceri e nei luoghi di cura, il diritto matrimoniale.

In quanto regime privilegiato, il sistema di intese attribuisce dunque alle confessioni religiose stipulanti vantaggi concreti che le pongono in posizione di forza rispetto agli atei: poiché ogni propaganda religiosa è inevitabilmente antiateistica, come la propaganda ateistica è antireligiosa, con le intese sono state attribuite alle confessioni stipulanti mezzi sostanziosi di condizionamento antiateistico.

Un sistema che minaccia le stesse libertà di religione e di pensiero, perché la libera formazione della coscienza in materia religiosa è inibita da uno squilibrio di forze tra chiese ed atei indotto da un sistema di intese chiuso.

Per questo l’Uaar in questi anni ha dato battaglia. E, annuncia il segretario dell’Uaar, Raffaele Carcano, «continueremo a farlo, nonostante la delusione odierna, e se necessario fino a Strasburgo».

Comunicato stampa