La scuola che non vorremmo

Non c’è nulla di particolare nella scuola che non vorremmo per i nostri figli. Non abbiamo particolari riserve per quanto riguarda l’edificio, sebbene auspichiamo che sia sufficientemente vivibile, che vi sia un impianto di riscaldamento funzionante e che magari le classi non siano eccessivamente affollate. Certo, ci aspettiamo che sia dotata di servizi basilari, quali una palestra e una biblioteca, se possibile anche di ausili informatici di livello adeguato, ma non sono queste le nostre principali preoccupazioni. Per intenderci, non è per l’assenza di una Lim che decideremmo di rivolgerci altrove. Se decidiamo di farlo è verosimilmente perché non riteniamo quella scuola in grado di assolvere in maniera soddisfacente al suo compito primario: istruire ed educare.

Una scuola che si lascia condizionare da ideologie di parte non è la scuola che vorremmo. Il che non vuol dire affatto che le ideologie non debbano entrare nei programmi scolastici, semmai che dovrebbero entrarci come oggetto di studio e non come riferimento educativo. Purtroppo spesso ci troviamo a dover lottare proprio perché qualcuno cerca di ideologizzare la scuola, di orientare i programmi per fare in modo che il sapere, quello con la esse maiuscola, ceda il passo a convincimenti privi di fondamento, o che gli orientamenti filosofici vengano imposti e spacciati per verità assolute e inoppugnabili. Ne sanno qualcosa gli studenti dell’Alabama, dove i testi di scienze e biologia contengono un incredibile avvertimento recante la falsa affermazione secondo cui la teoria dell’evoluzione sarebbe “controversa” perché “mai osservata direttamente”. La cosa più assurda è che oggi, nel 2016, il consiglio nazionale dell’istruzione ha deliberato a maggioranza, incalzato dai gruppi cristiani conservatori, che quell’avvertimento deve continuare a rimanere al suo posto, con buona pace di quanti ne chiedevano la rimozione.

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Dalle nostre parti la battaglia simbolo da questo punto di vista è quella per l’eliminazione dell’ora di religione cattolica, anche se per il momento non c’è molto altro da fare, dal punto di vista pratico, che lottare perché vengano almeno garantite valide alternative a chi non vuole seguirla. L’effettivo superamento di questo insegnamento confessionale richiederebbe infatti la revisione (bilaterale) o la denuncia (unilaterale) del Concordato tra Stato e Chiesa, ma entrambi i traguardi appaiono al momento irraggiungibili dato l’intreccio di interessi reciproci tra i due enti.

Molto si può fare invece per tutto il resto dell’attività scolastica, di tanto in tanto bersaglio di fanatici non molto diversi dai sostenitori del creazionismo in Alabama. Basti pensare ai consueti appuntamenti con i riti religiosi in occasione delle principali festività cattoliche, o all’immancabile contrapposizione tra i sostenitori del presepe e della laicità dell’istituzione scolastica, o ancora alla pretesa di bandire dai programmi di studio qualunque argomento contrasti con i convincimenti ideologici ora di una parte ora dell’altra, a cominciare da quelli in cui si parla in qualche modo di sfera sessuale e affettiva. La cosa curiosa è che si fa un gran parlare di inclusività quando si tratta di imporre la propria cultura, vedi capitoli “ora di religione” o “celebrazioni natalizie”, salvo poi impedire che questa inclusività sia compiuta effettivamente aprendo a tutte le culture e invocando il principio opposto, quello dell’esclusività, quando il programma non è di proprio gradimento, vedi capitolo “educazione sessuale”. In casi come quest’ultimo occorrerebbe procedere paradossalmente per sottrazione, spogliando la scuola come una margherita con il rischio di rimanere con giusto qualche petalo, se non addirittura con il solo calice.

È proprio questo il genere di scuola che non vorremmo. Vorremmo piuttosto che la scuola fosse realmente inclusiva, che permettesse a tutti di esprimersi, che ammettesse qualunque cultura e qualunque visione del mondo facendo allo stesso tempo attenzione affinché non ve ne sia una che prevarichi le altre, in cui la decisione su cosa è opportuno insegnare non avvenga al netto dei veti ideologici. Non vorremmo una scuola in cui gli studenti ammettono di non studiare la Costituzione e chiedono di fare più educazione civica, come quella emersa nell’indagine dell’Associazione Treelle presentata all’Università Luiss. Vorremmo piuttosto una scuola che se proprio non può essere fiore all’occhiello che almeno non sia simbolo dell’inefficienza, quantomeno non al punto da far diventare i rimbrotti dell’Ocse un appuntamento fisso.

Non vorremmo una scuola come quella di Perugia, che ha dovuto annullare una gita al cinema a vedere Kung Fu Panda 3 per una ragione che ha dell’assurdo: per i genitori di tre dei novanta alunni quel film d’animazione sarebbe veicolo di diffusione della fantomatica “teoria gender”, visto che il protagonista ha due padri. All’origine di questa stupidaggine c’è ancora una volta lui, l’ultracattolico Mario Adinolfi, beniamino delle Sentinelle in piedi, co-organizzatore del Family Day e candidato a sindaco di Roma, che annunciando su Facebook l’appuntamento con la sua trasmissione su Radio Maria ha puntato il dito sul panda con due papà. Di cui uno biologico e uno adottivo, ma forse questo ad Adinolfi non l’hanno detto o non l’ha capito, perché se gliel’hanno detto e l’ha capito la cosa sarebbe da manuale psichiatrico.

Il Garante per l’infanzia dell’Umbria parla chiaramente di clima da caccia alle streghe e annuncia un interpello presso l’Ufficio scolastico regionale, il ministro Giannini ribadisce la “truffa culturale del gender” e la preside si rammarica di non aver potuto nulla contro la mancanza della necessaria unanimità; sarebbe bastato che i genitori dei tre alunni avessero tenuto per una volta i bambini a casa, che è poi quello che ai non cattolici si chiede di fare tutte le settimane durante l’Irc, con l’ulteriore aggravante che in quest’ultimo caso c’è un difetto di pluralismo. Ma non l’hanno fatto, così la gita è saltata e a rimetterci sono stati gli alunni. Tutti e novanta, non solo gli ottantasette i cui genitori non pendono dalle labbra dell’Adinolfi di turno. Purtroppo nella scuola che non vorremmo capita anche questo. Ma il problema vero, alla fine, è che la scuola che non vorremmo non è una tra le tante. È semplicemente, troppo spesso, la scuola italiana.

Massimo Maiurana

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