Le divise di lavoro e le divise della fede

Lo scorso anno la Corte d’Appello di Milano aveva dato ragione a una fedele musulmana a cui era stato rifiutato un lavoro di volantinaggio in una fiera, in quanto pretendeva di lavorare velata. La Corte di Giustizia Europea si è invece pronunciata ieri in una direzione diametralmente opposta. I due casi giunti a sentenza riguardavano il Belgio e la Francia. Secondo la Corte, i regolamenti interni che vietano di indossare capi che promuovono ideologie (politiche o religiose che siano) non costituiscono una discriminazione, se sono applicati allo stesso modo a tutti i dipendenti.

La controversie sono inevitabili, quando la propria libertà di religione viene contrapposta alla libertà di coscienza altrui. Altrimenti detto: quando si pretende di imporre convinzioni di parte a tutti. Nel caso specifico, ai datori di lavoro — e ai loro clienti. A riprova, quando l’azionista di riferimento (musulmano) ha rinnovato le divise Alitalia, le hostess hanno dovuto far buon viso a cattivo gusto. In fondo, anche le religioni impongono rigidi dress code a chi ne fa parte, e non dovrebbero pertanto impedire ad altre organizzazioni di fare altrettanto. Chiunque abbia lavorato per un imprenditore privato sa che il rispetto delle regole fa parte delle clausole standard del contratto di lavoro. Chi ritiene che qualunque patto abbia sottoscritto con la divinità che adora sia più rilevante si deve dunque trovare un altro padrone. O meglio: se l’è già trovato, ed è fin troppo esigente.

Raffaele Carcano

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48 commenti

dissection

Conosco fin troppo bene cosa significa lavorare per un imprenditore privato, clausole più o meno standard, comportamenti eccetera: non capisco perché non debba accadere anche nel pubblico, punto primo, storia del crocifisso della telegiornalista docet; punto secondo, perché un concetto così semplice & lineare come quello esposto nell’articolo non possa essere applicato anche ad ambiti esterni a quelli lavorativi, mi rifaccio ad esempio alla storia del burkini, per non parlare di veli, chador e via camuffando. Prevedo una pioggia di commenti, soprattutto in senso opposto. Mah…

Gérard

In merito alla storia del burkini, bisogna ricordare ( e pochi medias italiani l’ hanno fatto ) che la storia di donne col burkini cacciate da una spiaggia francese col burkini fu un messa in scena di una rete televisiva australiana vicina a elementi musulmani onde scattenare l’ obbrobrio su decreti laici francesi …

dissection

Certo, Gerard, si sa che tutto ciò che è laico per loro è obbrobrio, messinscena o no.
Sui media italiani, lasciamo perdere…

dissection

E cmq, era solo la prima cosa che mi è venuta in mente, una tra moltissime altre, più sotto, in pratica, ti rispondi da solo, con sikh senza turbante e così via.

Engy

Le pratiche religiose, anche le più stravaganti, l’abbigliamento, gli accessori specifici adottati in nome della propria religione, rientrano nell’ambito della libertà religiosa garantita dalla nostra costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali della CEDU: vedasi articolo 9, in particolare il comma 2 a proposito dei casi di restrizione, che io condivido in pieno.
In ogni caso, cedu o non cedu, religione o non religione, per me l’unica discriminante è il viso che deve essere sempre scoperto, per il resto ognuno indossi ciò che gli pare!
Ma dove siamo??

Sandra.

“La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.”

Quindi tra le restrizioni contemplate vi sono quelle “necessarie …alla protezione dei diritti e della libertà altrui”. In alcune periferie di città europee dove le donne sono “libere” di velarsi le altre non sono affatto libere di vestirsi come vogliono. Così come il rispetto per la religione di alcuni va a impattare pesantemente contro il diritto all’ivg. La domanda è “in una società democratica la religione rispetta la libertà degli altri?” ha senso che chi non è democratico si appelli a principi democratici? Il diritto di libertà va inteso storicamente come risposta a vecchi divieti: il contrario di “è sempre vietato fare x” non è “x si può fare sempre e ovunque”!

Engy

Quindi tu Sandra, se fossi un datore di lavoro, vieteresti a un tuo dipendente di indossare questa maglietta durante l’orario di lavoro?
https://www.uaar.it/shop/catalogo/maglietta-io-vivo-bene-senza-d/
Comunque sia, posto che ovviamente siamo lontane anni luce, mi puoi spiegare meglio il concetto secondo cui per te “In alcune periferie di città europee dove le donne sono “libere” di velarsi le altre non sono affatto libere di vestirsi come vogliono” e fare qualche nome di queste periferie?

gmd85

@E.n.g.y

La maglietta non è un simbolo religioso. Ma stai sicura che qui si difenderebbe l’eccezione religiosa e si condannerebbe la maglietta, perché questa è la coerenza italiana.
Le donne non libere sono quelle che il velo non possono toglierselo. Mai sentito parlare delle sharia zones?
Che ne diresti se una religione prevedesse la completa nudità sempre e dovunque? Diresti che è contro legge o è sempre libertà personale?

gmd85

@E.n.g.y

Una minigonna in una scuola cattolica va bene? O quella è indecenza?

Diocleziano

Engy
Pensi che in un ambiente di lavoro dove ci siano alcuni islamici, passerebbe inosservata la maglietta che hai indicato? A scelta, possiamo anche considerare la presenza di alcuni cattolici modello ‘adinolfi’… Per mettere alla prova quanto la religione affratelli; molto probabilmente affratella islamici e cattolici contro gli atei.

Sandra.

engy,
ma certo! Tutto quello che può contribuire a alimentare reazioni negative va evitato, ci sono già abbastanza occasioni di conflitto. Poi non vedo perché, andare a lavorare non è come uscire con gli amici.

Periferie di città come Parigi? non leggi i giornali?

Engy

Sandra
nelle periferie di Parigi le parigine sono condizionate nel proprio abbigliamento dal velo in testa delle musulmane?
Diocleziano
mi limito a quel che vedo a casa mia dove alcune donne velate le puoi vedere in (pochi) negozi, centri commerciali, patronati … Penso che non fiaterebbero neanche se avessero un / una collega con la maglietta dell’UAAR.
gmd
uaar per prima si considera confessione religiosa credo ancora oggi…in ogni caso per me funziona come ho gia’ detto, religione o non religione e penso davvero che si dovrebbe poter andare al lavoro con l’abbigliamento e gli accessori che piu’ ci piacciono, mi sembra cosi’ banale…

gmd85

@E.n.g.y

Sai bene perché uaar si dichiara confessione religiosa. In ogni caso, ciò non rende la maglietta un simbolo religioso. E comunque, se c’è un codice di abbigliamento, lo si rispetta. Si può giudicare un codice più o meno giusto, ma qui il problema è, al solito, che si pretende di far valere la fede al di sopra di tutto.
Richiedere un certo abbigliamento per rappresentare i canoni di un’azienda è un conto. Richiederlo per paturnie morali è ben altro. Allo stesso modo non si dovrebbe pretendere di modificare il codice di abbigliamento aziendale per motivi di fede.
Penso che Sandra si riferisca alle donne musulmane in periferia.

Sandra.

Engy,
prova a pensare quello che succederebbe se una ragazza musulmana di una di queste periferie (in francese le chiamano Zus, zone urbane sensibili) uscisse di casa per una passeggiata esibendo una di queste magliette, magari con un paio di normalissimi jeans.
Quando si impone un codice di abbigliamento per il tempo libero, questo è un problema, non quello che si impone al lavoro: al lavoro non si va in tuta da jogging e ciabatte, ma se uno vuole uscire così per scendere un attimo a prendere il pane non c’è nessun divieto: che non ci sia divieto non significa che lo si possa fare quando si vuole!
Le donne che mettono il velo NON possono NON metterlo. E le donne che non lo mettono sono quindi di un’altra categoria: come le donne molestate a Colonia, p.e.

Engy

Sandra,
ma la donna musulmana non si sogna nemmeno di mettere la maglietta dell’uaar, credo eh, a occhio e croce eh …. che ci azzecca con quello che dicevi prima, cioè ” In alcune periferie di città europee dove le donne sono “libere” di velarsi le altre non sono affatto libere di vestirsi come vogliono”, perchè ti ripeto che non è certo il velo in testa a talune (velo imposto o scelto che sia) la causa del condizionamento delle “altre” donne a vestirsi chessò, in minigonna e camicetta scollata. Oppure non ho capito cosa intendevi …
Infine, personalmente, non credo assolutamente che tutte le musulmane “che mettono il velo NON possono NON metterlo”, prova ne siano le musulmane che ne fanno a meno: io ne incontro molte nel mio quartiere, vedo gruppetti di donne chiaramente musulmane e all’interno di questi gruppi c’è chi è velata e chi no.

gmd85

@E.n.g.y

I gruppetti che vedi tu non sono una rappresentazione generale, e la situazione francese non è quella italiana. Te lo ricordi il caso di Sanaa, si? Che si comportava troppo all’occidentale e per questo il padre l’ha uccisa?
Sandra parla di donne che non possono vestirsi come vogliono a causa dei familiari o della comunità più estremista.

RobertoV

“Workplace regulations shall not contain: Provisions imposing restrictions on personal rights and on individual and collective freedoms which are not justified by the nature of the task to be undertaken or proportionate to the aim that is sought to be achieved.
Se un certo abbigliamento si scontra con le esigenze di sicurezza, di igiene, con la funzionalità o con le finalità del lavoro non possono essere concesse deroghe per motivi religiosi, le regole valgono per tutti. Il modo di vestirsi deve essere adatto all’ambiente in cui operi. Se lavori in cantiere devi rispettare le regole, ma anche in una linea di produzione. Anche se hai a che fare con clienti o sei un personaggio pubblico.
Come pensa reagirebbero in Vaticano e gli stessi cattolici se il papa si presentasse in giacca e cravatta come è uso tra i protestanti?

Francesco S.

In pratica sostiene quanto dicevo, i divieti devono dipendere dalla natura del ruolo e proporzionati allo scopo.

RobertoV

Ormai è prassi chiedere eccezioni per motivi religiosi.
Le regole devono valere per tutti e non è ammissibile che le regole possano essere violate in nome di presunte motivazioni religiose, regole che invece valgono per gli altri. E’ un falso e pretestuoso problema l’utilizzare la tolleranza religiosa, la libertà religiosa per poter violare le regole.
Se lo stato e le aziende capitolano davanti a queste pretese, le pretese aumenteranno sempre di più. Non a caso vi sono poi richieste di classi separate, insegnamenti separati o rifiuto di certi insegnamenti comuni, richieste di non effettuare certi lavori, obiezioni sulle leggi che non rispondono ai propri convincimenti religiosi e così via.
Ed è curioso osservare come in passato persone provenienti da certe culture e tradizioni si siano uniformate senza grossi problemi, mentre oggi sono più le nuove generazioni a non volerlo fare.
Se io mi presentassi in ufficio con un cappello a cilindro in testa verrei considerato uno stravagante o provocatore e me lo farebbero togliere, ma se usassi una motivazione religiosa e parlassi di tradizione e mi rifiutassi di toglierlo? Sarei considerato una persona molto religiosa o un provocatore?

dissection

Quella della libertà religiosa è una banale ma soprattutto inane scusa per imporsi & imporre le proprie idee sugli altri, mentre basterebbe far passare il concetto che senza il simbolo religioso non sei meno religioso, (anche perché se hai BISOGNO del simbolo, significa che la tua fede, in fondo in fondo, non è proprio così salda…) ma sembra che sia proprio impossibile da capire.

Beatrice

Se le donne mussulmane che portano spontaneamente un fazzoletto sulla testa e gli ebrei osservanti che portano la kippah sulla testa possono essere mandati via da un ufficio perché si vedono questi capi di abbigliamento, finirà che andranno a lavorare solamente presso quei datori di lavoro che non si oppongono all’esposizione di questi capi di vestiario, e questo mi sembra che sia un passo nella direzione di spezzettare la società in tanti piccoli ghettini, dove ognuno si veste elegamente e formalmente come la sua comunità preferisce, ma non interagisce con gli altri.
Mi ricordo di avere conosciuto una araba sempre elegantissima con i vestiti color pastello cuciti da lei stessa guardando i modelli su Burda Mode versione araba, e che ha lavorato per organizzazioni internazionali e per una ambasciata non araba: la si potrebbe respingere ad arbitrio ? Finirebbe per lavorare solamente per negozi arabi (o che non respingono questo stile ). E un libraio ebreo in una libraria vicino alla stazione ferroviaria di Anversa che aveva la kippah sulla testa e con uno scialle da preghiera che gli spuntava da sotto la giacca: puo essendo decisamente cortese ed elegante come deve essere una persona che riceve il pubblico in un negozio, si potrebbe respingere ad arbitrio ? Finirebbe che potrebbe solamente lavorare in negozi ebrei (o che non respingono questo stile).
Bho, non mi piace contribuire a tenerle i muri in piedi …

Gérard

Ma conosco ragazze musulmane praticante che si tolgono senza problemi il velo durante il lavoro ( una grande lavanderia di Prato per essere esatto ) . Come pure nel passato ho conosciuto un uomo sikh che senza problemi non portava il turbante eppure si recava regolarmente al tempio sikh ( Francoforte ) . E tutto un fatto di voler integrarsi o no …

Diocleziano

Beatrice
Non è che questo divieto sia assoluto, è lasciato alla discrezione del datore di lavoro.

Può capitare che lo vieti il bottegaio un po’ razzista al suo unico dipendente, ma una boutique con logo internazionale ha ben diritto di presentarsi come vuole. Resta da capire perché si possa sentire in maniera così pressante, il bisogno di esternare la propria fede. È lo stesso principio dell’obiezione di coscienza: dichiari prima le tue intenzioni e l’alternativa è: non ti assumo, oppure: accetto le tue fissazioni e ti assumo. Si eviterebbero tutte le discussioni. Al libraio ebreo con la papalina nessuno impedisce di portarla, dentro o fuori dal suo negozio.

Sandra.

Beatrice,
se il libraio è il proprietario può andare anche in pigiama! Leggo che ad Anversa, che ospita una nutrita comunità ebraica, ci sono tre librerie specializzate in libri ebraici, e una libreria è proprio dietro la stazione: in questo caso l’abbigliamento del librario è in tono.
Diversamente in una libreria generica, potrebbe trovare posto il religioso che non può fare a meno di esporre i simboli della propria fede? Avrebbe senso, per lui in primo luogo, ma anche per il cliente trovarsi di fronte qualcuno che non è neutro rispetto a certi argomenti?

Francesco S.

Io resto fedele all’idea più razionale che trovo in merito: i divieti se ci sono devono valere per tutti, datore di lavoro incluso e devono essere motivati da ragioni di lavoro. Se il dipendente lavora a contatto con clienti ed utenti è giusto che l’azienda possa decidere il modo in cui presentarsi, ma se è un ruolo tecnico ad esempio quello che mi è più vicino come un progettista che indossi il velo, kippah o piercing non importa. Cioè i regolamenti aziendali esistono perché devono essere utili a qualcosa, perché i datori di lavoro non sono padroni e i dipendenti non sono servi.

dissection

Esatto: a cosa servono veli, kippah, burqa, liscafissi eccetera sul luogo di lavoro? È assurdo, sul lavoro ci vai per lavorare e non per dimostrare o addirittura imporre, come in questi casi, le tue idee religiose. Ti devi concentrare sul lavoro, il resto viene dopo: il velo (burqa, turbante ecc.) te lo metti ( te lo fanno mettere, in realtà ) per strada, se ti trovi nel tuo paese di origine: ma se sei a Roma, ti comporti come i romani.

Francesco S.

E abbastanza diverso ciò che ho scritto io. Ho detto che è legittimo vietare simboli per determinati ruoli e purché valga per tutti e ciò sia dettato da esigenze di lavoro, da una receptionist come nel caso giuridico trattato si può sicuramente esigere un determinato modo di presentarsi al pubblico, diverso per i ruoli prettamente operativi che non prevedono rappresentanza con utenti o clienti. Tutto ciò che non è vietato dalla legge e non impedisce di svolgere il proprio lavoro al meglio non può essere vietato. Ovvero dipende caso per caso. Se sei a Roma ti comporti da cittadino non da romano. Ho vissuto a Modena per un po’, l’ho fatto da buon cittadino, no da modenese.

Sandra.

“diverso per i ruoli prettamente operativi che non prevedono rappresentanza con utenti o clienti”
Mi viene in mente il caso della testimone di Geova che non era a contatto con il pubblico, ma che per la propria religione aveva comunque violato la privacy del cliente adultero!

A me sembra che ci sia qualcosa di strano nelle persone che si vogliano distinguere dagli altri perché appartenenti a un club di persone speciali – e con club intendo religioni, ma anche squadre o partiti: certi simboli sono appropriati in certi luoghi, e di conseguenza non lo sono in altri: indossi una divisa quando vuoi o devi dividerti dagli altri, per integrarti la levi. Se poi questi simboli sono espressione di regole che possono entrare in conflitto con lo svolgimento del lavoro – e spesso lo sono, se parliamo di simboli siamo alla superficie delle cose. Il problema di base è che la religione è sempre meno compatibile con le esigenze della società, e per colpa della religione! Se le religioni non si fossero sempre impicciate di affari non trascendenti, non avrebbero avuto bisogno di marcare gli adepti o il territorio. Se davvero si trattasse di spiritualità … non si dovrebbe vedere!

dissection

Ok: il buon cittadino non cerca di imporre le sue idee sugli altri. È più che giusto quello che dici tu, ma quando nascono proteste di questo genere, non è quasi mai per i motivi che dici tu o semplicemente per difendere la propria identità: ne ho visti parecchi, e l’unica cosa che avevano negli occhi era protervia, non desiderio di riscatto. Che certi comportamenti, tipo abbandonare il posto di lavoro per andare a imboscarsi tra gli scaffali del magazzino per pregare, siano tollerati, e neanche tanto apertamente, non significa che siano giusti, anche perché quasi sempre queste “tolleranze” vengono scambiate, in evidente malafede, per una legittimazione dei suddetti. Quando arrivi a negarglieli, invece, passi per intollerante & razzista tu che invece vuoi solo che tutti si comportino da cittadini tutti uguali, nel pubblico come nel privato. Cosa c’entra questo? Visto io, con i miei occhi: gente che si trovava impacciata sul lavoro a causa dei; o che si rifiutava di fare certe cose, che pure la loro mansione richiedeva, per non rovinare i suddetti simboli, velo o turbante o qualsiasi altra cosa. Molto cittadino, vero? Chissà perché i pastafariani non danno mai di questi problemi: anzi, molte volte vengono costretti a togliersi il colandro perché ritenuto ridicolo, senza mai applicare lo stesso concetto a palandrane & copricapi di varia foggia che in taluni frangenti possono diventare anche pericolosi, in quanto possono ostacolare vista & udito, e praticamente sempre impacciano il/la portatore/trice nello svolgimento di mansioni ordinarie e soprattutto non, qualora vengano richieste. Ecco, secondo me, visto che abbiamo tirato in ballo il cittadino (e che ca..o, era solo un proverbio, quindi non da prendere in senso letterale…), io immagino che tutti i cittadini, residenti & stranieri, dovrebbero (debbano) rispettare le leggi del paese in cui si trovano, e le regole del posto che gli procura, alla resa dei conti, di che vivere.

Francesco S.

Sandra mi pare fosse una cameriera e comunque mi pare di aver detto che non deve violare la legge, e la privacy è tutelata da leggi, senza contare che nel caso citato non rientra neanche nello ” svolgere al meglio il proprio lavoro”, visto che ha provocato guai all’albergo. Bene le battute ma cerchiamo di essere pertinenti ai commenti dell’interlocutore.

Sandra.

Allora per te andrebbe bene se tutti si vestissero proprio come vogliono al lavoro? infradito, tute, …. sbarbati, poco puliti…. Non è vietato dalla legge e non impedisce di svolgere al meglio il proprio lavoro. Il rispetto per gli altri è quello che impone di non imporre niente che possa riuscire sgradito, specialmente in un luogo dove si deve convivere e svolgere al meglio il proprio lavoro.
Sul caso della testimone di geova l’esempio era sul problema posto dal fanatismo religioso, al di là dell’abbigliamento.

Francesco S.

@Dissection,
su quello concordo con te, infatti ribadivo che eventuali accessori personali devono essere compatibili con la funzione, compatibilità materiare o ideale (come l’azienda vuol presentarsi al pubblico.

Sandra cosa non ti è chiaro di “è legittimo vietare simboli per determinati ruoli e purché valga per tutti e ciò sia dettato da esigenze di lavoro … Tutto ciò che non è vietato dalla legge e non impedisce di svolgere il proprio lavoro al meglio non può essere vietato. Ovvero dipende caso per caso”.

Puzzare e non lavarsi non è un modo di lavorare al meglio visto che provoca disagio fisico a chi ti sta attorno, e impedisce agli altri di lavorare sereni come anche una tenuta coerente con il luogo, l’infradito non andrà bene in ufficio ma forse va bene per il pescivendolo o il pescatore.

Ho detto che dipende dal tipo di lavoro. Lo dice anche la stralcio citato da RobertoV. Mi pare che tu stia cadendo nella fallacia logica della falsa dicotomia e in quella dell’argomento fantoccio.

E questa è la più grave in quanto la interpreto come una mancanza di rispetto nei miei confronti. Io mi impegno sempre nel capire il punto dell’interlocutore e sforzarmi di non alterarlo. Mi spiace ma la discussione è chiusa, questo è un requisito per interagire con me. Patti chiari e amicizia lunga. Come si suol dire.

Sandra.

Mancanza di rispetto nei tuoi confronti? Scusa ma non mi pare, certo non era nelle mie intenzioni, ma se ti ho offeso mi scuso. Sono passata all’abbigliamento casual perché tu hai parlato di piercing, che secondo me rientra in quelle categorie poco “coerenti” con l’ufficio (mi ero limitata a lavori indoor, tipo il progettista da te citato): ho esteso parlando di ciabatte e tuta, ma non credo di aver alterato, perché parlando di piercing non ti sei limitato ai simboli religiosi. Comunque ripeto se ho scritto qualcosa di sbagliato mi scuso, ma non l’ho fatto apposta anche perché non ho capito dove ho sbagliato.
In generale l’abbigliamento è un codice di comunicazione, quindi il codice appunto deve essere coerente con l’ambiente, ed è il datore di lavoro a sceglierlo.

Gérard

In Francia abbiamo avuto e abbiamo ancora ( e spesso ) problemi di questo tipo . Chi si ricorda dell’ asilo nido ” Baby Loup ” che fu portato sull’ orlo del fallimento da una fanatica del velo e che poi è dovuto andare riaprire l’ asilo suo in una cittadina vicina ?
L’ asilo nido Baby Loup fu aperta da un emigrata sud-americana in un cittadina della banlieue parigina dove vivevano emigrati da piu di 120 paesi diversi . Quest’ asilo era aperto 24 ore su 24 ed era una vera providenza per le donne che lavoravano con orari particolari : quelle che lavoravano in ristoranti o di notte .
Ebbene il regolamento prevedeva la neutralita sul piano religioso : ne kippah, ne croci, ne veli, turbanti etc .. La responsabilita di tutto quest’ affare fu una donna musulmana che, appena letto il regolamento e firmato il contratto di lavoro, si misse a esibire lo hijab islamico …
La povera responsabile dell’ asilo fu praticamente linciata moralmente da tutti movimenti islamici francesi e non soltanto . Fu ovviamente sostenuta da tutti movimenti laici francesi ( che sono molti ) e molte personalità della vita pubblica francese ma poco da tanti politicanti che non volevano mettersi adosso gli elettori musulmani…

Francesco S.

Per curiosità mi sono letto la vicenda su wikipedia. Però non so se ho capito bene ma pare che nel 1992 fosse stata assunta e portava già il velo, poi nel 2008 durante un congedo per maternità pare che abbiano cambiato il regolamento e al ritorno non abbia accettato il nuovo regolamento e da qui poi è scaturita la vicenda. Ho compreso bene? Fonte: https://fr.m.wikipedia.org/wiki/Affaire_de_la_crèche_Baby_Loup

Sandra.

In particolare si dice che “il velo non è mai stato ammesso”. La Afif dichiara di aver portato il foulard, ma prima del rientro durante il colloquio per discutere le dimissioni volontarie lei parla di velo islamico integrale, a cui la direttrice ovviamente si oppone. La stessa Afif, durante una riunione nel 2002, ricorda l’importanza della neutralità di fronte ai bambini, e l’obbligo di NON portare il velo durante le attività, in linea con lo statuto precedente.
Praticamente una piantagrane.

Francesco S.

ok, quindi inizialmente si era licenziata e poi c’ha ripensato. Chiaro ora.

Sandra.

Non si era licenziata, aveva scritto di voler dare le dimissioni.
In un articolo su Le monde dice che aveva iniziato a portare il velo nel 1994, che saltuariamente “si dimenticava” di toglierlo, ma che l’aveva sempre levato su richiesta.

Gérard

Francesco S.

Vedo che nel frattempo Sandra ti ha fornito i documenti che spiegano tutto . Dovevo rispolverare vecchi documenti su questa facenda che aveva provocato sdegno in tutta la Francia . La direttrice, che aveva sfuggito la dittatura di Pinochet, con la creazione di questa struttura in una zona dove vivevano emigrati di tutti paesi e tutte religioni, dava un aiuto reale alle madri che lavoravano . Inoltre aveva altri progetti per aiutare le donne di questa zona, creando posti di lavoro con mestieri legati alla piccola infanzia .
Hai visto quale ciffre aveva chiesto quell’ Atif che aveva sfruttato prima 5 anni di congedo maternita e congedo parentale ( 5 anni pagati dallo Stato ) ??! ….
Se Sandra la chiama una piantagrana, bisogna anche fare notare che fu sostenuta e incoraggiata da tutte le organisazioni islamiche di Francia senza le quale tutto ciò non sarebbe stato possibile .
Inoltre voglio farti notare che questo tipo di problema accade ancora oggi . Il velo, un copricapo innocente ????

Francesco S.

La versione riportata dall’enciclopedia è molto diversa da ciò che raccontate. Leggendo sembrava proprio che durante il congedo (parecchio lungo, beate le francesi che godono di tali agevolazioni) abbiano cambiato le regole, e che si sia rifiutata di adeguarsi e per questo fosse stata licenziata

Gérard

Francesco S
Si, come lo vedi, la Atif ha ben approffitato delle agevolazioni che non avrebbe certo avuto in qualsiasi paese musulmano . E vero che Wiki da una spiegazione piuttosto breve e un po diversa da quale risulta dagli atti giudiziari .
Il regolamento interno che prevede la neutralita religiosa è del 1990 . Io mi chiedo chi paga le spese degli avvocati di questa signora …( ?? ) .

Gérard

In merito a questa sentenza mi aspettavo qualcosa del tipo ” ..l’ira dei vescovi ” ma invece niente .
Al contrario ho sentito che l’ imam di Firenze, Elzir Izzedin , presidente dell’ UCOII si è messo ad urlare come un aquila evocando un ” vento di islamofobia ( eccola di nuovo la famosa ” islamofobia ” ..) sta soffiando sull’ Europa .
Idem con Erdogan che ha evocato una nuova guerra santa che colpira l’ Europa…

Diocleziano

È singolare come questa gente, che a casa loro sopporta in silenzio qualsiasi imposizione, quando mette piede in Europa diventa aggressiva e ben a conoscenza dei ‘diritti’ che la NOSTRA società offre.

Gérard

Applicano quello che aveva detto Erdogan
” La democrazia è come un autobus : se ne scende quando si è arrivato dove si voleva arrivare, al terminus ” .

dissection

Emperor io non ci vedo niente di strano: all’offerta di un dito si prendono il braccio con tutta la spalla attaccata perché sanno che al massimo si prendono una tirata d’orecchi. Al contrario, dove sono abituati guai a chiedere più dell’unghia altrimenti sono cavoli amari, acidi & salati. Ma tutti a dire poveretti in nome del famoso multikulturalismo e non uno che gli faccia notare l’ipocrisia dell’atteggiamento.

Diocleziano

Magister.
Quel che rimane un mistero è il perché vengono a vivere in un paese che odiano; se la motivazione è solo la guerra, la fame e la miseria deve essere ben grama la loro esistenza! 😛

dissection

Emperor
Già: lo odiano a tal punto da voler farlo diventare uguale al loro di origine!

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