Cosa c’è di davvero assurdo nella polemica del presepe di Bolzano

Da giorni quasi non si parla d’altro: tre giovani hanno postato su Instagram una foto mentre mimano atti sessuali con le statue di un presepe in piazza Walther a Bolzano. La foto è rimbalzata ovunque e ha scatenato l’indignazione generale di tutti, dai cattolici a Casa Pound. Adesso i tre rischiano fino a 5000 euro di multa per “offesa alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose”, così come sancito dall’omonimo articolo 404 del Codice Penale, emanato nel 1930.

Intervenire in una polemica così virulenta e polarizzata è cosa scomoda, complessa ed estremamente impopolare, a tal punto che se ne farebbe volentieri a meno per evitare i consueti fraintendimenti. Ma chi, come noi, ha a cuore certi temi deve prendere posizione anche in questi momenti. Anzi, direi soprattutto in questi momenti, per quanto ben consapevoli che servirà a poco — perché chi inneggia al linciaggio o al carcere per i tre giovani non cambierà di certo idea con questo articolo.

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: lungi da noi voler elevare a paladini del libero pensiero i tre autori della cretinata. Non c’è nulla di intelligente, di elaborato o di eroico nel loro gesto. Al contrario, vogliamo semplicemente sottolineare che è di questo – e soltanto di questo – che si tratta: di una cretinata, di una stupidaggine, di una goliardata. Nulla di rilevante o di politicamente orientato, insomma.

Com’è possibile allora che in molti abbiano visto in questa cavolata addirittura un attacco “alla nostra Civiltà” — con la maiuscola, come rivendicato da Casa Pound Bolzano? O ancora — e non si capisce davvero perché — l’ennesimo tentativo di “islamizzazione” del nostro paese? Non si tratta di nulla di tutto ciò, possiamo stare tranquilli. Al contrario, la rappresaglia mediatica nei confronti di quella foto dovrebbe farci riflettere, piuttosto, sullo stato di salute della società italiana, sempre più preda di isterie identitarie, ipocrisie nazionaliste e nostalgici “quando c’era lui…”

Ci lascia infatti sbigottiti l’ondata di violenza e di odio che in questi giorni ha travolto i tre ragazzi: “merde”, “scarafaggi”, “figli di puttana”, “indemoniati”, “in carcere”, “multate anche i genitori”, e così via. È difficile credere sia questo il linguaggio della “carità cristiana”, così come poco cristiano è, ad esempio, il commento di un lettore del Giornale: “Io sto diventando fautore della legge islamica in questi casi: 20 frustate e alla prossima taglio delle mani.” O ancora il commento di un altro cristianissimo lettore sulla stessa pagina: “Esiste una via sicura per riportare sulla retta via codesti balordi a cui piace scherzare con la Religione Cristiana. Immortalarli con in mano delle pagine strappate dal corano e depositare le foto davanti a qualche centro islamico della zona. Vediamo se passa loro la voglia di fare gli spiritosi, quando qualche zelante seguace maomettano farà loro quello che loro hanno fatto nel Presepe.”

Ecco, senza voler elevare il particolare a universale, è in questo tipo di commenti — numerosissimi — che si cela l’intima aspirazione del populismo italiano: vorremmo essere come loro, gli estremisti musulmani o indù, che “a casa loro” puniscono e giustiziano i blasfemi, ed invece proprio non possiamo, per colpa dei vari “buonisti”, “laicisti” e “sinistroidi” incapaci di risolutezza, severità e rigore morale. No, non è affatto così — ed è per il bene di tutti che non sia così. Viviamo infatti in uno stato di diritto, nei limiti di una costituzione di stampo laico e liberale che salvaguarda — ma neanche troppo bene — la libertà di espressione e di pensiero del singolo cittadino, difendendolo dal totalitarismo di qualsiasi autorità o istituzione, politica o religiosa che sia.

Ho detto “neanche troppo bene” perché la costituzione italiana, da questo punto di vista, presenta ancora degli anacronistici retaggi fascisti. Gli articoli del Codice Penale che puniscono “la bestemmia” (art. 724) e “il vilipendio della religione dello Stato” (art. 402, 403, 404, 405) sono stati infatti approvati per Regio Decreto il 19 ottobre 1930 sotto il regime fascista, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi. Come si può facilmente vedere sin dai titoli, questi articoli sono anacronistici già nella loro stessa formulazione: parlano di vilipendio della “religione dello Stato” quando è ormai dal 1984 che in Italia non esiste più una religione di Stato, a seguito delle modifiche concordatarie che presero il nome di “Accordo di Palazzo Madama”. Di più, questi articoli sono anacronistici anche nel loro stesso contenuto, come stabilito — limitatamente all’articolo 402 — da una sentenza della Corte Costituzionale del 2000.

Cosa stabiliva quell’articolo? Che “chiunque pubblicamente vilipend[i] la religione dello Stato è punito con la reclusione fino a un anno.” Ora, a rigor di logica, caduto per incostituzionalità quell’articolo dovrebbero cadere similmente anche tutti gli altri. Ma nel belpaese delle contraddizioni nulla è così lineare, motivo per il quale ognuno di noi ancora oggi rischia fino a 309 euro per una bestemmia e fino ai 5000 euro per vilipendio della religione dello Stato — o addirittura fino a due anni di carcere (sic!).

Attenzione, non è affatto vero, come qualcuno ingenuamente sostiene, che si tratti di leggi morte e inapplicate: nel 2015 l’artista Xante Battaglia è stato condannato ad una multa di 800 euro per aver ritratto Papa Ratzinger e Padre George assieme ad un fallo in erezione; qualche mese fa due innocui graffiti dell’artista romano Maupal raffiguranti Papa Francesco sono stati cancellati in quanto offensivi; sempre a Roma, lo street artist Hugre rischia fino a due anni di carcere per una serie di opere di subvertising, inclusa la significativa “Ecce Homo Erectus” che denuncia lo scandalo della pedofilia negli ambienti ecclesiastici.

A questa casistica di oltraggiosi vilipendi alla “religione dello Stato”, quella Cattolica, si aggiunge un vilipendio “meno uguale degli altri”, quello di Maurizio Belpietro, assolto proprio ieri per “offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone” (art. 403). Dopo la strage di Parigi aveva infatti titolato la prima pagina di Libero con un rispettosissimo “Bastardi islamici”. Riuscite ad immaginare cosa sarebbe potuto succedere se, a parti invertite, un giornalista, magari addirittura arabo o musulmano, avesse titolato la pagina di un giornale con “Bastardi cattolici” o “Bastardi cristiani”?

Insomma, se c’è una cosa davvero assurda nella polemica del presepe di Bolzano non è tanto la scomposta e indignata reazione di nazionalisti e tradizionalisti, i quali, è bene ricordarlo, proprio in nome della medesima libertà di espressione sono liberissimi di indignarsi come e quanto vogliono — così come del resto nel 2015 si indignarono tutti al grido di #jesuischarlie, salvo poi attaccare tutti Charlie Hebdo quando pubblicò delle vignette di cattivo gusto sui terremotati di Amatrice. Della serie: libertà di espressione sì, ma fintanto che non dà fastidio a noi. Veramente assurdo è invece che istituzioni e forze dell’ordine perdano tempo e risorse per perseguire la bravata di tre adolescenti, rispolverando leggi anacronistiche e liberticide che invece dovremmo cancellare una volta per sempre.

Sarebbe bellissimo che tutta questa polemica si risolvesse con un inaspettato passo in avanti come successo recentemente in Danimarca, quando una persona che aveva bruciato un Corano è stata processata per “blasfemia”, ma alla fine il parlamento ha deciso saggiamente di abolire quella legge sulla blasfemia — perché o puniamo chiunque bruci un libro, sia esso la Bibbia o Fabio Volo, oppure non puniamo nessuno, per quanto continueremo a pensare che bruciare un libro sia in sé una cosa riprovevole. Temiamo invece che si seguirà piuttosto l’esempio del Guatemala, dove nel 2016 un ladro che aveva rubato meno di 40 dollari in una chiesa è stato condannato a 12 anni di carcere — se avesse rubato la stessa cifra in qualsiasi altro luogo “non sacro” avrebbe rischiato al massimo due anni.

Ecco l’assurdità e i cortocircuiti logici delle leggi sulla blasfemia, le quali non possono che essere destinate a scomparire, per il bene di tutti. Proprio per questo motivo anche l’UAAR fa parte della grande coalizione internazionale che si batte per l’abolizione delle leggi sulla blasfemia ovunque nel mondo (#endblasphemylaw). Perché la libertà di espressione non prevede eccezioni e va difesa sempre, si tratti di satira, di arte o di bestemmie in autostrada. Detta in un altro modo: la libertà di espressione è una cosa seria, anche quando la si impiega per dire o fare stronzate.

Giovanni Gaetani