Il caso Apu e il politically correct estremo

Ha fatto discutere in questi giorni, fornendoci spunti di riflessione, la polemica nata a seguito dell’annuncio solo parzialmente smentito sulla cancellazione del personaggio di Apu Nahasapeemapetilon dalla trentennale sitcom animata I Simpson. A dire il vero la questione risale allo scorso anno ma stando alle indiscrezioni, sembrerebbe che i produttori di questa serie televisiva dal successo planetario siano sul punto di eliminare definitivamente Apu dal programma, a causa di alcune accuse di razzismo e delle conseguenti pressioni derivanti da un’applicazione fin troppo estrema del concetto di politically correct. La serie tv animata figlia del famoso disegnatore Matt Groening, un agnostico dichiarato che è stato inserito al 4° posto nella classifica del 2007 dei 100 geni viventi dal The Daily Telegraph, sarebbe sostanzialmente intenzionata a cedere all’autocensura.

Effettivamente Apu, un personaggio secondario de I Simpson di origini bengalesi e gestore di un minimarket dove ha eretto un altare al Dio Ganesha, dove vende cibo scadente, e dove viene spesso rapinato rientra pienamente nello stereotipo dell’immigrato indiano in America. Tra le altre cose parla con un accento marcato storpiando le parole, è sposato con matrimonio combinato e padre di numerosi figli tutti pressoché identici. Dunque è sulla base di tutti questi stereotipi e sul fatto che il personaggio stia dando una visione distorta, ecces­siva­mente cari­catu­rale dunque uncorrect rispetto all’intera comunità degli immigrati indiani negli USA, che le accuse di razzismo si erano concentrate. A nulla sono valsi i tentativi degli autori di rendere Apu protagonista in positivo di alcuni episodi o quelli di chiedere direttamente al pubblico cosa fare se dopo decenni di storie di un personaggio applaudito e giudicato innocuo, ora era divenuto improvvisamente politicamente scorretto.

A ben vedere, se dovessimo applicare gli stessi parametri di giudizio e di politically correct anche a tutti gli altri personaggi del cartone animato, la censura e cancellazione definitiva dell’intero programma sarebbero inevitabili. Perché semplicemente è l’intera sitcom a basarsi sulle caricature di ogni suo personaggio, sugli stereotipi e sulla satira pungente nei confronti dell’intera società. Basti pensare alla famiglia protagonista del cartone, bianca, americana, e alle loro caratteristiche stereotipate: Una famiglia che vive in una colorata villetta tipica del ceto medio americano, con garage, giardino tutto intorno e con tanto di grill e amaca dove spesso dorme sbavando il padre capofamiglia Homer.

Un padre che se non fosse per le iniziali del suo creatore disegnate tra capelli e orecchio, non avrebbe nulla di geniale e sarebbe piuttosto solo un genitore scriteriato, ottuso, scansafatiche, grasso e continuamente a caccia di cibo spazzatura e birra; una madre, Marge, disegnata con capelli blu cotonatissimi che quando non è alle prese con lavori domestici, o la gestione dei figli e della famiglia, finisce per buttarsi a capofitto nei passatempi più disparati per non annoiarsi; un figlio, Bart, teppistello incorreggibile che si fa beffe del mondo che lo circonda e che insieme al suo migliore amico, un bambino ipocondriaco e goffo di nome Milhouse, alimenta le storie di quasi tutti gli episodi; Lisa, la figlia appassionata, creativa e intellettuale, quindi giocoforza genio fuori posto in questa famiglia ed emarginata a scuola perché ritenuta secchiona.

A completare il quadretto familiare, nonno Abe affetto da vuoti di memoria e demenza senile che ha sconfitto i tedeschi durante la guerra e che nessuno va mai a trovare nella casa di riposo dove è sostanzialmente segregato. Un gatto e un cane abbandonati a loro stessi, e poi via sulla station-wagon piena di ammaccature a messa la domenica dal reverendo protestante Lovejoy, con una fede ormai persa, una moglie pettegola e con una comunità di parrocchiani che dormono durante i suoi sermoni. Spesso negli episodi del cartone appaiono perfino dei pesci con tre occhi a causa delle radiazioni della vicina centrale nucleare, peraltro di proprietà del classico magnate vecchio, avido e crudele, che la gestisce attraverso un assistente gay, il quale viene dipinto come eccessivamente premuroso nei suoi confronti. Non sono forse tutti stereotipi questi? Non è forse la dimostrazione di come l’intero cartone animato sia basato sulla critica dell’intera società americana stessa?

Ebbene, gli abbondanti ste­reo­tipi dei perso­naggi di questa serie tv di suc­cesso non hanno mai creato scandalo per nessuno, né hanno mai sollevato controversie simili a quelle sollevate per il caso Apu in questione. Non hanno richiamato gli autori al politically correct la rappresentazione di poliziotti sempre inefficienti, obesi, stupidi e con le classiche ciambelle fritte sempre in mano, o quella del preside della scuola locale, un ex veterano della guerra in Vietnam, continuamente sull’orlo di un esaurimento nervoso a causa della madre opprimente e dispotica con cui vive. Tanto per sottolineare qualcosa che ci riguarda da vicino, nessuna accusa di discriminazione nemmeno da parte della comunità dei tanti italiani in America per come solitamente vengono rappresentati. Ovvero con accento sfacciatamente italiano, come ristoratori mangia spaghetti nella migliore delle occasioni, o come gangster mafiosi nelle peggiori.

Che dire poi delle comunità di credenti, solitamente suscettibili e contrarie alla satira e alle caricature nei confronti della loro fede e dei loro esponenti? Per lo più mai nessuno grido allo scandalo e dunque nessun rischio per i personaggi del cartone animato. Eppure Ned Flanders, il vicino di casa della famiglia protagonista è un integralista cristiano che si domanda ossessivamente se non stia offendendo Gesù prima di ogni azione che compie, che opprime i propri figli con la minaccia dell’inferno e li educa preservandoli da peccati e pericoli del mondo moderno a furia di brani evangelici e creazionismo, con risultati che si rivelano quasi sempre discutibili, se non disastrosi. Ebbene, niente proteste. I cittadini di religione ebraica vivono neanche a dirlo in un ghetto della città pieno di banche e gioiellerie, con un rabbino ortodosso che ha rinnegato il figlio perché fa il clown in tv ed è dedito ai peggiori vizi, fumo, alcol, donne, gioco d’azzardo annessi e connessi anche di sabato.

Eppure nessun invito al politically correct né accuse di discriminazioni al programma. Infine, interi episodi sono stati dedicati ai fedeli musulmani che venivano accostati a terroristi fondamentalisti. Islamici che secondo i maldestri protagonisti Simpson erano intenti a preparare attentati, tanto per rincarare la dose di stereotipi. Ebbene, nemmeno in questo caso ci sono state accuse di razzismo. Ciò perché nei Simpson gli stereotipi e le caricature dei personaggi, come di intere categorie di individui, mestieri, religioni, comunità, insistono in modo trasversale e indiscriminato su chiunque. Ridicolo che i richiami al politically correct portino gli autori a valutare l’autocensura e alla cancellazione di Apu. Specie perché a conti fatti si tratta di un personaggio sostanzialmente positivo che spesso contribuisce ai lieto fine di molti episodi.

Tutto questo ci esorta ovviamente a riflettere non tanto sugli stereotipi o sulle raffigurazioni caricaturali di personaggi, comunità di immigrati, confessioni religiose e della società in generale nei cartoni animati, nei film o nei romanzi. Ma su concetti a noi cari che riguardano la libertà di satira, la libertà di espressione — in questo caso quella degli artisti — e più in generale il diritto di opinione e di critica. Abbiamo per esempio imparato che il dovere della buona satira non è affatto quello di farci sorridere, ma quello di invitare gli individui a riflettere sulla realtà, quando la società ha bisogno di una critica che esorti tutti al cambiamento. Quindi è anche soprattutto attraverso questa rappresentazione stereotipata e caricaturale della realtà, della società e delle peculiarità degli individui che la compongono che si viene sollecitati a modificare atteggiamenti e costumi comuni e abituali. Per progredire e migliorare noi stessi.

Ed è dunque evidente che l’autocensura, ovvero la repressione della libertà di espressione attraverso l’imposizione sempre più estrema del politically correct, generi vuoti incolmabili in termini di assenza di opinioni, idee e quindi di sviluppo umano in generale. Possiamo meglio comprendere questo meccanismo invertendo la questione e ponendo noi stessi di fronte a una semplice domanda: abbiamo mai acquisito ulteriore conoscenza e sviluppo autocensurandoci o con una repressione sistematica di idee nuove, pensieri liberi e opinioni diverse da quelle abituali? Forse in qualche raro caso, ma il più delle volte, no. Altrimenti quelle idee e quelle opinioni non avrebbero potuto circolare, essere riprese, valutate e fatte nostre per migliorarci.

Lo stesso Matt Groening, intervenuto sul caso Apu lo scorso aprile, ha detto di essere orgoglioso del suo show e ha smorzato le polemiche dichiarando che al giorno d’oggi le persone amano fingere di essere offese. Sostanzialmente un invito a non prendersi troppo sul serio, a saper ridere di noi stessi e non solo degli altri. In definitiva e parafrasando il noto giornalista e saggista ateo Christopher Hitchens, possiamo affermare ancora una volta che avere la libertà di potersi esprimere non è abbastanza, e che bisognerebbe piuttosto imparare a esprimersi liberamente. Anche a dispetto delle critiche.

Paul Manoni

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