La vista ai ciechi, le cattedre ai muti

C’è chi restituisce davvero la vista ai ciechi. Col talento personale e il duro lavoro, mica coi padrenostri. Con l’ausilio della ricerca scientifica e dell’arte medica, naturalmente. Uno di questi è il prof. Rizzo, autore del primo impianto al mondo di una retina artificiale, premiato con la medaglia di bronzo al merito dal ministero della Sanità, e come chirurgo più innovativo al mondo dalla Alfred Mann Foundation di Los Angeles. Per alcuni anni è stato direttore dell’organizzazione dipartimentale di oculistica del “Careggi” e titolare dell’annessa cattedra presso l’università degli studi di Firenze. Ora ha vinto a Roma un concorso per direttore di oculistica al “Gemelli” e per professore ordinario all’università cattolica del “Sacro Cuore”. Alcune voci vogliono che il trasferimento sia una conseguenza dello scandalo dei concorsi truccati in ambito sanitario. Dall’università lottizzata dai rossi a quella benedetta dai papi, da Peppone a don Camillo, si è portati a pensare. E viene da chiedersi se davvero nel nostro Paese siamo ancora così ridotti. Il diretto interessato non scende in polemica e adduce motivazioni del tutto limpide: “È il posto più prestigioso in Italia nel mio campo, è normale che sia attratto da questa possibilità”. Se lo dice lui, non abbiamo motivo di dubitare né del prestigio né della natura dell’attrattiva.
Certo che però anche al Gemelli e alla Cattolica i concorsi sono ben strani. Rizzo sbaraglia altri autorevolissimi concorrenti col suo inarrivabile curriculum e vince, ma ciò non basta. Le autorità ecclesiastiche (addirittura quelle del Vaticano, secondo qualche organo di stampa) devono attestare un’altra condizione assolutamente necessaria: la cattolicità del prescelto. Veri dubbi non ce ne sarebbero, benché nessun paziente del dottore ricordi di aver mai visto nel suo studio crocifissi o altri simboli cattolici pur così imprescindibili, come tutti sappiamo, persino nei luoghi pubblici. Non è chiaro se potrebbero ostare anche banali comportamenti personali ritenuti peccaminosi dalla morale cattolica, come una convivenza more uxorio, manco parlassimo di un docente di religione cattolica nelle scuole. Di certo parrebbe problematica una eventuale adesione a fede alternativa, o una pubblica abiura, oppure – Dio non voglia! – una professione di ateismo. Va sottolineato che neppure per il reclutamento nelle scuole confessionali si richiedono simili requisiti, e che in strutture mediche come il “San Raffaele” di Milano si praticano con serenità in ambito riproduttivo interventi condannati dal magistero della Chiesa. Mentre nel caso nostro non si profilano pratiche mediche peccaminose né si tratta di indottrinare bimbi e fanciulli ai precetti clericali con tanto di buon esempio.

La vista ai ciechi, le cattedre ai muti
Vicende che pure decenni addietro crearono un certo scalpore, come l’allontanamento di Emanuele Severino, di Franco Cordero e di Luigi Lombardi Vallauri dall’insegnamento, sembrano al confronto quasi ragionevoli. Cozzavano di certo coi principi della libertà di ricerca e d’insegnamento e persino del giusto processo (come confermato anche dalla CEDU nell’ultimo dei tre casi richiamati), ma – obiettarono allora in tanti – se scegli di infilarti sotto una cappa oscura di dogmi, è inevitabile che ci vada a cozzare contro non appena li metti in discussione.

Il tuo atto sarà pure coraggioso e sincero, ma gli effetti saranno diretta e prevedibile conseguenza delle tue scelte. Per fare un esempio in qualche modo analogo, con presupposti e implicazioni invero ben altrimenti trasparenti, non puoi certo professare il pacifismo assoluto e insieme pretendere di continuare a far carriera nelle forze armate. Per gli stessi motivi, sarebbe il caso di aggiungere, dai pubblici reparti di ginecologia di un Paese normale andrebbero allontanati i medici contrari all’aborto. Stavolta resta invece da capire come la non genuina religiosità del professionista potrebbe pregiudicare l’efficacia della ricerca, dell’insegnamento o della cura. Non si sottovaluti l’episodio per il tono di semplice formalità e per il lieto fine già scritto che rischiano di farlo scivolare nell’indifferenza generale. Di fatto il posto più eminente potrebbe non essere occupato dallo specialista più adeguato per via di qualche sua mera opinione giudicata eretica. Non siamo affatto in un Paese normale.
È pur vero che si tratta di un ruolo entro una struttura privata, anche se con innumerevoli integrazioni col sistema sanitario pubblico, con convenzioni varie e relativi finanziamenti. Comunque sono in gioco i diritti dei lavoratori e, prima ancora, quelli dei pazienti. Immaginiamo che le clausole del concorso e quelle del contratto siano state approntate da abili legulei in modo da garantire riparo alle alte gerarchie in caso di controversia. Lasciamo dunque senz’altro agli esperti la disamina della correttezza formale di simili procedure.

In sostanza non si può non rilevare ancora una volta l’incapacità di (laicamente) scindere, persino in questo caso, tra la valutazione confessionale e quella professionale, tra fede e scienza. Lo stesso medico anzitutto è uomo di scienza, di cultura, è un intellettuale. Di fatto, il potere intimidatorio del verdetto etico-religioso si risolve in limitazioni alla libertà di pensiero e di espressione, anzi alla libertà tout court. Esercita una sorta di sottile censura e, inevitabilmente, anche di censura preventiva e di autocensura. Perché, par di capire, se rilasci qualche incauta dichiarazione e ti prendi troppe libertà, sia pure nelle scelte della tua più intima vita privata, potrai poi scordarti certe elevate carriere professionali. E non solo nel settore medico.
Infine colpisce, al solito, l’ossequio devoto dei giornalisti, nelle cui cronache non è dato cogliere neppure una minima ombra di ironia, soltanto umorismo involontario. Ci si chiede come sia mai possibile che, quando riferiscono di codesti suggelli sacrali al percorso di un luminare della medicina, costoro non avvertano il senso del ridicolo o almeno qualche incongruenza col mondo moderno le cui conquiste terapeutiche insieme celebrano nei loro articoli.

Andrea Atzeni

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