Altro che “culle vuote”: stiamo diventando troppi per un pianeta così piccolo

Come ogni anno l’Istat ha pubblicato le statistiche sulla natalità. E, come ogni anno, si sono subito alzati gli istituzionali lamenti, perché il calo continua. Il messaggio che ci vogliono trasmettere (non sempre implicitamente) è che sarebbe un male a prescindere, quasi il male assoluto: starebbero scomparendo gli italiani.

Non è vero. Quello che è vero è che la popolazione mondiale continua invece a crescere a livelli sempre più insostenibili. Ma a quasi tutti i politici, i religiosi, gli storytellers sembra che i fatti non importino.

E allora, per affrontare seriamente una questione essenziale per le sorti dell’umanità, è forse utile partire da un episodio minore accaduto in una piccola realtà di provincia, che si è meritato la clericalata della settimana scorsa. Una vicenda in apparenza marginale è in grado di esemplificare meglio di tanti studi come vanno le cose, come dovrebbero andare e, purtroppo, come rischiamo che andranno realmente. Il contrasto non potrebbe essere maggiore, ma il futuro non potrebbe essere più fosco.

Il populismo popolazionista

Il Comune di Cremona pubblica un opuscolo sui cambiamenti climatici. Non contiene niente di particolare, in apparenza, ma illustra anche quelle che ritiene siano le “quattro azioni individuali più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici”. Una di queste è fare “meno figli”. Non dovrebbe essere difficile capire che invitare a fare “meno figli” è faccenda molto diversa dall’invitare a non farne nessuno: per averne una riprova, basta dare un’occhiata ad altri due consigli, “no auto” e “no aereo”. E tuttavia, un semplice invito a fare meno figli è ormai di per sé sufficiente a far scoppiare polemiche su scala nazionale.

Il seguito è all’insegna della più scontata commedia all’italiana. Matteo Salvini tuona immediatamente su Facebook: “Ecco come il Comune di Cremona, a guida PD, usa i soldi dei contribuenti. Ma roba da matti!!!” Il sindaco giura di non saperne nulla e trova quanto scritto “profondamente sbagliato e stupido”. Lo sponsor protesta. Le assessore responsabili si scusano. L’opuscolo viene ritirato.

Scende in campo anche il quotidiano dei vescovi, Avvenire, che già nel titolo denuncia il “volantino choc”. Si percepisce che, in quanto natalisti, sono scioccati dall’invito a fare meno figli, ma dimenticano di spiegarne il motivo. Lasciano la parola al presidente del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo (già noto per essere stato nella giunta Alemanno e per aver proposto gli asili nido parrocchiali), secondo il quale “se hai un figlio anche fare la differenziata diventa un atto di amore e non un obbligo comunale”. Indubbiamente persuasivo.

Avvenire cita anche alcune frasi della nota diramata dalla diocesi di Cremona, che svicolano a loro volta dalle questioni di merito: “la difesa del Creato passa dalla difesa e generazione della vita”; “si deve puntare sulla sobrietà e sulla cultura della cura”; “la spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo”. A meno che non si siano convertiti alla decrescita (all’insaputa di tutti), il loro sembra un banale tentativo di greenwashing della teologia popolazionista. E comunque, se davvero si vuole ridurre l’impronta ecologica degli umani, prima devono calare le nascite, poi i consumi. Le nascite impattano enormemente più dei consumi.

Quale approfondimento, il sito di Avvenire rimanda a un articolo scritto qualche giorno prima da Alessandro Rosina, docente dell’università cattolica del Sacro Cuore. È il demografo italiano più in vista del momento: non scrive soltanto sul quotidiano cattolico, ma anche in luoghi che dovrebbero essere più laici come La Voce, il Sole 24 Ore e Repubblica; viene citato dal Fatto Quotidiano e pubblica libri per Laterza. Fa ‘opinione’. Ma anche Rosina si affida agli slogan a effetto.

Invita infatti i giovani a concepirsi come lobby: “meno peso elettorale per le nuove generazioni quindi anche meno forza per scelte collettive che inglobino le loro istanze e sensibilità”. Ricorda l’esigenza della “sostenibilità del sistema sociale” – che è come invitare i giovani a far figli per lo scopo egoistico di vedersi riconosciuta, prima o poi (molto poi), una pensione. Ci rammenta che “già oggi possiamo vedere in modo crescente in aree montane o decentrate l’effetto dello spopolamento con la presenza di soli anziani”, che tuttavia è un fenomeno ormai secolare e mondiale provocato da cambiamenti economici (e anche ambientali, nel caso degli Appennini). Non sapendo più a cosa aggrapparsi attacca chi chiede meno nascite, sostenendo che, “con la stessa logica si può, magari, pensare di ridurre anche la disoccupazione giovanile, le stragi del sabato sera, il bullismo nelle scuole, e così via”. È sgradevole vedere un accademico che, per assenza di argomentazioni, si riduce alla polemica gratuita. Nel suo articolo Rosina non ricorda mai il numero raggiunto dagli esseri umani e non cita alcuna previsione sul loro futuro. Purtroppo, non è l’unico a comportarsi così.

Ha infatti agito allo stesso modo persino il capo dello stato. Che, in occasione della pubblicazione dei dati Istat, ha ricevuto al Quirinale una delegazione del Forum delle associazioni familiari guidata, ovviamente, proprio da Gigi De Palo. E se ne è uscito, Sergio Mattarella (colui che dovrebbe rappresentare tutti), con dichiarazioni che più cattoliche sarebbe difficile scovare: “è un problema che riguarda l’esistenza del nostro Paese. Come conseguenza dell’abbassamento di natalità vi è un abbassamento del numero delle famiglie. Le famiglie non sono il tessuto connettivo dell’Italia, le famiglie sono l’Italia. Questo significa che il tessuto del nostro Paese si indebolisce e va assunta ogni iniziativa per contrastare questo fenomeno”.

Sarebbe sin troppo facile, signor presidente, ricordarle quanto l’atavico familismo, o il più recente mammismo, hanno danneggiato l’Italia – e soprattutto il meridione. L’indipendenza economica delle donne italiane è ancora insufficiente (in Europa fa peggio soltanto la Grecia), eppure, anche se ne restano così tante a casa, non si verifica alcun aumento delle nascite. Il calo, come ammette anche Avvenire, è più accentuato in nazioni come Portogallo, Spagna, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia: paesi che non sono esattamente i motori dello sviluppo economico europeo. Avvenire non prova nemmeno a domandarsi perché: del resto, è riuscito incoerentemente a dare la colpa della detanalità anche al capitalismo (che pure qualche interesse potrebbe avercelo, a un aumento dei consumatori). In Italia, un paese oggettivamente sovrappopolato per il suo territorio prevalentemente montuoso, i connazionali che emigrano continuano a essere più numerosi di quelli che rientrano. Il sud è più cattolico e più familista, ma al sud c’è meno lavoro e meno sicurezza, e quindi si fanno ora meno figli che al nord. Succede perché gli europei sono enormemente più istruiti di quanto lo fossero i loro trisnonni, e quindi non abboccano alle argomentazioni retoriche dei natalisti. Sembrano quasi ribattere loro: “prima la stabilità esistenziale, poi i figli”. Come mantenerli, altrimenti?

C’è una drammatica confusione tra causa ed effetto: non è il calo delle nascite a mettere a rischio l’esistenza del paese, è la diffusa percezione che il paese è vicino al collasso a spingere a fare pochi figli. Purtroppo, questa convinzione non è diffusa ovunque. Le culle vuote andrebbero spedite in Africa.



2100: odissea sulla Terra?

Anche Rosina, nel suo articolo, cita di sfuggita il libro Population bomb di Paul R. Ehrlich, che nel 1968 diede avvio al dibattito sulla sovrappopolazione. Ehrlich è ormai diventato il bersaglio preferito dei natalisti, l’esempio vivente dello scienziato catastrofista le cui previsioni non si avverano. E questo è vero, quantomeno per ora. Com’è vero che, se le previsioni di Ehrlich non si sono avverate, è stato grazie alla cosiddetta “rivoluzione verde”, che nel 1970 fruttò al suo esponente più noto, Norman Borlaug, il premio Nobel per la pace. Le innovazioni agricole introdotte a quel tempo hanno effettivamente fronteggiato la crescita dell’umanità. Se è capitato una volta, sostengono i natalisti, perché non dovrebbe capitare nuovamente?

Così facendo, trascurano il monito che lo stesso Borlaug lanciò nel suo discorso di accettazione del Nobel: “la rivoluzione verde ha dato all’uomo un po’ di respiro. Ma lo spaventoso potere della riproduzione umana deve essere imbrigliato, altrimenti il successo della rivoluzione verde si rivelerà effimero”. La sua speranza era che, “entro le prossime due decadi, l’uomo riconoscerà il percorso autodistruttivo lungo la strada della crescita irresponsabile della popolazione”.

Sfortunatamente si sbagliava anche Borlaug. Parte dell’umanità non sembra proprio voler limitare la propria riproduzione, e nello stesso tempo sta scomparendo anche la sensibilità al problema, all’epoca ben più diffusa. Quando Borlaug pronunciava il suo discorso eravamo 3,7 miliardi. Oggi siamo più del doppio, circa 7,7 miliardi. Nel 2050, prevede una stima (media) dell’Onu, saremo 9,7 miliardi; a fine secolo, 11 miliardi. Solo allora la popolazione mondiale potrebbe frenare la sua continua crescita.

Un piccolo sasso scagliato nell’universo può ospitare undici miliardi di persone? È la domanda da cui i demografi natalisti scantonano con sconcertante regolarità. C’è diffuso scetticismo che possa accadere. Più della metà della popolazione mondiale è stipata in centri abitati sempre più grandi: nel mondo vi sono ormai 548 città con più di un milione di abitanti, e il fenomeno è in ulteriore crescita, soprattutto dove le condizioni di vita sono peggiori. Già oggi non riusciamo ad alimentare tutti gli umani: uno su nove patisce ancora la fame, dicono le Nazioni Unite. Quasi un bambino su due che muore prima dei cinque anni ancora muore a causa della denutrizione, sua e/o di sua madre. Aumentare le nascite significa aumentare anche queste morti. 

Quasi 800 milioni di umani, ricorda l’Oms, sono privi di acqua, e due miliardi accedono ad acqua contaminata con feci, provocando così quasi 500.000 morti all’anno per diarrea. Circa metà della popolazione mondiale vive in aree con carenze idriche – anche perché sono quelle più sovrappopolate. Il surriscaldamento climatico farà il resto, riducendo non soltanto l’acqua, ma anche la biodiversità e la terra coltivabile. L’Onu ha già messo le mani avanti, manifestando seri dubbi sulla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030 per un progresso sostenibile.

L’unica soluzione sinora individuata è invitare gli umani a mangiare meno carne. Ma per far fronte al riscaldamento globale, alla deforestazione e alla mancanza d’acqua il consumo dovrebbe ridursi del 90%, afferma uno studio pubblicato su Lancet. Senza peraltro spiegare come convincere gli umani a farlo, dal momento che una famiglia di dodici burundesi consuma mediamente meno di tre texani. Ed è quindi più facile pensare che siano i burundesi a voler (giustamente, dal loro punto di vista) consumare la stessa quantità di carne che si consuma in Texas. Oggi. E nel 2100?

Il tentativo della Fao di promuovere il consumo di insetti sembra tra l’altro già fallito. Si finisce quindi per sperare nel “miracolo” di una nuova rivoluzione verde. Eppure dovrebbe essere evidente che le nascite devono diminuire prima che siano attuati straordinari miglioramenti nella produzione alimentare che, al momento, sono ancora da individuare.

Senza dimenticare (ma come è possibile dimenticarlo?) che le varie zone del mondo sono come vasi che in passato erano relativamente poco pieni e scarsamente comunicanti. Oggi comunicano molto, e non si può quindi pensare di riempirli all’infinito, perché da qualche parte si perderà acqua. Le enormi implicazioni dei fenomeni migratori richiederebbero prima strategie razionali per affrontare il problema, poi la gestione degli eventuali trasferimenti di massa di centinaia di milioni di persone. Che aspirano legittimamente allo stesso tenore di vita dei paesi più sviluppati, e che dovremmo quindi cercare di accontentare. O li vogliamo lasciare in uno status perpetuo di minorità per il solito scopo egoistico di ricevere, prima o poi, uno straccio di pensione?

C’è chi ritiene non più impensabile una migrazione umana in Antartide: del resto, per la prima volta vi si sono superati i venti gradi. Roba da matti? Matteo Salvini non è un matto. Come quasi tutti i governanti africani, è soltanto uno a cui non importa nulla di cosa accadrà nel 2100, quando sarà ormai morto da un pezzo.

La ragionevolezza di controllare le nascite

Le critiche al popolazionismo mettono in seria difficoltà i leader politici e religiosi, che non sembrano in grado di confutarle. I natalisti vogliono una crescita della popolazione europea che risalga al cosiddetto livello di sostituzione (2,1 figli per ogni donna), ma non chiedono che scenda, in quei paesi dove oggi è molto al di sopra. L’esercizio della carità non è di aiuto: al contrario, a chi la riceve dà la falsa sicurezza che il cibo continuerà ad arrivare sempre, indipendentemente dal numero di figli generati. Di fronte a una situazione del genere il modello cattolico familista-popolazionista è ormai diventato inservibile.

È un messaggio, quello natalista, che tuttavia trasmettono anche altri. Si porta spesso a esempio la “laica” Francia per i suoi servizi di sostegno ai neo-genitori, che le permettono di avere tassi di natalità tra i più alti in Europa. La ragione è diversa, geopolitica: la secolare strategia di creare un contrappeso numerico alla Germania. Una scelta che diverse difficoltà comincia però a crearle, nella lotta alla disoccupazione.

Il natalismo viene promosso anche da qualche maldestro tentativo di incoraggiare la politica dell’accoglienza. Un buon esempio è rappresentato da una recente copertina di Internazionale: “Questo bambino salverà il mondo. La popolazione globale invecchia e secondo alcuni calerà entro la fine del secolo. Ma c’è un continente che potrà ancora contare sull’energia dei giovani: l’Africa”. Azzardato, come minimo. Per fare un esempio, la Nigeria ha ora 206 milioni di abitanti, che secondo le previsioni “medie” dell’Onu diventeranno 733 a fine secolo. Dovremmo tutti chiederci dove vivranno i 527 milioni in più, visto che già oggi più dell’8% della popolazione nigeriana vive all’estero, e il 45% di quelli rimasti manifesta a sua volta la volontà di andarsene a cercare fortuna altrove.

Piaccia o no, i dati sono questi. Le considerazioni da trarne dovrebbero essere obbligate. Non possiamo sperare che le tragga Salvini, di cui – guarda caso – non è possibile rintracciare alcuna dichiarazione a favore del natalismo africano. Chi è abituato a trarle, come gli scienziati statunitensi, ritiene invece (nell’82% dei casi) che la crescente popolazione mondiale costituirà un problema importante, perché non ci saranno cibo e risorse a sufficienza. È dunque tempo di pensare seriamente a un nuovo modello di sviluppo che consenta all’umanità di continuare ancora per millenni la sua avventura su questo pianeta, nelle migliori condizioni desiderate da ogni essere umano. Condizioni che prevedano anche la scelta di non diventare genitori, o di diventarlo quando, come e con chi si preferisce.

Non che non vi siano problemi. Lo squilibrio generazionale, per esempio, è un fenomeno indiscutibile che si riverbera sui sistemi pensionistici. Ma chi lo rimarca tralascia troppo spesso i suoi aspetti positivi: è anche il frutto della vittoria nella lunga battaglia scientifica per aumentare la lunghezza della vita. Dimentica anche i precedenti storici (si è verificato dopo ogni guerra particolarmente cruenta) e non ne analizza le cause, tra cui vi è l’esagerata natalità del passato – che dovrebbe quindi costituire anche un avvertimento a non ripetere lo stesso errore. Resta comunque un problema contingente: se riusciamo a superarlo, avremo creato le condizioni per un futuro enormemente più stabile.

Non siamo soli. Qualcuno che si batte contro la sovrappopolazione c’è per fortuna ancora, ed è consolante constatare che è spesso di sesso femminile. Come la giovane promessa del Partito democratico Usa, Alexandria Ocasio-Cortez, che si è chiesta se sia giusto continuare a fare figli. O come Leticia Adelaide Appiah, che dirige il National Population Council del Ghana e che ha proposto di limitare a tre il numero dei figli per famiglia, negando nel contempo la gratuità dei servizi pubblici a chi supera tale limite nel suo paese.

Certo, per una politica globale di controllo delle nascite occorrono anche risorse economiche, che gli stati non sembrano avere molta voglia di erogare. Siamo arrivati al punto che la principale finanziatrice dell’Unfpa (il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) è la Bill & Melinda Gates Foundation. Per quando enorme possa esserne il beneficio, non servono però somme altrettanto enormi. E non è nemmeno determinante la politica del figlio unico, attuata in passato in Cina – che, per quanto ben poco laica, ha comunque evitato il collasso al paese, contribuendo a dare uno slancio economico che Africa e Medio Oriente hanno potuto soltanto sognare. È invece sufficiente diffondere consapevolezza, in modo che ogni essere umano sia libero di fare le sue scelte rendendosi conto delle conseguenze. A cominciare dalla correlazione indiretta (in quanto mediata dal reddito) tra numero di figli e felicità: maggiore il primo, minore la seconda. Vale per gli individui come per le nazioni.

Favoriamo quindi lo sviluppo degli esseri umani, non la loro massa. Diminuiamo drasticamente le nascite su scala mondiale, perché è l’unico modo per aumentare la qualità della vita di uomini e donne. Annulliamo la pletora di bonus-bebé che serve soltanto a disperdere gli scarsi fondi pubblici, e rendiamo palese che la libertà di procreare finisce dove inizia quella di chi è costretto a finanziare l’incoscienza riproduttiva. Libero chi vuole di essere irresponsabile, ma a proprie spese: vale per i troppi figli come per l’abuso di nicotina.

Anzi, cerchiamo di essere ancora più efficaci: visto che la maggior parte della natalità si concentra nei paesi in via di sviluppo, subordiniamo ogni aiuto economico all’attuazione di serie politiche demografiche. Siamo ancora in tempo per concretizzare una transizione razionale, senza conflitti generazionali. A Cremona come in Nigeria, nel Burundi come in Texas.

Quale prospettiva preferite, per il 2100? Un pianeta con undici miliardi di persone che fanno la fame e si fanno la guerra per le ultime risorse disponibili, o con sei miliardi che vivono molto meglio di noi? Quaranta milioni di italiani che si godono un magnifico paese, o sessanta milioni incolleriti perché soltanto pochi di loro riescono a tirare fine mese? La risposta dovrebbe essere scontata almeno quanto è importante.

A scanso di equivoci, non mi è di alcun interesse riflettere su quale sarà il colore della pelle di quei sei miliardi e di quei quaranta milioni. Mi piace invece pensarli felici. E mi piace impegnarmi perché siano davvero felici.

Raffaele Carcano

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