Vocabolario sintetico del politicamente corretto

Se c’è un tema che ultimamente divide il mondo in due, e soprattutto il mondo laico, è quello dell’atteggiamento p.c. (politicamente corretto). Nato con le migliori intenzioni per denunciare ogni estremismo, sta cominciando a sua volta a scivolare in una sorta di intransigenza.

Il senso di questa breve compilazione di Raffaele Carcano, pubblicata nel numero 1/2021 di Nessun Dogma, è proprio quello di sottolinearne gli eccessi, e i pericoli insiti in tali eccessi. Che talvolta sfociano in una vera e propria neolingua, impregnata di espressioni inglesi – inevitabile, essendo un fenomeno che ha riscosso il massimo consenso nei paesi anglosassoni. In Italia è relativamente nuovo: ma si sa, noi arriviamo sempre dopo. E non sempre è un male.

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Cercherò ovviamente di essere correttissimo. Ben conscio che, così facendo, potrei apparire ugualmente scorrettissimo. Non esistono dogmi, nel p.c. Per ora.

Appropriazione culturale. Una formula che esprime la convinzione che l’esponente di un gruppo non debba far propria l’espressione culturale di un altro gruppo. I bianchi, per esempio, non dovrebbero suonare musica nera. Il contrario però non vale, perché l’appropriazione culturale scatta soltanto quando l’appropriatore fa parte del gruppo “dominante”, ritenuto invariabilmente oppressivo. Il pensiero viene esteso dal soggetto all’oggetto: un autore bianco non deve scrivere libri con protagonisti non bianchi. Tale impostazione finisce quindi per cristallizzare ogni essere umano nella sua eredità genetica (e se è variegata, peggio per lui) e ha già portato a esiti aberranti: in alcuni casi i corsi di yoga sono stati vietati perché ritenuti estranei a società con radici cristiane, in altri sono stati contestati perché ritenuti un’appropriazione dell’identità culturale indiana.

Autocensura. Una delle conseguenze più rilevanti del p.c. e che abbraccia molteplici ambiti. Uno dei più evidenti è l’ormai frequente omissione della nazionalità degli autori dei reati. Normalmente non è scorretto farlo, perché la responsabilità è individuale, non certo comunitaria. Lo è però meno quando l’attività criminale è esercitata su larga scala, come nel caso della censura istituzionale delle centinaia di aggressioni compiute durante il veglione del Capodanno 2016 a Colonia. Se nella città tedesca l’informazione è venuta a galla dopo pochi giorni, per le migliaia di abusi su minori a Rotherham e Rochdale, nel Regno Unito, sono invece occorsi anni: purtroppo l’autocensura si è estesa agli stessi inquirenti, preoccupati che quanto emergeva dalle indagini ponesse in cattiva luce minoranze etno-religiose. Proprio quest’ultimo aspetto ha portato numerosi politici e mezzi di informazione a elidere costantemente non solo l’aggettivo ‘islamico’, ma anche quello ‘islamista’ quando dovrebbero far seguito al sostantivo ‘terrorismo’. Allo stesso modo, dilaga anche in ambienti liberal e di sinistra il «sì, ma»: «sono a favore della libertà di espressione, ma sono contrario alla pubblicazione di caricature blasfeme» (ironicamente, ricorda molto il «non sono razzista, sono loro che sono negri»). Resta il fatto che, all’ultima fiera di Francoforte, l’International Publishers Association ha dichiarato che «l’autocensura su istanze sensibili quali la religione e la sessualità costituisce una minaccia crescente alla libertà di pubblicazione».

Blasfemia. L’offesa a qualche divinità. Poiché la loro esistenza non è dimostrata, in teoria non dovrebbe mai essere considerata un crimine, mancando la vittima: peraltro, se la vittima esistesse veramente, avrebbe tutti i mezzi per difendersi da sola. Troppi credenti in quella vittima sostengono però di restare offesi a loro volta, per cui (da tre millenni) arrivano a chiedere la morte del “blasfemo” o, in un’ipotesi più benevola, la censura dei contenuti blasfemi. Accuse e controaccuse di blasfemia compaiono anche nei testi sacri ma, essendo ritenuti sacri, non vengono quindi ritenuti anche blasfemi, anche se possono offendere qualcuno. Tanti chiedono la criminalizzazione della blasfemia soltanto per prevenire scoppi di violenza da parte dei credenti, ma accontentarli su tali premesse equivale a cedere alla paura: è un po’ come autorizzare il racket per evitare ritorsioni, o vietare di indossare minigonne per limitare gli stupri. L’esistenza di leggi contro la “blasfemia” spinge comunque all’autocensura, e hanno quindi effetto anche quando non sono applicate.

Cancel culture. La richiesta, sostenuta da un gruppo di pressione, di boicottare, cacciare o condannare pubblicamente una persona famosa. Ricorda un po’ la damnatio memoriae di epoca romana, soltanto che oggi colpisce prevalentemente viventi. È praticata un po’ da tutti, perché anche la mera richiesta di dimissioni di un ministro inadeguato potrebbe ipoteticamente rientrare nella categoria. Purtroppo, capita che raggiunga l’obbiettivo anche quando è praticata per motivazioni risibili attraverso pesanti linciaggi online. Si caratterizza per l’applicazione di metri di giudizio attuali a comportamenti del passato (la storia è piena di non-antirazzisti) e/o a comportamenti attuali ma slegati dal valore dell’opera d’arte che si dovrebbe giudicare (come i film di Roman Polanski). A luglio 150 noti intellettuali, prevalentemente nordamericani e con posizioni molto diverse, hanno sottoscritto un appello contro «un’intolleranza verso le opinioni contrarie, la moda della gogna pubblica e dell’ostracismo e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in una certezza morale accecante. […] La strada per sconfiggere le idee cattive è smascherarle, argomentare e persuadere, non cercare di metterle a tacere o sperare che scompaiano». Sono però stati a loro volta accusati di voler cancellare le critiche: un intervento su Valigia Blu, un sito solitamente di ottimo livello, ha descritto il documento come rappresentativo di un potere che «sembra di colpo spaventato dal fatto che una certa comfort zone sia messa in discussione» – non rendendosi conto che il problema non risiede nella critica, ma nella gogna online che porta a licenziamenti ingiusti. John Stuart Mill ci ricorda che «le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate». Il dissenso fa bene, anche quando ci fa incazzare. Anche perché saremmo ancora più incazzati, se fossimo proprio noi quelli cancellati.

Eufemismi. Il primo fu forse lo spazzino, che negli anni ottanta diventò ‘operatore ecologico’. In tempi più recenti è stato l’immigrato a diventare ‘migrante’, senza però che la sua condizione (come quella del ‘diversamente abile’) migliorasse granché. La stampa anglosassone, anche in questo caso, supera però chiunque, spingendo il lettore in una direzione opposta rispetto alla realtà. Un caso esemplare recente: il New York Times ha dato notizia della decapitazione di Samuel Paty intitolando La polizia francese spara e uccide un uomo dopo un attacco mortale per strada con il coltello; sommerso dalle critiche, si è limitata a cambiarlo in La polizia francese ferisce mortalmente un uomo che aveva decapitato un insegnante per strada. Non da meno il sottotitolo: La vittima è stata immediatamente dipinta come un martire della libertà di espressione. L’islamismo, una volta ancora, non è pervenuto.

Fragilità bianca. Titolo di un libro di Robin DiAngelo, che ritiene che i bianchi siano non solo privilegiati, ma anche tutti razzisti (lei compresa, quindi): se non lo ammettono, sostiene, è perché sono, per l’appunto, «fragili». Fosse vero, sarebbero semmai paraculi. Ma ‘paraculo’ non è una parola p.c.

Hate speech. In teoria è ogni discorso che incita a commettere violenza nei confronti di una determinata categoria sociale. In pratica, è spesso un’etichetta che tenta di celare il tentativo di interdire ogni critica a quella categoria (con l’eccezione di quelle che provengono dall’interno della categoria stessa). Così facendo, nonostante l’introduzione di leggi che in Europa lo vietano pressoché ovunque, la diffusione degli haters è andata soltanto crescendo. Beninteso: il rischio di violenza deve essere reale. Padre Livio Fanzaga può anche aver detto di Nuzzi e Fittipaldi «quasi quasi li impiccherei», ma i suoi canuti ascoltatori non sono stati a sentirlo. E non soltanto per problemi di udito.

Identity politics. Letteralmente, la ‘politica delle identità’. Sono meritoriamente nate negli anni settanta sostenendo le rivendicazioni di donne e gay. Poi si sono estese alle comunità etniche di minoranza. Poi a quelle religiose. Ora alla maggioranza. E così, in occidente, il nazionalismo cristiano prospera proprio facendo la vittima – mentre i partiti liberali e progressisti rischiano di diventare un autobus su cui salgono tutti i testimonial di qualche identità di nicchia, incapaci però di creare una casa e una prospettiva comuni. Come Eric Hobsbawm già temeva nel 1996.

Inclusività. Obbiettivo ampio, che tanti si propongono di ottenere attraverso interventi sul linguaggio: in Italia è nota la battaglia dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini per il rispetto dell’identità di genere. Talvolta gli interventi sono più radicali, come l’uso di asterischi o ‘x’ per creare plurali neutri. Il rischio, con proposte così di avanguardia, è che ottengano il risultato opposto di creare sconcerto. Un sondaggio sull’uso di latinx tra gli ispanici ha evidenziato che si ferma soltanto al 3%.

Intellectual dark web. Un’espressione riferita a intellettuali accomunati soltanto dall’avere opinioni considerate poco p.c. dalla stampa e dalle televisioni, ma che hanno un seguito notevole su internet. Molti di essi sono apprezzati esponenti del mondo laico-razionalista, in particolare Sam Harris, Steven Pinker e Ayaan Hirsi Ali.

Intersezionalità. Viene qui inclusa perché il p.c. è risolutamente intersezionale. C’è chi usa questa parola per sottolineare la necessità di condurre lotte insieme ad altri gruppi che condividono lo stesso avversario o obiettivo. Nulla di nuovo, a ben vedere: già Trotsky sosteneva l’esigenza di individuare «compagni di strada». C’è tuttavia anche chi, più filosoficamente, pensa che una persona non è mai discriminata per l’appartenenza a un’unica categoria sociale – e questo è già più difficile da sostenere, anche perché dà per scontato che i più prossimi siano quasi identici, negando la loro specificità. L’intersezionalità collide con la contemporanea enfasi sulle identità: al punto che ci sono femministe “decolonialiste” che criticano femministe “bianche”, senza però denunciare nello stesso tempo anche l’oppressione insita nel porto del velo. Va infine banalmente ricordato che, quando tutti chiedono contemporaneamente aiuto, è molto più facile ritrovarsi soli. Non a caso, ci sono tante associazioni “di categoria”, ma ben poche federazioni dedicate a 360 gradi alla laicità. In Italia, nessuna.

Islamofobia. Non dovrebbe essere altro che l’hate speech nei confronti dei musulmani. Sovente è invece un’accusa lanciata contro qualunque critica nei confronti dell’islam, spesso aggravata dall’accusa di «razzismo» – anche se l’islam non è una razza, anche se i musulmani (stando al World Values Survey) non sono meno razzisti di altri, e anche se i detenuti per libertà di espressione nelle carceri nigeriane o arabe sono cittadini nigeriani o arabi. Quel che è certo è che chi è accusato di «islamofobia» diventa un potenziale bersaglio per i terroristi islamisti, e che gli stessi musulmani sono spesso molto più aggressivi nei confronti dei laici. Il rapper francese Medina è arrivato a chiedere di crocifiggerli: il brano Don’t Laïk, a suo dire, «era per i fondamentalisti laici quello che le caricature di Charlie Hebdo erano per i fondamentalisti religiosi». Due pesi e due misure in cui sguazza la destra cristiana, che accusa i paesi a maggioranza musulmana di «mancanza di reciprocità». E tuttavia, la stessa destra deve fare i conti col p.c.: una politica austriaca è stata condannata dalla Corte europea di Strasburgo per aver definito «pedofilo» Maometto, che consumò il matrimonio con Aisha quando lei aveva dieci anni.

Limiti. Il p.c. vuole che siano posti limiti alla libertà di espressione. Ovviamente, essa non può mai essere assoluta: immaginate un leader religioso che, di fronte a una folla fanatica, chieda di massacrare ogni ateo conosciuto. Tuttavia, per non rappresentare una censura, i limiti devono essere minimi: la legge dovrebbe proteggere chiunque dalla diffamazione intenzionale, se procura concretamente un danno, e dall’incitamento alla violenza, se il pericolo che si concretizzi è reale. Nient’altro: ognuno la pensi come vuole, finché non limita la libertà altrui, e sia ammessa anche l’offesa, perché l’offesa è sempre soggettiva. Per quanto sia necessario mettere razionalmente in conto le reazioni, resta il fatto che il reato lo commette chi reagisce con violenza. Il p.c. chiede invece che i limiti siano molto più ampi, tendendo – anche in questo caso – a ricomprendere non solo le offese, ma le stesse critiche, e spingendo quindi ogni autore all’autocensura.

Microaggressione. La percezione che un’offesa verbale provochi un dolore fisico. I credenti, in particolare, possono vivere la blasfemia come una ferita reale. E tanto basta a spingere alcuni di essi a reagire provocando danno fisico (reale, non percepito) a chi ritengono che glielo abbia procurato. Papa Francesco rese bene il concetto quando, a proposito della strage al Charlie Hebdo, sostenne che, «se qualcuno offende mia madre, gli do un pugno». Se però riconosciamo ai credenti il diritto a sentirsi offesi, stiamo implicitamente ammettendo che sono persone più problematiche di altre (o quantomeno più suscettibili). Siamo sicuri di volerle infantilizzare? Ci sono reali differenze rispetto ai vecchi (non ovunque) codici non scritti che imponevano i delitti d’onore? Imparare a non offendersi, e a diventare impermeabili alla tentazione di vendicarsi, è probabilmente una prospettiva migliore per la specie umana, rispetto a miliardi di esseri umani ipersensibili. Non a caso, l’intelligenza è strettamente connessa al sostegno alla libertà di espressione.

Negazionismo. Negare qualche aspetto della realtà. Un fenomeno diffuso: se c’è chi nega la realtà stessa, figuriamoci la shoah, il genocidio armeno, il Covid, l’efficacia dei vaccini, l’11 settembre. Ma non c’è alcuna buona ragione perché diventi un reato. Anche perché, ai tempi dei social, è come cercare di svuotare il mare: i divieti servono soltanto a confermare i negazionisti nell’idea che il potere ha veramente ordito un complotto per nascondere la verità. Ribadiamolo: le pessime opinioni si combattono con le buone argomentazioni, insegnando già a scuola a distinguerle.

No platform. Principio secondo cui l’università dovrebbe essere resa immune da qualsiasi tipo di propaganda, creando a tal fine anche spazi sicuri (safe spaces). Di solito chi propaganda tale principio aderisce a sua volta a un’ideologia, tendenzialmente refrattaria a ricevere critiche. Del resto, p.c. significa che è corretto solo da un punto di vista politico. Che si vuol essere corretti per un fine politico, dunque.

Quote. Uno degli effetti della diffusione del p.c. è l’affermarsi delle quote. Anche in questo caso, a un intento positivo («ci sono poche donne in politica, imponiamo per legge che ve ne siano») si è accompagnata una scarsa analisi delle cause e una mancata verifica degli effetti dell’introduzione di correttivi. Con il risultato che questa impostazione si è diffusa, con esiti paradossali nel mondo dello spettacolo: il p.c. pretende che ogni opera debba rappresentare i prevalenti fenotipi umani – e se presenti personaggi ‘cattivi’, anch’essi devono essere ripartiti per quote. Senza dimenticare le identità: perché un personaggio francese non dovrebbe essere interpretato da un inglese (o viceversa)? Perché un personaggio gay non dovrebbe essere interpretato da un etero (o viceversa)?

Relativismo. A prima vista sembrerebbe positivamente collegato all’uguaglianza. Ma tra uguaglianza dei diritti (o delle opportunità) e uguaglianza delle idee ce ne corre. Le idee possono essere liberamente espresse, ma non hanno tutte lo stesso valore, e così le culture. Tuttavia, il successo del postmodernismo, portato alla ribalta da filosofi come Foucault e Derrida, ha contribuito enormemente alla diffusione di pregiudizi negativi nei confronti della scienza, della ragione e delle evidenze. Con ricadute sul diritto: se le persone vanno giudicate dal loro background, non stupisce che un tribunale tedesco abbia attribuito, nel 2007, uno sconto di pena a un uomo che aveva violentato la sua ex soltanto perché sardo, e quindi ritenuto automaticamente portatore di una cultura che considera differentemente la donna. Ci si indignò, al tempo, ma un principio identico trova attuazione su almeno un terzo del pianeta in nome della fede: si fanno eccezioni in suo favore e si concede che i devoti siano giudicati da tribunali religiosi anziché civili. In tal modo vengono meno l’universalismo e il principio della «legge uguale per tutti».

Trigger warning. Gli avvertimenti che precedono un articolo, in cui gli autori mettono in guardia i lettori da contenuti che potrebbero trovare perturbanti. Oggi se ne fa un uso decisamente sovradimensionato. Non è autocensura ma le va vicino, perché si vuole deliberatamente lasciare tante persone nella bolla in cui vivono. Quando ci sarebbe invece un gran bisogno che siano messe a confronto con opinioni diverse.

Woke. Inizialmente si definiva così (“risvegliata”) una persona fieramente consapevole del suo impegno nel contrasto al razzismo, e non solo (diritti delle minoranze, parità di genere, giustizia sociale, eccetera). Oggi viene definito woke chi combatte tali battaglie in modo furioso e spesso intollerante: forse perché, in maniera soft, queste istanze sono condivise ormai anche dallo spettacolo, dalla pubblicità e persino dagli investitori finanziari, che puntano molto sui fondi esg. Una volta di più il rischio è che il mezzo faccia più presa del messaggio e che si riveli quindi controproducente, come ha evidenziato lo stesso Barack Obama. Del resto, negli Usa, i “grandi risvegli” sono stati movimenti di rinnovamento religioso, e Svegliatevi è una nota pubblicazione dei Testimoni di Geova in cui tutti noi ci siamo prima o poi imbattuti. La scelta delle parole, vecchie e nuove che siano, ci rivela spesso tante cose di chi la compie.


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La redazione

6 commenti

Diocleziano

A proposito di ‘politicamente corretto’ mi chiedo (domanda retorica) se lo è il programmare un cartone animato che, per stile e contenuti, è rivolto a bambini minori di sei anni: il film, passato due volte in due giorni sulla rai, è ‘Gli eroi del natale’. È corretto rivolgersi ai bambini così piccoli con una storia di animali che veicola come fatti veri la leggenda di una donna terrestre ingravidata da un dio alieno invisibile? La vigliaccata è proprio il dare come acquisita una storia irreale, mentre si devia l’attenzione dei piccoli sugli animali, animali che parlano e hanno comportamenti umani.

Hanno censurato di tutto: da Cappuccetto Rosso a Cenerentola per non parlare di Biancaneve e la sua convivenza con sette maschi… ma per la religione non ci sono limiti?

Gérard

​​​​​E veramente la prima volta che vedo evocati i temi di autocensura, fragilita bianca, etc etc su un sito laico italiano . Speravo che all’ Italia sarebbe risparmiato da quello che i laici universalisti francofoni ( Francia, Belgio, Canada etc ) devono affrontare e combattere di continuo .
Queste aberazioni ci vengono dal mondo anglo-sassone che vorebbe imporre la sua visione anti-laica, multiculturalista e destrutturante della societa ai nostri paesi europei . Tutte queste forme di regressione della libertà di espressione è di provenienza loro . Stanno facendo danni enormi nelle università francesi e belghe, canadese francofoni dove gruppi di studenti attivisti cercano di imporre, spesso con la violenza, la loro visione razzialista, decolonizzatrice della mentalita bianca ( per loro anche se sei anti-razzista, lo sei per forza se sei bianco !!) Fra tanti esempi posso ricordare questo avenuto all’ università della Sorbonne a Parigi : attivisti che si dichiarano antirazzisti hanno impedito il 25 marzo scorso uno spettacolo dei “Supplici”,dell’antico poeta Eschilo, assimilando le maschere scure indossate dagli attori alla pratica razzista del “blackface”. Chiedono la fine delle esibizioni, le scuse dell’università e delle sedute di rieducazione degli studenti (Niente di meno…!!). Queste associazioni nere hanno ricevuto il sostegno del sindacato studentesco Unef, che ha anche stilato il suo indignato comunicato stampa: “In un contesto di razzismo onnipresente a livello nazionale nel nostro Paese, i nostri campus universitari rimangono purtroppo permeabili al resto della società, perpetrare modelli razzisti al loro interno “, deplora la sezione sindacale di Parigi IV, esigendo scuse all’università.
La porta-parola dell’ UNEF, il sindacato di sinistra studentesca è una convertita all’ Islam che si presenta con il vestito fondamentalista integrale .
In realtà, ogni elemento ( intersezionalita, fragilità bianca etc ) meriterebbe di per se una discussione .

laverdure

Proviamo a fare un piccolo”esperimento mentale”,come erano soliti fare Albert Einstein,Nils Bohr e compagnia,e come fanno ancora i loro “discendenti”,partendo da premesse ovviamente irrealizzabili nella pratica per dedurne le logiche conseguenze.
Immaginate che con un colpo di stato in Francia,Italia o un qualunque paese occidentale si instauri nuovamente un regime autoritario(definirlo fascista,nazista o cos’altro e’ una pura scelta estetica)e che una delle sue prime scelte sia la cacciata degli immigrati arabo mussulmani,la chiusura di tutte le moschee,la cancellazione di ogni provvedimento in difesa di gay,trans ecc,insomma un calcio solenne al “politicamente corretto”.
Come pensate che la prenderebbe la grande massa della gente,la famosa
“maggioranza silenziosa” ?
Ne farebbe davvero un dramma,piu’ di quanto fecero nella REALTA gli Italiani alla promulgazione delle “leggi speciali” contro i cittadini di origine ebraica ?
E tanto per completare il quadretto,fate un pensierino su quanto sta succedendo in Polonia,Ungheria e dintorni.
Di questo passo,l'”esperimento” ,in un futuro piu’ o meno prossimo, rischia di passare dal teorico al pratico.

Diocleziano

In questi giorni di campagna di vaccinazione si scopre che esiste una larga fetta di medici che dichiarano di non volersi vaccinare. E subito si è alzato, giustamente, un gracidìo indispettito dallo stagno degli idealisti: ma come! sono decenni che medici obiettori fanno quello che gli pare contro le donne, tra l’indifferenza di chi dovrebbe agire e ora questi si svegliano solo per i vaccini?!
E lasciarli a casa, senza stipendio, ambedue le tipologie di medici pensatori non sarebbe etico?

laverdure

Io credo che se si incominciasse ad applicare sanzioni contro i medici “obiettori no vax”,la maggior parte di loro diventerebbe molto piu’ accomodante.
Non dimenticate un dettaglio fondamentale : su QUESTO tema gli mancherebbe, a differenza dell’aborto,l’appoggio della Curia,che ha gia annunciato ufficialmente anche la sua rinuncia alle sue pregiudiziali sull’uso degli embrioni,se destinato allo studio di vaccini.

Diocleziano

Io penso che anche gli antiabortisti diventerebbero molto malleabili se, nonostante la curia, lo Stato li mettesse davanti alla scelta: o fai il ginecologo o fai il teologo; nel secondo caso vadano a lavorare per i preti e in questa evenienza strutture mediche private non allineate alle regole laiche dello Stato non possono essere convenzionate. Sogno di una notte dell’anno 3000.
Per gli embrioni la Città del Male sa già che è una battaglia persa, quindi si gioca la carta del relativismo.

(Ai medici no vax basterebbe far presente che se infettano qualcuno, chiunque sia, gli verrebbero addebitati i costi delle cure e denuncia penale.)

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