6 febbraio. Diciamo stop alle mutilazioni genitali femminili

Tra passi avanti e arretramenti (anche a causa della pandemia) prosegue la lotta alle mutilazioni genitali femminili, cui è dedicata l’odierna Giornata internazionale dell’Onu. Se vogliamo eradicare il fenomeno entro questo decennio, come previsto dall’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, è necessario il lavoro congiunto di tutti.

Abida, Zahra e Khadija. Sono i nomi di tre sopravvissute alle mutilazioni genitali femminili (mgf), tre donne della regione degli Afar, in Etiopia, che il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) ha scelto come volto e come voce per la campagna A Piece of Me, una delle innumerevoli iniziative lanciate dall’Onu per sensibilizzare sulla questione delle mutilazioni genitali femminili, alla cui lotta è dedicata l’odierna Giornata internazionale dell’Onu.

Tre sopravvissute ma anche tre donne che hanno scelto di essere motore di cambiamento all’interno delle proprie comunità affinché tutte quelle pratiche di violazione dei diritti umani che ogni giorno colpiscono bambine e ragazze (come le mgf, appunto, o i matrimoni precoci) siano presto solo un brutto ricordo.

Se percorsi come il loro si moltiplicassero ovunque nel mondo sarebbe certamente centrato l’obiettivo cui puntano le Nazioni Unite: vale a dire l’eradicamento delle mgf entro questo decennio, come previsto dall’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile. Il quadro a riguardo è però in chiaroscuro.

Secondo l’edizione 2020 del Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione nel mondo (la cui edizione italiana è curata da Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo), ad oggi, nel mondo, sono circa 200 milioni le donne e ragazze che sono state sottoposte a una qualche forma di mutilazione genitale. E se da un lato la percentuale di quante sottoposte a mutilazioni è complessivamente in calo (la tendenza, estrapolata dai dati relativi a 30 Stati, mostra come alla fine degli anni Ottanta circa una ragazza su due nella fascia di età 15-19 anni fosse sottoposta a mgf; oggi in quegli stessi paesi la proporzione è scesa, secondo le stime, a una su tre) dall’altro, a causa della crescita demografica, il numero di donne e bambine che ne sono colpite è in aumento e potrebbe passare dai 4,1 milioni del 2020 a 4,6 milioni all’anno entro il 2030.

Il problema riguarda in particolare il continente africano: i dati più recenti mostrano che la percentuale di donne nella fascia di età 15-49 sottoposte a mgf va dall’1 per cento di Camerun (dati 2004) e Uganda (2011) fino al 90 per cento e oltre di Gibuti (2006), Egitto (2015), Guinea (2018) e Mali (2018). Ma la pratica è diffusa anche altrove – in Indonesia, per esempio, si stima che il 49 per cento delle bambine entro gli 11 anni conviva con le mgf – e, con le migrazioni, ha da tempo varcato i confini dei Paesi del sud del mondo. Come si legge nel Rapporto Unfpa, negli Usa i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno calcolato che nel 2012 erano presenti sul territorio statunitense 513.000 donne e bambine che avevano subìto o rischiavano di subire mutilazioni genitali: si tratta di un aumento triplo rispetto alle precedenti stime del 1990. Uno studio condotto nel 2015 dall’Istituto europeo per la parità di genere (Eige) ha calcolato che ben 1.600 ragazze in Irlanda, 1.300 in Portogallo e 11.000 in Svezia possano essere state sottoposte a mgf nel solo 2011. Analogo studio condotto dall’Eige su altri Paesi europei ha rilevato che, nel 2016, in Italia, erano a rischio mgf dal 15 al 24 per cento delle 76.000 ragazze originarie di paesi in la pratica è diffusa (percentuali più alte, ma su numeri più bassi, si registravano in Grecia e a Malta).

In questo frangente desta inoltre preoccupazione anche un altro elemento: a causa della crisi determinata dalla pandemia, molti programmi di istruzione e di contrasto alle mgf sono stati ridotti e ciò, secondo l’Unfpa, potrebbe determinare due milioni di casi di mgf in più nel prossimo decennio che altrimenti avrebbero potuto essere evitati.

Ad aggravare il quadro concorre poi un altro fenomeno denunciato dall’Unfpa: quello della «medicalizzazione» delle mgf. Si calcola che in 52 milioni di casi la pratica sia stata eseguita da medici, infermieri o levatrici. In Paesi come Egitto e Sudan, sarebbero otto su dieci le ragazze sottoposte a mgf in ambulatori o studi di operatori sanitari qualificati (dati 2014). Ma – oltre, ricordiamolo, a non avere alcuna giustificazione terapeutica – nessuna forma di mgf è “sicura” e, anche se eseguite in ambiente ospedaliero da personale medico, permane il rischio di conseguenze immediate e a lungo termine per la salute. Come denuncia l’Unfpa, «eseguire le mgf in uno studio medico serve solo a normalizzare questa pratica e a indebolire gli sforzi per eliminarla».

L’esatto contrario di ciò che siamo chiamati a fare.

Ingrid Colanicchia

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11 commenti

Diocleziano

«…Si calcola che in 52 milioni di casi la pratica sia stata eseguita da medici, infermieri o levatrici…»
Cosa differenzia questi ‘operatori’ dagli obiettori europei?

(Quand’é che si è lavato le mani l’ultima volta quello della foto?)

G. B.

Le mutilazioni genitali femminili sono un fatto gravissimo e ben fa l’ONU a cercare di contrastarle. Ciò chiarito a scanso di equivoci, vorrei ricordare che esistono anche le mutilazioni genitali maschili, a quanto mi risulta meno invasive di quelle femminili, ma pur sempre mutilazioni.
A questo punto è legittimo porsi una domanda: perchè le mutilazioni genitali maschili non vengono condannate con la stessa fermezza? Perchè sono meno invasive? O forse c’è un altro motivo, che ovviamente viene taciuto, e cioè che le mutilazioni genitali femminili sono un residuo di culture tribali, non però espressamente previste dai testi sedicenti sacri, mentre le mutilazioni genitali maschili sono per ebrei e islamici il corrispettivo del battesimo per i cristiani, con la differenza che un po’ d’acqua fresca non fa gli stessi danni.
Quanto ai danni di altro genere prodotti da una precoce “educazione” religiosa, ebraica, cristiana, islamica o quale che sia, questo è un altro discorso.

laverdure

Che le mutilazioni genitali maschili,vale a dire la circoncisione,siano meno invasive e’ lapalissiano,altrimenti non avrebbero goduto di una simile diffusione e durata nel tempo.
Se i “notabili” delle varie religioni hanno potuto sempre contare senza problemi sulla collaborazione di padri,fratelli, tutori, per imporre le loro regole,non importa quanto umilianti e dolorose, alle donne,non hanno avuto a disposizione niente di equivalente per imporre analoghe violenze fisiche e psicologiche agli uomini,e hanno dovuto accontentarsi di imposizioni molto piu’ blande.

Mixtec

Prima una curiosità: in che senso le tre donne citate sono “sopravvissute”? Nel senso che hanno evitato di subirle o nel senso che si rammaricano di averle subite?
Quanto alle mutilazioni genitali maschili, riferendoci alla più comune fra di esse, la circoncisione, esistono gruppi organizzati di circoncisi che se ne lamentano? Forse non esistono neanche singoli che se ne lamentino. Ed il perché è facile da comprendere: la circoncisione maschile rende speciali, si entra a far parte di un “popolo eletto”. La soddisfazione di essere un appartenente a tale élite si prova ogni volta che si piscia. Per non parlare del “pene eretto” di un “maschio eletto”.

Gérard

Mixtec

“…rende speciali, si entra a far parte di ” un popolo eletto… ” Ammesso e concesso che tutti siano d’ accordo di fare parte di questo popolo eletto ! Si vede che vivendo in Italia non sei ben informato di quello che pensano e scrivono altre persone che non appartengono alla sfera di cultura cattolica . La circoncisione è il marchio indelebile che viene fatto ad un bambino, atto simile a quello che si fa col ferro rovente per contrassegnare l’appartenenza a un proprietario di una bestia . Diversi atei musulmani mi hanno spesso detto ” Non so cosa darei per poter togliere questo marchio infame ” . Inoltre, girando per i paesi musulmani, ci sono diversi impreditori o ingenieri, soppratutto in Nord-Africa che mi hanno detto cose sfavorevole alla circoncisione ( Per loro non so ovviamente se erano credenti o no ).

Mixtec

Scusa Gérard, ma per “popolo eletto” intendevo l’unico che può fregiarsi di tale titolo, ovvero il popolo Ebreo, discendente da Israele (Giacobbe), da Isacco e dall’Innominabile.
Una parte degli Islamici, che al massimo possono aspirare al titolo di “veri credenti”, ritiene di essere anch’essa discendente dall’Innominabile, ma attraverso Ismaele. E come saprai, gli Ebrei, ed i Cristiani con loro, ritengono Ismaele figlio di una schiava egizia, mentre Isacco è il figlio promesso e fatto nascere miracolosamente da YHWH dalla donna già sterile e per giunta in menopausa Sarai. Ma vorresti mettere a confronto Ismaele con Isacco? Non c’è assolutamente paragone.

Gérard

Mixtec
Il popolo ” eletto ” … Peccato che dopo gli ebrei, siano venuti i cristiani a fregiarsi l’ onore di essere il nuovo popolo eletto, e poi per ultimo gli musulmani perchè secondo una sura del Corano i musulmani sarebbero ” la migliore comunità che abbiamo creato per gli uomini ” ( Allah dixit ) . Dunque, i musulmani si fregano di essere figli di Ismaele o Isacco, basta essere discedenti di Abramo ( al contrario degli cristiani ) per essere la comunità migliore .

G. B.

Dati precisi non ne ho, però mi risulta che ci siano degli ebrei, o meglio degli uomini di origine ebraica, che non sono affatto contenti di essere stati circoncisi e vorrebbero un pene integro. Nel caso degli islamici scoprirsi su una questione inerente la religione sarebbe decisamente più pericoloso.

Maurizio

Ma a Dio che c@#€% frega di prepuzi, clitoridi e labbra? Se ci ha fatto così chi siamo noi per contraddirlo? Ma teologi non hanno proprio nulla di meglio cui pensare?
Si, so la risposta: il controllo degli istinti domina i popoli.

Aristarco

Ritenere che le mutilazioni genitali, specialmente quelle femminili, possano rappresentare un “valore aggiunto” mi pare siano un’ inarrivabile manifestazione di stupidità.

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